"AVIDI DEL MIRACOLO, IN ATTESA DELLA GRANDE EPIFANÌA" - DI FRANCESCO D’ARELLI

"AVIDI DEL MIRACOLO, IN ATTESA DELLA GRANDE EPIFANÌA" - di Francesco D’Arelli

MONTREAL\ aise\ - “Il Primo Re” di Matteo Rovere (2019) è un film magnifico, che giunge anche a Montréal, programmato dalla prestigiosa Cinémathèque Québécoise per lunedì 17 giugno prossimo in occasione della II edizione della rassegna “Fare Cinema”, organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con l’Italian Contemporary Film Festival

“Fare Cinema”, tra le principali azioni strategiche del piano di promozione integrata “Vivere ALL’Italiana”, è un progetto ideato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale con la finalità di promuovere all’estero, grazie alla rete diplomatico-consolare e degli Istituti Italiani di Cultura, la produzione cinematografica italiana di qualità. In collaborazione con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, “Fare Cinema” si avvale di una strategia pluriennale e della partecipazione di attori pubblici e privati dell’industria cinematografica italiana: in particolare, ANICA e Istituto Luce-Cinecittà.
“Il Primo Re” è un film talmente bello, “esteticamente perfetto, storicamente ben costruito – scrive Margherita Bordino in “Artribune” del 30 gennaio scorso –, e dalla fotografia spiazzante e reale firmata da Daniele Ciprì (…) che, dispiace ammetterlo, non sembra italiano. Affermazione banale ma inevitabile per spiegare che ci troviamo di fronte a un “nuovo” cinema, forse italico e giovane, che osa e anche tanto pur di non scadere nei normali e retorici prodotti cui siamo fin troppo abituati”.
“Il Primo Re” riconduce all’anno 753 a.C., lo stesso in cui il 21 aprile la tradizione vuole la fondazione di Roma a opera di Romolo: la città padrona e capitale del mondo che raggiunse il suo culmine con l’Impero, epoca in cui tutti gli imperatori concorsero alla crescita smisurata del suo splendore nel Mediterraneo e nelle terre prossime all’Oriente estremo. La storia de “Il Primo Re” racconta o rivela in verità la vita di un mito: “due fratelli gemelli, Alba Longa, un tradimento, un cerchio sacro, un segno degli dei. Abbiamo studiato – riferisce il regista Rovere – il racconto leggendario e il contesto, facendoci conquistare dallo strapotere della natura sulle esistenze umane: trenta o più tribù separate nel basso Lazio, e l’effetto dirompente di un uomo che porta una visione in grado di unificarle; una città che custodisce il fuoco, e il fuoco che incarna Dio. Così facendo il mito ha iniziato a muoversi sotto i nostri occhi, a interrogare dalla sua matrice più arcaica un nodo dell’Occidente, il nostro rapporto con il silenzio violento, inquietante, inquisitore di Dio”.
È un film che celebra per l’appunto il silenzio del divino, lo stesso silenzio infinito che anticipa il vagito sontuoso della nascita, una forza impercettibile nel rumore continuo e assillante dell’epoca attuale! Il destino di Roma nella storia dell’umanità fu imponente, sovrattutto per la sua forza civilizzatrice, disposizione altra se raffrontata a quella pervasiva dell’odierno impero dei consumi, siano essi finanza, denari o semplicemente beni materiali.
Roma fu anche l’erede naturale di Alessandro Magno (356-323 a.C.), che vide prima di chiunque altro l’Oriente più vicino. La pax romana recò così in Oriente, con anche i commerci, notizie sulle terre e i popoli occidentali dell’Eurasia, diffondendo ovunque l’armonia e l’uniformità d’espressione che solo Roma riuscì a dare alla cultura classica. L’eco della potenza di Roma s’irradiò in tutto l’Oriente, sino alla Cina, dove regnava l’altro grande impero della dinastia Han (III sec. a.C.-I sec. d.C.). Tanto che nel 97 d.C., come si legge nella “Storia degli Han orientali”, Gan Ying, eminente funzionario militare agli ordini del generale Ban Chao, fu verosimilmente inviato ad accertarsi della vastità dell’impero Da Qin, ossia delle propaggini più orientali dell’impero romano. Purtroppo, appena giunto nel Golfo Persico, i Parti dissuasero ad arte Gan Ying dal proseguire il suo viaggio, incoraggiandolo invece a riprendere la via del ritorno, causa le tante incertezze riservate dal mare. Fu certo un’occasione perduta e unica di precedere l’impresa di Marco Polo di alcune centinaia di anni. Tuttavia, anche la Cina era di casa a Roma, tant’è che importava a sua volta non solo la pregiatissima seta, ma pare anche bronzi. All’inizio del secolo scorso fu rinvenuto in un giardino di Roma, tra via Cavour e via Giovanni Lanza, un antico e meraviglioso vaso di bronzo cinese di stile “huai”, oggi conservato nella collezione Anders Hellström di Stoccolma e studiato da Birgit Vessberg, che pubblicò nel 1937 un articolo intitolato “Un bronze du style Houai, dècouvert à Rome” (The Museum of Far Eastern Antiquities Bulletin, IX, 1937, pp. 127-131). Di certo, questo cimelio dell’arte cinese arcaica giunse in Occidente all’epoca romana proprio per impreziosire la dimora di qualche patrizio, un vezzo molto diffuso tra i Romani agiati, come solevano ripetere Marco Tullio Cicerone (106 a.C.-43 a.C.) e lo stesso Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) nella sua “Naruralis historia”. Non solo ciò, perché anche le navi romane del lago di Nemi, portate alla luce da una mirabile impresa archeologica fra maggio 1929 e agosto 1931, recavano con sé due minuti frammenti di piastre di diverso spessore la cui lega risultò uguale a quella dei classici specchi cinesi di bronzo della dinastia Han (III sec. a.C.-I sec. d.C.), come si apprende nell’accuratissimo studio dell’ingegnere Guido Ucelli (“Le navi di Nemi”, Roma 1940). Insomma, Oriente e Occidente si tendevano sin da allora la mano in un generoso e illuminato scambio di cultura e civiltà. (francesco d’arelli*\aise)
* direttore Istituto Italiano di Cultura di Montreal


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