Anche l’Ancri si interroga sul caso whatsapp: bene il garante italiano e le istituzioni Ue

BRUXELLES\ aise\ - “A seguito dell’allarme suscitato dall’annuncio di WhatsApp che dall’8 febbraio sarebbero entrate in vigore nuove regole sulla privacy della piattaforma, insieme con il Generale Alessandro Butticé, delegato a rappresentare l’ANCRI anche presso gli organismi internazionali, ed il delegato Ancri per la sicurezza informatica, abbiamo assunto varie iniziative con l’Unione Europea e con il Garante italiano per la Privacy per manifestare la nostra preoccupazione e chiedere di fare chiarezza”. Lo ha scritto sulla pagina Facebook dell’ANCRI, l’Associazione Nazionale Insigniti dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, l’ex Prefetto di Pisa e già Questore di Roma e Firenze, Francesco Tagliente, nella sua qualità di delegato nazionale per i rapporti istituzionali.
“Tutti i nostri interlocutori sono stati molto cortesi e disponibili fornendo chiarimenti rassicuranti”, ha aggiunto. “L’autorità italiana per la Privacy ha portato la questione davanti all’European Data Protection Board (EDPB), il gruppo dei Garanti Europei, segnalando che l’informativa sul trattamento che verrà fatto dei dati personali "è poco chiara e intelligibile e deve essere valutata attentamente alla luce della disciplina europea in materia di privacy".
“WhatsApp, dopo aver confermato quello che aveva anticipato”, prosegue Tagliente, “e cioè che l’aggiornamento non influisce in alcun modo sulla privacy dei messaggi scambiati con amici o familiari, oggi fa anche sapere che l'8 febbraio nessun account sarà sospeso o eliminato, e che inviteranno gli utenti a rivedere l'informativa prima del 15 maggio, quando saranno disponibili le nuove opzioni business”.
“L’ANCRI è soddisfatta se ha potuto offrire un sia pur minimo contributo alla sensibilizzazione della autorità competenti e dell’opinione pubblica, nazionali ed europee, su questo delicato problema per la tutela dei dai personali dei cittadini. É anche molto fiera del fatto che il garante italiano per la privacy abbia agito in modo così celere e autorevole sul punto, perché – come sappiamo – sono in gioco nostri diritti e libertà fondamentali protetti dal GDPR, la regolazione europea in materia di protezione dei dati personali il cui padre fondatore è stato pure un italiano: il compianto Garante Europeo per la Protezione dei dati Giovanni Buttarelli”, ha concluso il prefetto.
Il Generale della Guardia di Finanza Pierpaolo Rossi, oggi consigliere del Servizio Giuridico della Commissione Europea, ed esperto di fiscalità internazionale e concorrenza, ha dichiarato all’Aise che “l’UE ancora una volta è avanti almeno nelle intenzioni: mi spiego - il digital markets act (DMA), cioè la proposta di regolamento della Commissione del 15 dicembre 2020, si prefigge tra l’altro lo scopo di favorire l’interoperabilità tra piattaforme e rivali. Facebook nel 2014 acquistò Whatsapp col consenso della Commissione europea, promettendo che non avrebbe integrato i dati, cosa che poi fece nel 2016 e fu sanzionata per questo. Adesso Facebook sta promuovendo Whatsapp come piattaforma commerciale, e quindi vuole utilizzare i dati, e chiede agli utilizzatori il loro consenso. Tutto ciò non è illegale né irrispettoso della privacy. A patto però che vi sia una disciplina come il DMA che permetta di controllare il rispetto dell’obbligo di lasciare l’utente libero di scegliere, e il divieto di ostacolare altre piattaforme dall’accesso allo sfruttamento commerciale delle informazioni raccolte. Quindi, in sostanza, la Commissione studia il problema già da anni ed è uscita con proposte tempestive per contrastare gli abusi possibili”.
Si può quindi dire che la questione che ha portato moltissimi utilizzatori di Whatsapp verso altre piattaforme, quali Telegram e Signal, sull’onda del timore di essere spiati da Facebook, è l’ulteriore dimostrazione della forza dell’Unione Europea e delle sue norme, come il GDPR, che sono all’avanguardia mondiale nella difesa dei diritti dei cittadini anche nei confronti dei giganti del WEB. L’Europa unita non è infatti solo quella degli “zero virgola”, come alcuni vorrebbero presentarla, ma un baluardo di difesa delle libertà dei cittadini, anche rispetto ai giganti del web, in un mondo in rapido cambiamento in cui il loro rispetto diventa sempre più un dettaglio.
Ce lo ha voluto ricordare anche l’ex Presidente di sezione del Tribunale dell’Unione Europea, Guido Berardis, al quale abbiamo voluto chiedere un parere in materia. “Nel diritto primario dell'Unione – ci ha detto - la Carta dei diritti fondamentali, all’articolo 8, dà un rilievo molto importante alla protezione dei dati a carattere personale, che veste di nobiltà le numerose regolamentazioni secondarie.
La stessa Corte di Giustizia ha avuto modo di occuparsi della protezione in questione e ha già dimostrato una grande sensibilità per questo gigantesco problema di società. Basti ricordare la sua giurisprudenza in materia di PNR (Passenger Name Record), di conservazione dei dati e di diritto all'oblio, in particolare nei celebri casi Google. Possiamo quindi dire con convinzione che la Corte sarà sempre l'ultimo bastione contro il quale si infrangerà ogni tentativo di violazione del diritto alla protezione dei dati personali”.
Alla stessa stregua, la Commissione europea resta un caposaldo del rispetto dei Trattati Ue, e andrebbe pubblicamente elogiata per la proposta parallela di regolamento Digital Services Act (DSA), che è ancora più ambiziosa, in quanto obbliga tutte le piattaforme digitali, fatta accezione per quelle di taglia minima, ad individuare e denunciare alle competenti autorità nazionali i rischi di lesione dei diritti fondamentali individuali, che possano derivare dai contenuti che sono ospitati sulle piattaforme. Disciplina che, una volta adottata, potrà permettere, ad esempio, di evitare la diffusione sistematica di fake news o messaggi che ispirano all’odio. Ed è un esempio nuovo, in quanto gli obblighi di regolamentazione sono a carico delle stesse piattaforme, ma il controllo finale spetterà alla pubblica autorità. (aise)