MOSCA NEGLI ANNI OTTANTA VISTA DA UNA SCRITTRICE ITALIANA - DI ALESSANDRO PIAZZA

MOSCA NEGLI ANNI OTTANTA VISTA DA UNA SCRITTRICE ITALIANA - di Alessandro Piazza

MOSCA\ aise\ - “Che la Storia sia fatta dalle persone, dai loro amori, da quello che leggono, bevono e mangiano è un’affermazione ovvia ma veritiera. Banale non lo è, a maggior ragione se si parla di Russia e soprattutto della fase finale dell’Urss, gli anni Ottanta. Poco si conosceva in Occidente, e assai poco ancora si sa di quel mondo considerato lontano, diverso eppure a sole quattro ore di volo da Milano o da Roma. “Quell’anno a Mosca 1980-1981”, di Anna Roberti, pubblicato lo scorso luglio dalla Impremix Edizioni Visual Grafika di Torino, supera l’esame a pieni voti”. Così scrive Alessandro Piazza che ha intervistato Roberti per “Mosca oggi”.
“E lo fa a tre livelli. Primo, storico: è il periodo finale di Brezhnev, quello della dottrina della sovranità limitata, una frenata rispetto alle aperture di Chrushchev ma era un Paese che stava percorrendo la sua via indipendente rispetto all’Ovest ma lontana dai torbidi anni staliniani. La storia delle due protagoniste Maria, alter ego della scrittrice, definita l’ital’yanka e Trudy l’amerikanka, borsiste per quasi un anno presso l’Istituto di Lingua Russa A. S. Pushkin, riporta episodi di vita vissuta nella Capitale. Libere — addirittura Maria si sente più emancipata che in Italia — di girare per la città, fare acquisti, andare a teatro, incontrare i rispettivi morosi.
Nulla dell’immagine gotica di una città cupa e oppressiva cara a molti cronisti dell’epoca. C’erano delle regole, per esempio comunicare alle autorità eventuali viaggi o trasferte fuori Mosca, ma tutto si poteva: dal fare acquisti alle Berezka, le “betulline”, i negozi dove si poteva comprare in valuta, al passare la notte fuori dallo studentato o semplicemente girovagare per la città in libertà e, va sottolineato, come donne libere.
Anche l’assetto tematico del libro non è meno rigoroso: si parla della sessualità dei sovietici, non hippy isterica ma sicuramente più emancipata che in Occidente, o almeno in Italia, della contraccezione, del divorzio istituzionalizzato già dal 1917, dell’aborto e anche dell’omosessualità. Un mondo dove, magari a volte attraverso piccoli sotterfugi, si poteva fare un po’ tutto. Certo è che le due protagoniste e gli altri studenti borsisti avevano una vita privilegiata, anche uno stipend’ya equivalente a un buon salario di un cittadino sovietico dell’epoca. Ma non vivevano in un ghetto dorato precluso all’esterno, anzi le due ragazze fanno del tutto per vivere alla russa (l’avos’ka, l’inseparabile retina/sportina che tutti i russi portavano nel caso trovassero generi alimentari ambìti) e ci riescono a tal punto che l’addio non sarà facile. Maria decide di tornare da Mosca a Torino in treno e non con l’aereo per stemperare gradualmente il trauma del ritorno alla vita di sempre, ma non più come quella di prima.
In terzo luogo, forse l’aspetto più fresco del testo, c’è la struttura stilistica e narrativa di “Quell’anno a Mosca”.
Non è un romanzo a tesi e non si presenta come una cronaca arida e pseudo-sociologica. Il registro che domina l’intero racconto è quello della leggerezza, non come superficialità modello cartolina dal Vesuvio, ma come ironia con cui l’ital’yanka e l’amerikanka guardano questo mondo nuovo. Si tratta di un filtro espressivo che invece di estraniare il lettore – il testo è rivolto a un pubblico italiano – lo catapulta a Mosca senza nemmeno che se ne renda conto. Un esempio per tutti, a proposito delle notizie internazionali che ricevevano nell’Urss la narratrice commenta: “Sembrava che tutto il pianeta fosse alla vigilia di una rivoluzione proletaria, impossibile da arginare”. Non c’è nessun appesantimento militante, semmai della sottile satira. Maria/Anna ha le sue idee, sarebbe anomalo se così non fosse, e traspaiono chiare ma mai sovraccaricano la narrazione, non fanno saltare la pagina e venir voglia di darsi una pausa. È vero il contrario, le vicende delle due giovani donne stimolano il lettore a saperne di più sulla Russia e non solo di quel periodo.
Intelligente e divertente è, nel contesto della forma del romanzo, il linguaggio usato da Maria e Trudy, semplificato (“Voi già colazionato? Aspettate minutino, presso di me sorpresa!”) o primitivo (“Cosa successo? Io non capisco perché mensa non lavora in domenica”) per rendere il russo dei borsisti. L’effetto scenico e comico è travolgente.
Una leggerezza intelligente che anima anche le parole di Anna Roberti intervistata da Mosca Oggi.
D. Nostalgia, memoria o cos’altro ti hanno stimolato a scrivere di quegli anni?
R. Sono pochissimi oggi i Paesi che non esistono più, uno di questi è proprio l’URSS, di cui si sa ancora poco. Ho pensato anche, come ho scritto nella dedica iniziale, che il libro potesse interessare i giovani di oggi a scoprire quel mondo. C’è anche, ovvio, la componente nostalgica di un’esperienza fondamentale per una ragazza dell’epoca. Quasi un Bildungsroman fatto di persone e vicende vere.
D. A volte si ha l’impressione che ti sia divertita durante la stesura…
R. Sì, è vero a volte mentre scrivevo ridevo da sola. Per esempio il capitolo sulla profilassi e sull’igiene privata dove si parla delle peripezie per rendere la nostra vita pulita, tra cui anche la pratica dell’autofustigazione. In realtà non fu un dramma.
D. C’erano aspetti frustranti nella vita concreta da te descritta?
R. Uno sicuramente sì, quello della posta da inviare e ricevere. Ogni giorno, dopo le lezioni e il pranzo, gli studenti andavano in pellegrinaggio dalla dezhurnaya, la “responsabile del piano”, sul cui tavolo erano disposte in bell’ordine le missive appena arrivate e smistate con facilità al pian terreno: infatti i primi due numeri delle stanze indicavano il piano di appartenenza. Quando su una busta si leggeva il proprio nome, il cuore faceva un tuffo che in certi casi diventava carpiato a leggerne il mittente. A ognuno pareva, comunque, che ci fosse solo e sempre posta per gli altri e in effetti capitava di non ricevere nulla per un mese, poi tre o quattro lettere lo stesso giorno. Secondo alcuni, questo bizzarro sistema di recapito dipendeva dal fatto che tutta la corrispondenza era aperta e letta, cosa che a molti sembrava esagerata, oltre che poco economica.
D. La posta era controllata?
R. Con tutte le lettere che arrivavano e partivano, ci sarebbe stato bisogno di una seconda Armata Rossa per aprire tutte le buste, leggerle, richiuderle e smistarle!
D. Tu e Trudy parlavate davvero così?
R. Diciamo che ho trovato un escamotage linguistico per rendere in italiano il nostro russo maccheronico, eravamo studenti di ogni nazionalità e ognuno con un suo “russo” personalissimo.
D. Nella lista dei ringraziamenti compare anche Primo Levi…
R. Lo conoscevo e gli feci leggere alcuni capitoli separati della mia esperienza moscovita. Mi ha incoraggiato a farne un’opera compiuta. Spero, anche se in ritardo, di aver soddisfatto il suo desiderio.
D. Oggi spesso, a volte anche insensatamente, si parla di russofobia. Cosa ne pensi?
R. Penso che esista come forma di ignoranza di un Paese, di un popolo e della sua storia. Forse “Quell’anno a Mosca” può dare un contributo affinché si sia meno ignoranti”. (aise)

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