L’IMMIGRAZIONE IN ITALIA NEL RAPPORTO OCSE-IDOS

L’IMMIGRAZIONE IN ITALIA NEL RAPPORTO OCSE-IDOS

ROMA\ aise\ - Una presenza che non pone solo problemi, ma assicura dei vantaggi, una consistenza in aumento e destinata ancora a crescere, una realtà lavorativa (dipendente e autonoma) in grado di favorire i rapporti con i paesi di origine, una dimensione multiculturale e multireligiosa che di per sé avvalora le ragioni della convivenza. Sono stati illustrati questa mattina a Roma i dati del Rapporto “Il fenomeno dell’immigrazione in Italia e le sue implicazioni internazionali” redatto da Idos per l’Ocse. La presentazione del rapporto che l’OCSE ha curato sulle prospettive delle migrazioni internazionali, ha offerto al Centro Studi e Ricerche IDOS di collocare i risultati delle sue ricerche nazionali nel contesto internazionale.
A presiedere l’incontro sono stati il giornalista tedesco Tobias Piller, presidente dell’Associazione Stampa Estera, e a coordinare i lavori il giornalista pakistano Ejaz Ahmad, quasi a rappresentare visivamente che la globalizzazione del fenomeno migratorio unisce l’Europa agli altri continenti.
Jonathan Chaloff dell’OCSE, nel riassumere gli aspetti più rilevanti del volume pubblicato a Parigi in inglese e francese sull’andamento riscontrato nei Paesi aderenti a questa Organizzazione, ha posto in evidenza che nel 2016 sono emigrati in questi Paesi, per risiedervi stabilmente, 4 milioni e 800 mila persone, un livello superiore a quello rilevato negli anni precedenti la grande crisi del 2008. Se mai ve ne fosse ancora bisogno, questo aumento sottolinea come le migrazioni costituiscano uno dei segni più caratteristici del mondo globalizzato, secondo le previsioni destinato a perdurare.
In uno scenario così delineato, Ugo Melchionda, presidente di IDOS, ha inserito le riflessioni sull’Italia, da considerare uno degli esempi più significativi del rapporto tra globalizzazione e migrazioni per diversi motivi.
Il deficit demografico italiano è così elevato, per cui la popolazione residente, pur nella continua diminuzione degli italiani (nel 2015, tra gli italiani, le morti sono prevalse sulle nascite di 228.000 unità), sono gli stranieri ad aumentare per nascite sul posto (72.000) e arrivo dall’estero (250.000). I nuovi arrivi sono avvenuti in prevalenza per motivi familiari e umanitari e meno per motivi di lavoro. Dall’inizio del secolo i cittadini stranieri sono cresciuti di oltre 3,5 milioni e lo faranno ancora: l’Istat ha previsto, tra il 2011 e il 2065, 18 milioni di ingressi dall’estero per mantenere inalterato il livello della popolazione a fronte del declino degli italiani, stranieri che arriveranno a incidere per un terzo sulla popolazione totale (attualmente l’incidenza è dell’8,3%).
Le ragioni demografiche si intrecciano con quelle lavorative, anche se il dinamismo risulta rallentato. I lavoratori stranieri occupati sono diventati 2.350.000, aumentati di 65.000 unità nel corso di un anno ma non in misura tale da ridimensionare sostanzialmente la massa dei disoccupati stranieri (450.000).
Anche i cittadini non comunitari sono diventati per lo più lungo soggiornanti (62,5), senza essere più costretti a lasciare l’Italia in caso di perdita del posto di lavoro. Ma non si tratta di una massa di assistiti, tenuto conto che è maggiore l’apporto che essi assicurano al sistema fiscale italiano rispetto alle spese pubbliche sostenute a loro favore: il bilancio è di 2,2 miliardi a favore dell’Italia.
Peraltro, diventa sempre più difficile una rigida suddivisione tra italiani e stranieri e sarebbe più corretto parlare di residenti di origine straniera. Si stima, infatti, che i cittadini italiani di origine straniera siano già oltre 1 milione e 150mila, dei quali 178.000 diventati tali nel 2015.
Un altro aspetto fortemente legato alla globalizzazione è la provenienza dai più diversi Paesi del mondo (più di quanto avvenga in altri Paesi europei), con un protagonismo differenziato sia nel mercato occupazionale (dove i romeni sono la prima collettività) sia nell’ambito delle 550.000 imprese a gestione immigrata, dove la prima collettività è quella marocchina e la seconda è quella cinese, mentre i romeni sono solo terzi.
Nel 2015, in ambito OCSE, sono stati 1 milione e 650mila i richiedenti asilo.
Anche l’Italia è stata fortemente caratterizzata da questi flussi. Tra i 153.000 sbarcati sulle sue coste, spesso salvati dall’intervento delle navi italiane e di quelle comunitarie dell’Agenzia del Frontex, sono stati in 83.540 a presentare domanda d’asilo. Tra i cittadini presenti in Italia in provenienza da Mali, Gambia, Somalia, Nigeria, Costa d’Avorio, Ghana e Burkina Faso, la maggior parte lo è per ragioni di protezione umanitaria.
I numeri.
Gli immigrati in Italia superano dal 2014 i 5 milioni ma, secondo le previsioni più accreditate, a metà secolo dovrebbero arrivare al doppio. Nel periodo 2011-2065, nello scenario centrale ipotizzato dall’Istat nelle sue proiezioni demografiche (quello più realistico), la dinamica naturale della popolazione italiana sarà negativa per 11,5 milioni (28,5 milioni di nascite contro 40 milioni di decessi) e quella migratoria sarà positiva per 12 milioni (17,9 milioni di ingressi contro 5,9 milioni di uscite), con un margine d’incertezza finale (tutto sommato contenuto) che varia di 1,5 milioni.
La popolazione residente straniera aumenterà di quasi 10 milioni, passando dai 4,6 milioni del 2011 a 14,1 milioni nel 2065. L’età media della popolazione italiana passerà da 43,5 anni a 49,7 anni.
L’incidenza degli ultra 65enni passerà dal 20,3% al 32-33%, toccando i 20 milioni; quella dei minori fino a 14 anni dal 14% al 12,7%.
La popolazione in età lavorativa (15-64 anni) passerà da un’incidenza del 65,7% a una del 54,5% e sarà pari a 33,5 milioni.
L’indice di dipendenza degli anziani di conseguenza passerà dal 30,9% al 59,4%.
Nuovi cittadini
I cittadini italiani per acquisizione, che erano solo 285.785 nel 2001, sono risultati 671.394 al Censimento del 2011, a questi si aggiungono i 65.383 che hanno acquisito la cittadinanza nel 2012, 100.712 nel 2013, 129.887 nel 2014 e 178.035 nel 2015. Si può calcolare che già 1 milione e 150mila cittadini italiani siano di origine straniera. Se continuerà il trend riscontrato nel 2014 e nel 2015, a metà secolo almeno 6 milioni di cittadini italiani residenti nel Paese saranno di origine straniera e influiranno per oltre il 10% sul totale.
Le collettività maggiormente protagoniste sono, da un lato, quelle di più antico insediamento in Italia: l’albanese (20,4% del totale) e la marocchina (18,4%). I membri di queste collettività sono stati i maggiori protagonisti dei flussi d’ingresso e dell’inserimento nel mercato occupazionale già negli anni ’90.
Nazionalità
Per quel che riguarda le singole nazionalità, e tenendo in considerazione non solo i cittadini di paesi terzi, ma anche i cittadini dell’Ue (entrambi conteggiati nelle liste anagrafiche), la nazionalità più numerosa è costituita dai rumeni, con 1.151.000 residenti (in crescita rispetto ai 1.133.000 dell’anno precedente), seguita da albanesi e marocchini in calo, a seguito dell’aumento delle acquisizioni di cittadinanza, con poco meno di 500.000 residenti ciascuno. Seguono cinesi e ucraini, attestati attorno ai 250.000 residenti (270.000 i primi e 230.000 i secondi) e infine, nell’ordine, indiani, moldavi, bangladesi e peruviani, con presenze variabili tra i 150.000 e i 100.000 residenti.
I permessi di soggiorno in vigore
I soggiornanti non comunitari con permesso di soggiorno in corso di validità (archivio del Ministero dell’Interno rivisto dall’Istat al 31 dicembre 2015) sono risultati 3.931.133 (2.000 in meno rispetto all’anno precedente), con una sostanziale compensazione tra i flussi di entrata e i flussi di uscita (cancellazione dall’archivio dei residenti per l’acquisizione della cittadinanza italiana). Il 59,5% dei cittadini non comunitari (2.338.435, di cui 241.000 come familiari a carico) è titolare di un permesso Ue di lungo soggiorno, che fruisce quindi del diritto a rimanere in Italia a tempo indeterminato indipendentemente dalla titolarità di un rapporto di lavoro in atto. Sono, invece, 1.592.698 i titolari di un permesso a tempo (il 39,5% del totale). Va precisato che la quota più rilevante dei minori è iscritta sul permesso di soggiorno dei genitori, mentre dal 2016 è stata generalizzata la pratica di concedere loro un permesso personale al compimento dei 14 anni.
Le principali nazionalità che compaiono tra i lungo soggiornanti sono quelle che costituiscono l’immigrazione tradizionale in Italia: Marocco, Albania e Tunisia. Ad essi si aggiungono Ucraina, Moldova e Perù da un lato, che rappresentano gruppi in cui prevale l’immigrazione femminile, e Senegal ed Egitto dall’altro, che mostrano percentuali di permessi per lungo soggiornanti superiori al 60%.
Le nazionalità di più vecchia immigrazione vedono prevalere i permessi di soggiorno rilasciati per motivi di famiglia: oltre il 62% tra gli albanesi, oltre il 55% tra i marocchini, il 48% tra gli ecuadoregni e il 45% tra gli srilankesi, contro il 26,7% degli ucraini, il 28,3% dei cittadini del Bangladesh e il 30% tra i cinesi.
La condizione occupazionale degli stranieri in Italia
Come nella media del contesto europeo, anche in Italia il mercato del lavoro mostra segnali di ripresa durante il 2015, che riguardano anche gli stranieri.
La crescita della manodopera straniera è ascrivibile soprattutto alla componente maschile (+51mila gli uomini e +14mila le donne) e coinvolge tutte le aree geografiche. Complessivamente, nel 2015, il numero di occupati stranieri raggiunge la cifra di 2.359.000 (1.289.000 uomini e 1.070.000 donne) con una crescita del 2,8% in un anno (65.000 unità). Il numero di disoccupati stranieri nel 2015 è pari a 456.000 unità (229.000 uomini e 227.000 donne), in calo di circa il 2% (10.000 unità) rispetto al 2014.
Le caratteristiche e la qualità dell’occupazione straniera in Italia
Gli occupati stranieri nel 2015 rappresentano il 10,5% del totale, concentrati soprattutto nel terziario e nei lavori manuali dequalificati.
Bilancio previdenziale e finanziario
Nel 2015 gli immigrati hanno versato 10,9 miliardi di euro alla previdenza pubblica italiana, di cui sono fruitori solo marginali. I 39.340 beneficiari non comunitari di pensioni contributive sono aumentati, rispetto al 2014, di 3.600 unità (erano 35.740), passando dallo 0,2% allo 0,3% del totale. Incidono invece per appena lo 0,3% sulle 14.299.048 pensioni di invalidità, vecchiaia e superstiti (quasi 20 volte meno rispetto all’incidenza dei non comunitari sulla popolazione complessiva: 5,8%).
Gli immigrati non comunitari usufruiscono maggiormente di prestazioni di tipo assistenziale, 52.737 (incrementate di 1.376 rispetto all’anno precedente, quando costituivano l’1,4% del totale). Confrontando le spese pubbliche sostenute per gli immigrati (14,7 miliardi) e gli introiti da loro assicurati all’erario (16,9 miliardi), risulta, secondo la Fondazione Moressa, un beneficio per l’Italia di 2,2 miliardi di euro così articolato: 6 miliardi di gettito fiscale e 10,9 miliardi di contributi previdenziali, contro 4 miliardi per sanità, 3,7 miliardi per scuola, 2,0 miliardi per giustizia e 3,1 miliardi per trasferimenti economici diretti.
Scuola e Università
Gli studenti stranieri iscritti nell’anno scolastico 2015/2016 sono 814.851, il 9,2% del totale degli iscritti, di cui il 54,7% nato in Italia. Gli studenti universitari stranieri in Italia nell’a.a. 2015/2016 sono stati, invece, 70.339 (il 4,3% di tutti gli iscritti). Infine tra gli studenti universitari stranieri si segnalano alcune preferenze: raggruppando, come ha fatto il Ministero dell’Università, i corsi di laurea in gruppi omogenei, emerge che il ramo preferito è quello linguistico, che raccoglie il 7,7% degli iscritti, seguito da architettura (6,6%) e da quello delle materie economico-statistiche (5,9%), dal gruppo ingegneria (5,6%) e da quello medico (5,1%).
Il contesto multireligioso
Tra gli immigrati venuti a stabilirsi in Italia i cristiani sono stati il 44,6%, nel 1991, il 45,2% nei primi anni Duemila e il 48,6% nel 2006. È nel 2007 (anno dell’ingresso della Romania nell’Ue) che la loro incidenza è diventata maggioritaria (52,7%), per arrivare oggi a sfiorare il 54%. Gli ortodossi attualmente incidono per quasi un terzo sul totale della presenza immigrata, una quota simile a quella dei musulmani, diminuiti nel 2015 di 14mila unità rispetto all’anno precedente; al contrario, gli induisti, i buddhisti, i seguaci di religioni tradizionali e gli agnostici sono aumentati. Queste variazioni, seppure di modesta entità, sono significative perché registrate nell’ambito di una popolazione straniera residente pressoché stabile a livello quantitativo (5 milioni e 14mila a fine 2014 e 5 milioni e 26mila a fine 2015). (aise)

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