REMEDIES AGAINST IMMUNITY? A VILLA VIGONI ITALIA E GERMANIA A CONFRONTO SUI RISARCIMENTI AGLI INTERNATI

REMEDIES AGAINST IMMUNITY? A VILLA VIGONI ITALIA E GERMANIA A CONFRONTO SUI RISARCIMENTI AGLI INTERNATI

ROMA\ aise\ - A 72 anni di distanza dalla fine del secondo conflitto mondiale, Italia e Germania si trovano ancora coinvolte in un conflitto giuridico vertente in primo luogo sui risarcimenti di guerra, mai riconosciuti, agli oltre 600 mila militari italiani (ex I.M.I, Internati Militari Italiani) fatti prigionieri dalle truppe tedesche all’indomani dell’8 settembre 1943 e deportati in Germania per essere utilizzati come forza lavoro.
La questione, estremamente complessa per le implicazioni storiche, giuridiche ed economiche, può essere molto sinteticamente riassunta così: nel 2004 la Corte di Cassazione di Roma emette una sentenza che condanna la Repubblica Federale tedesca a pagare i risarcimenti per i gravi crimini contro l’umanità commessi dalle truppe tedesche in Italia nel biennio 1943-1945, dichiarando a tal fine ammissibile anche il pignoramento di proprietà tedesche su suolo italiano. Contro questa sentenza la Germania, che ritiene di aver già esaurito i suoi obblighi, presenta ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia alla fine del 2008, appellandosi alla cosiddetta ‘immunità degli Stati’. Il Tribunale dell’Aja si pronuncia nel 2012, deplorando che la Germania non abbia pagato i risarcimenti, ma dandole ragione sul piano giuridico, riconoscendole cioè il diritto di appellarsi alla ‘immunità degli Stati’, in base alla quale nessun tribunale di uno Stato può giudicare un altro Stato. Cosa che preclude anche la possibilità che un soggetto privato – italiano, nel nostro caso – possa chiamare in giudizio un altro Stato, appunto quello tedesco. Contro questa sentenza si pronuncia però nel 2014 la Corte Costituzionale italiana, sostenendo la sua parziale anticostituzionalità rispetto al diritto italiano.
Così la questione, oltre che sul piano storico, rimane aperta anche su quello giuridico, essendosi venuto a configurare un conflitto fra diritto pubblico internazionale e diritto costituzionale nazionale. Come uscire da questa impasse che presenta diversi aspetti spiacevoli e che inoltre minaccia di creare problemi fra due Paesi fondatori dell’Unione Europea in un momento in cui essa non sembra godere di invidiabile salute?
Sul tema, il Centro italo-tedesco Villa Vigoni, sotto la presidenza dell’ex ambasciatore italiano a Berlino, Michele Valensise, e del suo ex omologo tedesco a Roma, Michael H. Gerdts, in collaborazione con il Max Planck Institute ha organizzato un convegno estremamente interessante (11-13 maggio) dal titolo: “Remedies against Immunity? Reconciling International and Domestic Law after the Italian Constitutional Court’s Sentenza 238/2014”.
Chiamando a raccolta alcuni fra i più noti giuristi italiani e tedeschi (fra gli altri: Valerio Onida, Bruno Simma, Sabino Cassese, Anne Peters, Christian Tomuschat) Villa Vigoni e il Max Planck Institute hanno dunque cercato di formulare proposte che consentano una soluzione di compromesso.
Valerio Onida, ex presidente della Corte Costituzionale italiana e presidente dell’Istituto per la Storia della liberazione, ha dichiarato nel corso del dibattito finale: “dal punto di vista legale, la situazione non è risolvibile. La Germania ha dalla sua il giudizio dell’Aja. Poi la Corte Costituzionale italiana con la sentenza 238 del 2014 ha aperto un contrasto che non è tanto fra i due Paesi, quanto interno all’Italia, un contrasto fra politica e magistratura. Allo stato attuale i giudici italiani potranno giudicare ma le sentenze non potranno essere eseguite. E questa mi pare la soluzione peggiore, perché ipocrita. Allora penso che una soluzione non dovrebbe venire dai governi temporaneamente al potere ma dai presidenti della Repubblica, cioè le massime rappresentanze dello Stato: una dichiarazione congiunta in cui si riconosce la violazione dei diritti fondamentali”.
Fra le proposte avanzate dai gruppi di lavoro, quella della creazione di un fondo comune, finanziato da Italia e Germania, destinato a risarcire, forse anche solo simbolicamente, le poche migliaia di ex prigionieri ancora in vita.
Sulla stessa linea si è pronunciato anche Filippo Fontanelli, dell’Università di Edimburgo: “allo stato delle cose il diritto applicabile ci aiuta solo fino a un certo punto. Il fatto che la Germania non sia tenuta a pagare, non vuol dire però che non lo farà. Forse le cose si possono anche fare per buona volontà e generosità. Al contrario, continuare a sottolineare questo contrasto può essere frustrante. In sintesi: la Germania ha annunciato che non pagherà, mentre l’Italia continua a inviare le vittime nei tribunali, pur sapendo che non serve a niente. A ben guardare, è chiaro che si tratta di una situazione disonorevole, perché a rimetterci sono di nuovo le vittime. Sia l’uno che l’altro stato potrebbero prendere però l’iniziativa. E visto che non c’è obbligo, forse è l’Italia che potrebbe cominciare. Fornendo prima una lista degli aventi diritto, poi mettendo a disposizione un fondo per i risarcimenti. E infine, a quel punto, invitando la Germania a partecipare”.
“I limiti delle nostre conclusioni – ha aggiunto Fontanelli– sono i limiti del diritto internazionale. Ma nella vita c’è molto più del diritto. E Italia e Germania potrebbero avere ora l’occasione di dare il buon esempio”.
L’unica via percorribile sembra dunque passare per una “soluzione politica bilaterale”, come sottolineato dal professor Lutz Klinkhammer, vice-direttore dell’Istituto storico germanico di Roma, possibilmente con l’Italia a muovere il primo passo. Sul fatto però che questo possa realisticamente accadere, molti partecipanti hanno espresso dei dubbi, avallati anche dal fatto che i rappresentanti del governo italiano, pur ripetutamente inviati, non hanno partecipato al convegno. Al contrario del governo tedesco, rappresentato fra gli altri da Guido Hildner, del Ministero degli Esteri, e da Almut Wittling-Vogel, del Ministero di Giustizia. (paolo emilio petrillo\aise)