2020: AUGURI A TUTTI I LETTORI DELLA VOCE DI NEW YORK CHE, PERÒ, STA SOFFRENDO - DI STEFANO VACCARA

2020: AUGURI A TUTTI I LETTORI DELLA VOCE DI NEW YORK CHE, PERÒ, STA SOFFRENDO - di Stefano Vaccara

NEW YORK\ aise\ - “Alla vigilia del 2020, Capodanno che coincide anche con la fine del secondo decennio del XXI Secolo, invio i più calorosi auguri a tutti i lettori de La Voce di New York, così come a tutti i nostri collaboratori, sparsi nel mondo. Questa volta, a soli pochi mesi dal completamento del settimo anno di vita di questo giornale, vi devo anche comunicare notizie allarmanti sulla sua salute e quindi sul suo futuro”. Inizia così l’editoriale che Stefano Vaccara ha firmato e pubblicato sulla “Voce di New York” il 30 dicembre scorso.
“La Voce di New York non ce la fa più ad andare avanti senza adeguati mezzi economici. Finora ha resistito per gli enormi sacrifici di chi scrive queste righe e dei suoi collaboratori, ma così non potrà continuare. Dirigere un giornale indipendente, restando fedeli ai suoi valori fondanti, non è più possibile nella situazione in cui la Voce si trova da tempo.
Come penso sappiate, il giornale non prende e non ha mai ricevuto alcun contributo dal governo italiano. Le ragioni, oltre ai vari ostacoli legislativi per un giornale solo on line, sono legati soprattutto alla tutela della sua missione.
Ritengo che un giornale debba poter vivere soprattutto del contributo di chi lo legge. Ovviamente è nota a tutti la grande crisi che attraversa l’editoria, soprattutto quella indipendente dalle grandi proprietà. Un giornale di carta che si mantiene grazie a chi lo compra in edicola è ormai in estinzione, mentre, per le versioni in rete, si continua a credere che tutto debba essere gratis.
Per questo credo, anzi ormai ne sono convinto, che il futuro del giornalismo indipendente, quindi non di proprietà di grandi conglomerati editoriali o, peggio, di multinazionali con tutt’altri interessi che nell’editoria, debba essere fondato sulla struttura dell’organizzazione “non profit”. Almeno succede già così negli Stati Uniti e infatti gli esempi non mancano. Ovvero dove la “mission” del giornale, che è appunto quella di servire la comunità a cui ci si rivolge fornendo un’informazione onesta e credibile, possa essere svolta grazie al sostegno, e alle donazioni volontarie dei suoi lettori (secondo le proprie disponibilità) con il supporto anche di altre organizzazioni che servono la stessa comunità. Le grandi aziende private con interessi spesso distanti dall’editoria, potranno sempre sostenere un giornale di questo tipo attraverso la pubblicità o anche le sponsorizzazioni di determinate iniziative, ma senza che queste diventino il maggior contributo per il suo funzionamento: solo così si potrà evitare il condizionamento della sua Indipendenza.
La Voce di New York appartiene ad una corporation privata e chi scrive ne è sì il fondatore e ancora il suo direttore, ma è anche solo un azionista e non di maggioranza. Quindi la mia proposta di indirizzare il giornale verso il non profit per continuare la sua missione, senza svilirne i valori, resta ancora solo una proposta: le condizioni per mettere d’accordo gli azionisti di VNY Corp. infatti non sono state ancora trovate. Ci spero ancora ma i tempi, almeno per le capacità di resistenza di chi vi scrive queste righe, sono ampiamente scaduti.
Come avrete notato, da qualche mese la Voce ha diminuito le sue pubblicazioni e pur rimanendo attiva, a costo di enormi sacrifici, è ormai a meno della metà della sua produzione media giornaliera degli ultimi anni.
Nei piani della Voce per il futuro, si ritiene fondamentale il potenziamento, già iniziato, degli articoli anche in inglese, per espanderne ancor più la readership nella comunità degli appassionati d’Italia in America e non solo. Ma tutto questo ha bisogno di un minimo di risorse, e la Voce dovrà cambiare il suo attuale assetto societario per poter guarire dalla sua cronica “miseria” di mezzi che le ha impedito di affrontare in modo adeguato le sue sfide, crescere e rafforzarsi.
Scrivere queste righe mentre si aspetta di festeggiare il Capodanno, dopo quasi sette anni di entusiasmante e gratificante lavoro su La Voce, fa male al cuore. Eppure sento che sarebbe sbagliato e non onesto, come direttore, celare il mio stato d’animo su una realtà tanto vera quanto triste. La Voce sta rischiando di restare muta!
Questo giornale finora ha fatto miracoli: si è conquistato uno spazio importante nonostante i suoi scarsissimi mezzi, ma grazie alla bravura e alla solidità dei valori dei suoi collaboratori con cui ho il privilegio di lavorare, uno spazio importante (qualcuno dice il più autorevole) tra le pubblicazioni in italiano all’estero.
Dal Palazzo di Vetro dell’ONU, abbiamo potuto garantire ai nostri lettori un’informazione giusta proprio perché non condizionabile, sempre protetta dal Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti così come eticamente ispirata dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Il giornalismo indipendente alla fine è questo: scrivere interpretando la realtà per come la si vede in quel momento e non per servire gli interessi del padrone di turno.
Quindi, in questo capodanno 2019-20, siamo giunti per La Voce di New York ad un bivio a mio parere non più procrastinabile. Spero ancora di poter continuare ad esserne il direttore, ma solo se sarà possibile mettere chi ci lavora nelle condizioni di poter rispettare il rapporto di fiducia che questa Voce ha con i propri lettori, ovunque si trovino, in Italia come nel mondo.
A tutti voi e ai vostri cari, da New York i migliori auguri per un 2020 ancora e per sempre nel segno della Libertà e della Bellezza”. (aise) 

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