FAR SBARCARE I MIGRANTI DELLA “CAPTAIN MORGAN” AL LARGO DI MALTA: L’APPELLO DI OIM E UNHCR:

FAR SBARCARE I MIGRANTI DELLA “CAPTAIN MORGAN” AL LARGO DI MALTA: L’APPELLO DI OIM E UNHCR:

GINEVRA\ aise\ - L'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e l'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) hanno chiesto a Malta e ad altri Stati europei di accelerare gli sforzi per portare a terra e in sicurezza circa 160 rifugiati e migranti soccorsi in mare e che sono ancora al largo, a bordo di due navi della compagnia "Captain Morgan".
Un primo gruppo composto da 21 persone, per lo più famiglie, donne e bambini, era già stato evacuato e fatto sbarcare a Malta diversi giorni fa. Ma per OIM e UNHCR è importante che le persone ancora in mare siano portate anch’esse a terra il prima possibile, dato che sono rimaste a bordo della nave per circa due settimane - il periodo di quarantena standard per COVID-19 - senza che fosse loro fornita alcuna informazione chiara sulle tempistiche di sbarco. Non è accettabile lasciare le persone in mare più a lungo di quanto necessario, soprattutto in condizioni difficili e inadeguate.
Gli Stati del Mediterraneo sono stati in prima linea nell'accogliere i migranti arrivati via mare negli ultimi anni. I loro sforzi, e quelli delle navi di ricerca e salvataggio delle ONG, hanno evitato molte morti tragiche.
Tuttavia, l'UNHCR e l'OIM si sono dette profondamente preoccupate per le notizie secondo cui alcuni Stati avrebbero ignorato o ritardato le risposte alle richieste di soccorso, soprattutto a causa di una forte riduzione delle attività di ricerca e soccorso operate sia dagli Stati sia dalle ONG.
Ricordiamo agli Stati che secondo gli obblighi dettati dal diritto internazionale le persone in difficoltà vanno assistite immediatamente. Questi obblighi non possono essere sostituiti dall'offerta di carburante e di aiuti. Gli Stati devono fare ogni sforzo per soccorrere rapidamente le persone in difficoltà, poiché anche un ritardo di pochi minuti potrebbe fare la differenza tra la vita e la morte.
Le misure di sanità pubblica, come le quarantene obbligatorie e limitate nel tempo, lo screening medico e la distanza fisica devono essere applicate senza discriminazioni e nel rispetto del protocollo sanitario nazionale di riferimento. Gli Stati devono continuare a permettere lo sbarco delle persone soccorse in mare, cosi come indicato dal diritto internazionale marittimo, e devono garantire l'accesso all'asilo e all'assistenza umanitaria.
Le attività di accoglienza di alcuni Stati del Mediterraneo devono anche affrontare in questo momento le sfide poste dalle necessarie misure sanitarie messe in campo in risposta alla diffusione del COVID-19. Riconoscendo questa grave sfida, abbiamo offerto il nostro sostegno per garantire un'efficace e rapida gestione degli arrivi.
Le attività di sbarco tempestivo devono essere anche sostenute da una concreta solidarietà degli altri Stati europei attraverso un meccanismo di relocation rapido e programmato e - una volta che le condizioni lo permetteranno - attraverso una cooperazione efficace che possa permettere un ritorno nel Paese d'origine per coloro che non hanno bisogno di protezione internazionale.
È necessario, secondo i due enti internazionali, organizzare un sistema di relocation post-sbarco che sia programmato in anticipo e in modo chiaro se vogliamo finalmente uscire da un ciclo perpetuo di negoziati e di accordi ad hoc che mettono ulteriormente a rischio la vita e la salute delle persone. Il trasferimento di 17 persone organizzato ieri da Malta verso la Francia dimostra che - seguendo tutte le precauzioni e le misure necessarie per garantire la prevenzione di un'ulteriore trasmissione del virus - è possibile realizzare iniziative di solidarietà tra Stati anche durante questo periodo caratterizzato dalla diffusione del COVID-19.
L'OIM e l'UNHCR hanno inoltre ribadito inequivocabilmente che nessuna delle persone soccorse in mare deve essere riportata in Libia. Le sofferenze e i rischi anche mortali provocati dall'intensificarsi del conflitto, dalla detenzione arbitraria e dalle diffuse violazioni dei diritti umani, tra gli altri fattori, fanno sì che la Libia non possa essere considerato un luogo sicuro.
Il coinvolgimento diretto o indiretto degli Stati in operazioni volte a rimandare in Libia, attraverso imbarcazioni commerciali, i migranti o i rifugiati soccorsi in mare, può costituire una violazione del diritto internazionale. (aise) 

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