RICONOSCERE LE DEBOLEZZE È LA CONDIZIONE PER APRIRSI A DIO

RICONOSCERE LE DEBOLEZZE È LA CONDIZIONE PER APRIRSI A DIO

ROMA\ aise\ - “Questi sono i grandi idoli: successo, potere e denaro. Sono le tentazioni di sempre!”. Così Papa Francesco che nell’udienza generale di questa mattina in Sala Nervi ha proseguito la catechesi sui Comandamenti con una nuova meditazione sull’idolatria.
Richiamata la pagina dell’Esodo sul popolo d’Israele che, nel deserto, stanco di aspettare Mosè nel frattempo salito sul Monte “per ricevere le istruzioni di Dio”, si costruì un vitello d’oro, il Santo Padre ha spiegato, innanzitutto, che il deserto “è un luogo dove regnano la precarietà e l’insicurezza - nel deserto non c’è nulla - dove mancano acqua, manca il cibo e manca il riparo. Il deserto è un’immagine della vita umana, la cui condizione è incerta e non possiede garanzie inviolabili. Questa insicurezza genera nell’uomo ansie primarie, che Gesù menziona nel Vangelo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Sono le ansie primarie. E il deserto provoca queste ansie”.
“E in quel deserto accade qualcosa che innesca l’idolatria”, cioè “Mosè tardava a scendere dal monte”, come riporta l’Esodo e la “la gente si è spazientita. Manca il punto di riferimento che era Mosè: il leader, il capo, la guida rassicurante, e ciò diventa insostenibile”, ha osservato Francesco. “Allora il popolo chiede un dio visibile – questo è il tranello nel quale cade il popolo - per potersi identificare e orientare. E dicono ad Aronne: “Fa’ per noi un dio che cammini alla nostra testa!”, “Facci un capo, facci un leader”. La natura umana, per sfuggire alla precarietà – la precarietà è il deserto - cerca una religione “fai-da-te”: se Dio non si fa vedere, - ha commentato – ci facciamo un dio su misura. “Davanti all’idolo non si rischia la possibilità di una chiamata che faccia uscire dalle proprie sicurezze, perché gli idoli “hanno bocca e non parlano”. Capiamo allora che l’idolo è un pretesto per porre se stessi al centro della realtà, nell’adorazione dell’opera delle proprie mani”. Aronne – ha proseguito Papa Francesco – non sa opporsi alla richiesta della gente e crea un vitello d’oro”.
Il vitello, ha spiegato il Papa, “aveva un senso duplice nel vicino oriente antico: da una parte rappresentava fecondità e abbondanza, e dall’altra energia e forza. Ma anzitutto è d’oro, perciò è simbolo di ricchezza, successo, potere e denaro. Questi sono i grandi idoli: successo, potere e denaro. Sono le tentazioni di sempre! Ecco che cos’è il vitello d’oro: il simbolo di tutti i desideri che danno l’illusione della libertà e invece schiavizzano, perché l’idolo sempre schiavizza. C’è il fascino e tu vai. Quel fascino del serpente, che guarda l’uccellino e l’uccellino rimane senza potersi muovere e il serpente lo prende. Aronne non ha saputo opporsi”.
“Ma tutto – ha quindi sottolineato il Papa – nasce dall’incapacità di confidare soprattutto in Dio, di riporre in Lui le nostre sicurezze, di lasciare che sia Lui a dare vera profondità ai desideri del nostro cuore. Questo permette di sostenere anche la debolezza, l’incertezza e la precarietà. Il riferimento a Dio ci fa forti nella debolezza, nell’incertezza e anche nella precarietà. Senza primato di Dio si cade facilmente nell’idolatria e ci si accontenta di misere rassicurazioni. Ma questa è una tentazione che noi leggiamo sempre nella Bibbia. E pensate bene questo: liberare il popolo dall’Egitto a Dio non è costato tanto lavoro; lo ha fatto con segni di potenza, di amore. Ma il grande lavoro di Dio è stato togliere l’Egitto dal cuore del popolo, cioè togliere l’idolatria dal cuore del popolo. E ancora Dio continua a lavorare per toglierla dai nostri cuori. Questo è il grande lavoro di Dio: togliere “quell’Egitto” che noi portiamo dentro, che è il fascino dell’idolatria”.
“Quando si accoglie il Dio di Gesù Cristo, che da ricco si è fatto povero per noi, si scopre allora che riconoscere la propria debolezza non è la disgrazia della vita umana, ma è la condizione per aprirsi a colui che è veramente forte. Allora, per la porta della debolezza entra la salvezza di Dio; è in forza della propria insufficienza – ha rimarcato Francesco – che l’uomo si apre alla paternità di Dio. La libertà dell’uomo nasce dal lasciare che il vero Dio sia l’unico Signore. E questo permette di accettare la propria fragilità e rifiutare gli idoli del nostro cuore”.
“Noi cristiani volgiamo lo sguardo a Cristo crocifisso, che è debole, disprezzato e spogliato di ogni possesso. Ma in Lui si rivela il volto del Dio vero, la gloria dell’amore e non quella dell’inganno luccicante. Isaia dice: “per le sue piaghe noi siamo stati guariti”. Siamo stati guariti proprio dalla debolezza di un uomo che era Dio, dalle sue piaghe. E dalle nostre debolezze possiamo aprirci alla salvezza di Dio. La nostra guarigione viene da Colui che si è fatto povero, che ha accolto il fallimento, che ha preso fino in fondo la nostra precarietà per riempirla di amore e di forza. Lui viene a rivelarci la paternità di Dio; in Cristo – ha concluso – la nostra fragilità non è più una maledizione, ma luogo di incontro con il Padre e sorgente di una nuova forza dall’alto”. (aise) 

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