FARNESINA RETE DI SUPPORTO PER LE IMPRESE ALL’ESTERO

FARNESINA RETE DI SUPPORTO PER LE IMPRESE ALL’ESTERO

ROMA\ aise\ - Nel contesto internazionale attuale, il rafforzamento della rete diplomatico-consolare è una necessità imprescindibile, oltre che per i cambiamenti geopolitici in atto, per l’impatto sull’export e sui posti di lavoro e per i servizi per i nostri connazionali all’estero
Nasce da questa considerazione lo studio di Unioncamere del Veneto e del CGIA di Mestre sulla Farnesina e la sua rete estera in relazione al tessuto produttivo nazionale, presentato oggi all’Istituto Affari Internazionali (IAI).
Sono intervenuti per l’occasione il presidente dello IAI, ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, il presidente Unioncamere Veneto, Mario Pozza, il direttore del CGIA di Mestre, Renato Mason e il presidente del Sindacato Nazionale Dipendenti Ministero Affari Esteri, Francesco Savero De Luigi.
È stato il primo lavoro multisettoriale sull’argomento che abbia preso in considerazione la consistenza, anche rispetto agli altri Paesi, della presenza istituzionale italiana all’estero e il quadro emerso non è molto rassicurante.
Nell’introdurre la presentazione, il presidente dello IAI, Ferdinando Nelli Feroci, ha evidenziato che lo studio non solo giunge in un momento di significativi mutamenti geopolitici che richiedono sempre più impegno e investimenti in politica estera, ma ha anche sottolineato la grave e crescente contraddizione tra l’attuale dimensione della Farnesina e il suo crescente ruolo vitale per il sostegno alle esportazioni, soprattutto per quanto riguarda le PMI, e per l’assistenza alla collettività italiana all’estero, oggi pari a circa 5,3 milioni di persone rispetto ad esempio agli 1,8 milioni della Francia.
Tale contraddizione è resa più evidente dal confronto con le risorse finanziarie e di personale di cui dispongono altri Paesi europei, come si evince nello studio.
Le risorse destinate alla Farnesina per le sue attività istituzionali (escludendo gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo e finanziamenti obbligatori come ad esempio i contributi all’ONU), sono oggi pari allo 0,10% del Bilancio dello Stato (rispetto allo 0,14% del 2011), corrispondente allo 0,005% del PIL, in costante diminuzione e in controtendenza rispetto alle esigenze del “Sistema Paese”. Anche dal punto di vista della dotazione di risorse umane negli ultimi anni si è assistito a un calo sensibile, dalle 4852 unità di personale di ruolo del MAECI del 2008 si è passati alle 3825 unità del 2016.
Francesco Saverio De Luigi, presidente del Sindacato Nazionale Dipendenti Ministero Affari Esteri (SNDMAE), che ha sostenuto lo studio, ha parlato di una perdita costante di circa 100 dipendenti non diplomatici l’anno: “Nel giro di pochi anni abbiamo perso quasi mille dipendenti. Chiediamo quindi assunzioni”.
“Allo stato attuale – ha proseguito – non siamo neanche in grado di formare il personale prima che vada all’estero”.
Parlando di imprenditoria, il direttore del CGIA di Mestre, Renato Mason, ha sottolineato quanto la natura diffusa e internazionale della nostra imprenditoria richieda che l’azione di sostegno all’internazionalizzazione sia sostenuta da strutture sempre più specializzate, efficaci e con maggiori risorse, in quanto per coprire più bisogni occorre rivolgersi contemporaneamente a molti più soggetti. In Germania, per assistere il 50% delle esportazioni (che a sua volta è superiore del 50% del totale delle esportazioni italiane) è sufficiente lavorare con sole 50 imprese; per arrivare alla stessa percentuale in Italia si lavorerà con quasi 1000 imprese, più piccole e con richieste di sostegno, quindi, ben più articolate.
“pochissime sono le imprese – ha detto Mason - che possono disporre di una propria “diplomazia aziendale” in grado di operare con i Governi esteri e le istituzioni internazionali, tra cui l’UE, dove si decidono le regole del mercato interno comunitario. Tutte le altre imprese devono fare un affidamento comparativamente maggiore sulla presenza istituzionale all’estero e in particolare sulla rete diplomatico-consolare”.
Sulla stessa falsariga, il presidente di Unioncamere Veneto, Mario Pozza, ha sostenuto: “A differenza dei nostri principali partner le aziende italiane che esportano presentano delle dimensioni contenutissime. Si pensi che il 93,7% delle 195.000 imprese che vendono i propri prodotti all’estero hanno meno di 50 addetti. Realtà piccole e micro che possono contare solo sulle proprie forze e sulla qualità dei propri manufatti. A differenza delle imprese produttive più strutturate che, invece, possono contare su filiali commerciali o catene distributive anche fuori confine, le piccole sono aziende che hanno bisogno di strutture in grado di studiare i nuovi mercati, di stabilire i contatti in loco e di promuovere anche le politiche e i servizi post-vendita. Specificità che la diplomazia economica deve continuare a offrire perché la qualità del servizio fino ad ora erogato, grazie alle risorse umane a disposizione, presenta livelli di eccellenza non riscontrabili altrove”.
Nel suo intervento, Mario Pozza ha anche evidenziato che per effetto dei “tagli” operati nell’ultimo decennio, c’è una grave carenza di personale sulla rete diplomatico-consolare italiana rispetto a quella di altri Paesi nostri “competitors”: presso una grande Ambasciata italiana all’estero, quella di Pechino, lavorano in tutto 11 diplomatici, mentre ve ne sono 30 presso quella francese e 51 presso quella tedesca.
Tale disparità si riscontra su tutta la rete estera, sulla quale incide tra l’altro l’aggravio di lavoro – particolarmente oneroso per le sedi di ridotta dimensione – determinato dalla complessa normativa amministrativo-contabile italiana, costituita da quasi 6000 articoli, spesso difficilmente applicabile in contesti radicalmente diversi dal nostro.
“L’internazionalizzazione dell’economia – ha aggiunto Mason - si accompagna sempre più alla richiesta di un efficace sostegno istituzionale in favore dei rispettivi sistemi economici, rilanciando l’importanza della diplomazia economica, chiamata a difendere in modo sempre più attivo i nostri interessi”.
In quasi il 50% delle Ambasciate italiane lavorano al massimo 2 funzionari diplomatici e nel 23% dei casi ve ne presta servizio solo 1 e la situazione comparata fornisce anche in questi casi risultati analoghi. Ad esempio in Svezia, con cui l’Italia ha un interscambio bilaterale di circa 8 miliardi di euro e ha ricevuto investimenti esteri (IDE) che assicurano tra i 150.000 e i 200.000 posti di lavoro, la nostra Ambasciata ha 2 funzionari diplomatici, mentre la Francia ne ha 7, la Spagna 6 e la Germania 13.
Al riguardo il Presidente del SNDMAE, Francesco Saverio De Luigi, ha ripreso ancora i dati della perdita di dipendenti da parte della Farnesina: “Sono numeri piccoli a livello nazionale, ma dirimenti per la posizione dell’Italia nel mondo e per gli interessi delle imprese e dei cittadini”.
A suo avviso, oltre a mantenere il concorso diplomatico e allargare subito la relativa pianta organica, occorre procedere con almeno 1200 assunzioni di personale di ruolo non diplomatico e procedere senza ulteriori esitazioni, a una politica di formazione dedicata ed efficace in vista degli incarichi da svolgersi all’estero. “Un diplomatico inglese che venga trasferito in un Paese arabo passa un anno di previa formazione al Cairo: non possiamo sognare la luna, ma 3 mesi di formazione dedicata a Roma, prima della partenza, è un atto dovuto. Andare avanti come ora – ha concluso De Luigi – è inverosimile”. (gianluca zanella\ aise) 

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