“RIFORMARE È OBBLIGATORIO. MA PER RIFORMARE BISOGNA ESISTERE”: INCONTRO CON MAURIZIO CANETTA DIRETTORE RSI – DI GIANGI CRETTI

“RIFORMARE È OBBLIGATORIO. MA PER RIFORMARE BISOGNA ESISTERE”: INCONTRO CON MAURIZIO CANETTA DIRETTORE RSI – di Giangi Cretti

ZURIGO\ aise\ - “Ospite della Camera di Commercio italiana per la Svizzera, grazie alla collaborazione di Pro Grigioni Italiano e di Pro Ticino, il Direttore della RSI, in due appuntamenti separati ha avuto l’occasione di incontrare esponenti del mondo italofono residente e attivi nel cantone economicamente più ricco e popoloso della Confederazione. Un incontro importante ed interessante per parlare di relazioni, di futuro con l’italianità, della lingua e della cultura italiana, ma anche dell’economia che parla italiano, dell’imprenditorialità, che ormai è italiana e svizzera, svizzera e italiana”. A moderare l’incontro è stato Giangi Cretti, che ha intervistato Canetta per “la Rivista”, mensile che dirige a Zurigo.
“Sotto la lente, gli argomenti che agitano il dibattito attorno alla votazione, prevista il prossimo 4 marzo, denominata ‘No Billag’, che sottopone alla decisione popolare l’abolizione del canone radiotelevisivo. Un’occasione, tra l’altro, anche per una simpatica rimpatriata: nell’incontro serale ad accogliere Canetta c’erano anche i componenti della redazione del Telegiornale di lingua italiana, all’epoca di stanza a Zurigo, nella quale Canetta ha iniziato la sua carriera professionale nel 1980. Un dialogo serrato e molto pacato quello con Canetta, il quale, come ovvio, è contrario all’iniziativa.
Merito del direttore RSI che ha saputo argomentare in modo convincente, un auditorio, che tendenzialmente sembrava condividere il parere di chi ritiene che Non Billag sia un’iniziativa da contrastare.
Confrontato con le ragioni principali ripetute da coloro che considerano il canone una tassa vessatoria, Canetta ha risposto punto su punto alle nostre sollecitazioni, che hanno preso abbrivio dal testo posto in votazione.
D. La modifica dell’articolo 93 della Costituzione, prevede, ai capoversi 3, 4, 5, che la Confederazione dovrà all’asta le concessioni per le emittenti radio e televisive, non sarà autorizzata a richiedere un canone né direttamente, né attraverso terzi, e, per giunta, non potrà sovvenzionare emittenti radiofoniche e televisive. In altre parole: fine dell’ente pubblico e fruizione gratuita per gli utenti. Stante questo possibile scenario per quale motivo dovremmo pagare il canone?
R. La domanda rappresenta uno dei temi chiavi in discussione. Nel 2014 la Svizzera ha votato con una maggioranza strettissima, la modifica della legge radio-tv, che prevede il passaggio a un sistema di percezione del canone per tutti i nuclei familiari. Perché? Perché viviamo in un paese di quattro lingue, di quattro culture. Un paese nel quale la costruzione del sistema radio-televisivo, e anche di altri sistemi, è basata sulla distribuzione del servizio al pubblico, a tutti, comprese le minoranze. I romanci non avrebbero neanche un secondo di radiotelevisione, se ci fosse una privatizzazione totale, perché non ci sono le dimensioni. Quindi, il principio del federalismo e della solidarietà tra le regioni è essenziale. Un principio che ritroviamo anche nel panorama mediatico svizzero: la collaborazione, la cooperazione, la costruzione fra privato e pubblico. Oggi esistono una radio- televisione SSR, finanziata soprattutto con il canone, e 34 radio e televisioni private che beneficiano di una quota del canone, che è stata aumentata recentemente dal 4 al 6 %. Anche questo è un modello che ha valore, oltre a quello che è scritto nella costituzione che impone a chi fa radio-televisione in Svizzera di tener conto degli interessi dei cantoni e delle regioni. Questo è un elemento essenziale in un paese di quattro lingue, di quattro culture, fatto di urbanizzazione e periferie, fatto di agricoltura, di montagna e di città. Inoltre, si deve tener conto degli interessi della stampa. Abolire il canone in realtà è uno specchio per le allodole, ma dietro c’è tutto questo. Queste sono le ragioni per cui penso che questa iniziativa sia anti-Svizzera, perché va contro dei principi di fondo, che permettono a questo paese di essere considerato la Willensnation, essere una nazione che ha scelto di essere tale salvaguardando e tutelando le proprie diversità.
D. Hai parlato di solidarietà, è vero. Prendiamo ad esempio la Svizzera italiana: genera un gettito che vale grosso modo il 4/5% delle entrate, e riceve di ritorno dal canone l’equivalente del 22%. Dal canto suo la Svizzera tedesca che genera un 75%, riceve il 43%. Resta il fatto che la signora Leuthard, poco prima della votazione in un modo che non sembra casuale, ha annunciato che nel 2019 il canone scenderà da 451 a 365: 1 franco al giorno. Bene, 86 franchi risparmiati. Ne possiamo dedurre che sin qui ne abbiamo pagati almeno 86 di troppo?
R. La decisione della Consigliera federale non è figlia della No Billag, ma della realtà. Discende dalla decisione, che risale al 2014 anche se troverà applicazione solo ora, che tutte le economie domestiche devono pagare il canone. Questo consente dei risparmi che potrebbero anche aumentare in futuro.
D. Il dettato costituzionale stabilisce che chi fa radiotelevisione deve tener conto della stampa. Gli editori della carta stampata vedono nella SSR una concorrente micidiale, che penalizza nella raccolta pubblicitaria oggi sempre più essenziale alla sopravvivenza della carta stampata.
R. È un tema sensibile ed importante. Evidentemente per gli editori, oggi, la pubblicità è decisiva. È un’illusione però che ridimensionando o cancellando la SSR, così come vuole l’iniziativa, poi quella pubblicità andrebbe a finire agli editori privati.
D. Chi sarebbero i beneficiari?
R. I grandi player internazionali (Google e Facebook intercettano da soli, il 50% della pubblicità internazionale che ammonta a 200 miliardi di dollari – ndr), o le televisioni internazionali, che hanno finestre importanti in Svizzera. In questo mondo vige la legge, e lo dimostrano i dati, che “the winner takes it all”. Quindi, dire che togliere l’SSR ridà fiato all’imprenditorialità e ai privati sul fronte pubblicitario è una pure illusione.
D. Che vantaggi hanno questi player a venire in Svizzera, benché sia un mercato piccolo?
R. Prendiamo NEtflix, che è un modello geniale di diffusione di contenuti video. In Svizzera oggi ha una penetrazione del 5%, quindi bassissima, ma è una questione di immagine, di universalità della presenza. Netflix si può permettere anche di perdere dei soldi in Svizzera, perché recupera su mercati enormi. Ci sono dei meccanismi in questo sistema, che purtroppo chi sostiene l’iniziativa non conosce e costruisce teorie un po’… casuali.
D. Al momento non si può che negare che SSR abbia una posizione di monopolio.
R. In Svizzera siamo grandi evidentemente, perché siamo un’azienda nazionale. La SSR dà lavoro a 6'000 persone direttamente, che raddoppiano per effetto dell’indotto. La grandezza in termini di dati e di presenza, rispetto al mercato svizzero crea problemi ed imbarazzi. È logico, tutte le grandi aziende hanno questo problema. Noi lo sappiamo, lo diciamo, lo diremo e lo faremo soprattutto. Questo è il nostro impegno. Il 4 marzo, se vince il No all’iniziativa, deve essere un punto di passaggio importante, perché dobbiamo riformare questa azienda. Non possiamo continuare ad essere totalmente presenti e giganti dappertutto. Noi stiamo già discutendo con gli editori sui limiti al nostro intervento nell’online, sul fatto che la SRR deve concentrarsi dove è forte: video, audio. Noi dobbiamo fare questo, dobbiamo riformare in chiave digitale. Questo costerà sicuramente dei posti di lavoro. Dovremo anche affrontare le conseguenze del nuovo tetto d’entrate di 1,2 miliardi imposto dal Consiglio federale, che comporta una perdita secca di 50 milioni. A quelli che dicono “si gonfia come una rana” faccio notare che tra il 2006 e 2017 abbiamo aumentato il personale della RSI dell’1,8%, e oggi garantiamo la stessa offerta radio- tv e un’offerta online. Questo significa che facciamo di più sostanzialmente con le stesse forze. Quindi il processo riformatore è obbligatorio. Ma per riformarsi bisogna esistere. Se io vado in un ristorante e trovo la pasta scotta, ho due strade: o faccio una petizione per far chiudere il ristorante, oppure dico al cuoco “per favore, me la cuoce meglio la prossima volta”.
D. Un’altra accusa è che siete degli spreconi: spendete un sacco di soldi laddove ci sarebbe un margine di risparmiare. L’esempio più diffuso è quello dei i commentatori sportivi: ne servono davvero due?
R. Il 60% dei costi di SSR è relativo al personale. Potrebbe essere vero che margini di risparmio, tagliando una telecamera qui, un co-commentatore là, da un punto di vista aritmetico ci potrebbero anche essere. Prendiamo l’esempio più diffuso: in RSI i nostri co-commentatori sono pagati massimo 400 franchi a sera, e alcuni di loro sono personalità di primo piano. Quindi costi infimi. I costi veri sono i diritti, la produzione. SSR investe 60 milioni per l’acquisto dei diritti sportivi. Si può discutere, ma l’incidenza dei costi per i co-commentatori o le riprese è pressoché nullo. Noi, poi, dobbiamo confrontarci con la concorrenza ed esserne all’altezza. Oggi il nostro concorrente principale sulle trasmissioni sportive è Sky.
D. Un recente sondaggio, dimostra che 70% dei giornalisti si dichiara di sinistra. Com’è possibile che riusciate a fornire un’informazione imparziale?
R. Imparziale mi sembra la conclusione alla quale si arriva utilizzando lo studio del Prof. Wirz che dice di non aver “mai scritto” “mai detto” nulla di tutto ciò. Dalla sua indagine emerge che i giornalisti di SSR e quelli della stampa privata, su una linea tra 1 (di sinistra) e 10 (di destra), si pongono attorno al 4,2, ovvero leggermente spostati a sinistra. Dice anche che più salgono di grado, più si spostano al centro. Se io vedo un poliziotto, posso presumere che sia tendenzialmente orientato a destra, questo non scalfisce assolutamente la mia fiducia nel lavoro che svolge. Noi abbiamo un mandato che dobbiamo rispettare. Se così non succede, ci sono delle istanze a cui si può ricorrere. In ogni caso, parliamone, discutiamone. Il nostro obiettivo è correggere gli errori laddove ci sono.
D. Voi sostenete che il testo in votazione è radicale. Ma anche voi lo siete affermando che questa votazione intende cancellare l’ente pubblico e che non esiste un piano B.
R. Ecco un altro dei grandi temi. Io dico sempre: leggiamo il testo dell’iniziativa. Cosa toglie e cosa prevede: aste per le concessioni, a fine 2018 scadono le concessioni esistenti, non si può percepire canone, non si può dare mandato per percepire canone, non si può sovvenzionare da parte della Confederazione un emittente radio-televisivo. Questo significa, a casa mia, la fine del servizio pubblico. Che cosa succederebbe se passasse l’iniziativa il 4 marzo? Si tenderà a non pagherà la Billag, anche se è obbligatoria fino a fine anno, perché uno pensa: ma come, ho votato contro e devo ancora pagare la fattura? Quindi crisi di liquidità. Chi investirebbe pubblicità in un’azienda in una difficoltà enorme? Ne deriva il calo delle entrate pubblicitarie. Le persone che dovessero ricevere un’offerta di lavoro qualunque, soprattutto a Zurigo dove c’è mercato, forse meno nella Svizzera italiana, la prima cosa che fanno è salutare “grazie e arrivederci”. Quindi è prevedibile uno smembramento dell’azienda. In un’azienda che perde il 75% delle proprie entrate, il 25% di pubblicità, da che cosa dipende? Dal successo dei programmi. Il quale sarebbe rovinato dalla perdita del 75% di entrate garantite dal canone. Quindi, nel caso l’iniziativa passasse, dal 5 marzo avremo un problema chiaro di liquidità, di personale, di investimenti pubblici. Il piano B indicato dagli iniziativisti, prevede che SRR, che è così brava e fa buoni programmi, possa concorrere alla gara d’asta e poi potrebbe fare pubblicità alla radio, raccogliendo 80 dei 150 milioni del mercato pubblicitario radiofonico. Se ciò avvenisse manderemmo a gambe all’aria metà dei privati. Detto da chi si profila come liberalizzatore, mi sembra fantastico. Inoltre, la SSR potrebbe fare pubblicità online. Stesso discorso, vorrebbe dire andare ad invadere pesantemente il campo dei privati. Detto da un privatizzatore, mi sembra eccezionale. E ancora, si dice, potreste vendere abbonamenti e raccogliere pubblicità. Anche in questo caso, se c’è una cosa che si riduce con gli abbonamenti, è l’audience, e la pubblicità cala di conseguenza. Infine, ed è la contraddizione più interessante dal punto di vista ideologico, si ammette che la Confederazione potrebbe finanziare alcune trasmissioni per le regioni periferiche. Detto da chi vuole la liberalizzazione totale attraverso l’iniziativa, è il massimo del paradosso. Una simile eventualità, sembra essere il presupposto per una TV di stato, perché se la Confederazione finanziasse un programma per il Canton Grigioni, ad esempio, immagino che vorrebbe anche che vada in onda come ritiene sia opportuno. Pensiamo alle informazioni di servizio. In un scambio su Facebook, viene chiesto “come la mettiamo con le informazioni stradali” oggi curate da Via Suisse e rilanciate dai canali radio dell’ente pubblico? La risposta sorpren- dente è stata: “non c’è problema, c’è google maps”. È fantastico, vuol dire che finanziamo posti di lavoro delocalizzati, probabilmente in Romania, e cancelliamo posti di lavoro in Svizzera. Sono esempi di incoerenza sia per quanto riguarda la conoscenza del mercato dei media sia da un punto di approccio ideologico.
D. Siete percepiti come arroganti. Lo dimostra il fatto che abbiate sottovalutato un’iniziativa che in fin dei conti nasce come un gioco annoiato di “quattro amici al bar”.
R. È vero, inizialmente i quattro giovanotti al bar avevano pensato di togliere una tassa sulla birra. Poi hanno optato per quella sulla tv. Avessero bevuto un’altra birra, magari ci avrebbero tolto i finanziamenti alle scuole pubbliche. Terza birra chissà che succedeva. A parte le battute… Noi in tantissimi anni di RSI, abbiamo certamente commesso degli errori, è importante dirlo, riconoscerlo. Uno di questi è stato quello di aver pensato fino a poco tempo fa che fare bene il nostro mestiere fosse sufficiente. Non abbiamo visto arrivare con adeguata attenzione ed anticipo, la necessità di condivisione che è esplosa con i social media, di ascolto e di dialogo, dicendo “ma noi facciamo bene il nostro. Cosa volete di più?”. Devo ammetterlo, questo atteggiamento ha portato a creare una certa distanza rispetto a cerchie, a persone, ad associazioni, alla società. Dobbiamo porvi rimedio, ma questo non significa che per non apparire arroganti dovremo essere semplicemente concessivi e fare la televisione che vorrebbero associazioni, partiti, ogni singola persona. Dobbiamo ascoltare, dobbiamo prendere in conto, dobbiamo elaborare, ma non credo che la presunzione di arroganza si cancelli con un atteggiamento volto alla supina concessione.
D. Questa iniziativa suona come, e pare voler intercettare la volontà di dare una lezione alla SSR. Come mai si è arrivati a questo punto?
R. Un motivo è quello. Una certa distanza è nata da questa presunzione: facciamo bene il nostro mestiere, non chiedeteci altro. In secondo luogo, credo che in Svizzera, ma non solo, l’elemento grandezza giochi un ruolo. La Svizzera è abbastanza diffuso l’atteggiamento di chi gode dell’insuccesso altrui. Tranne per Federer, che è trasversale, chi ha successo alimenta più antipatia che simpatia. Vedo gente che gode quando Lara Gut cade. Per Federer è diverso, lui è l’eccezione, è un grande. C’è anche un altro elemento chiaro, ossia la relazione con gli editori privati. È stata tempestosa, difficile, in modo particolare sull’online. Siamo intervenuti, qualcosa abbiamo fatto. Ci dicono che siamo dei brontosauri, ma dobbiamo regolare l’online e queste relazioni. Stiamo discutendo con gli editori per trovare dei terreni comuni su questi punti.
D. Una nota positiva vi arriva dai sondaggi. Quando la data della votazione è stata resa nota un primo rilevamento dava un 60% a favore dell’iniziativa e un 40% contrario. Oggi il rapporto sembra essere capovolto.
R. La cosa interessante dei sondaggi è che tutti, iniziativisti compresi, dicono aspettiamo il sondaggio dell’SSR che uscirà venerdì (nel frattempo è uscito e conferma la tendenza alla bocciatura della ‘No Billag’ – ndr). Be’, non è male. Vuol dire che tutti fanno sondaggi, ma l’autorevolezza l’aspettiamo dalla SSR. Me l’hanno detto. Penso che sia già un bel segnale. L’ultimo sondaggio ha una forte base scientifica interessante, con dei limiti perché c’è sempre un margine di errore del 4-5% in tutti i sondaggi. Molti altri sondaggi pubblicati precedentemente erano onestamente poco credibili in termini di campionatura, in termini di costruzione. I sondaggi rappresentano la fotografia di quello che è ritenuto oggi; tengo conto del fattore mascheramento, per cui la gente non dice sempre esattamente, se no non si sarebbe spiegato il voto sui minareti, non si sarebbe spiegato l’esito della votazione il 9 febbraio. Quando ha vinto Trump, in America leggevo che tutti dicevano “io non conoscevo nessuno che ha votato Trump, come ha fatto a vincere?”. Ci sono degli elementi soggettivi. Quindi i sondaggi, sicuramente meglio positivi che negativi, cerco di ignorarli. Continuo a lavorare, discutere, argomentare, rispondere ed ascoltare come se non esistessero”. (aise) 

Newsletter
Notiziario Flash
 Visualizza tutti gli articoli
Archivi