IL DESIGN (E LO STILE): MARCHIO DI FABBRICA DEL MADE IN ITALY – DI GIANGI CRETTI

IL DESIGN (E LO STILE): MARCHIO DI FABBRICA DEL MADE IN ITALY – di Giangi Cretti

ZURIGO\ aise\ - “L’espressione è abusata. Pertanto, per semplificazione, come talvolta accade, travisata. Molti gli attribuiscono il significato di trasfigurazione di uno schizzo stravagante, di un oggetto irrazionale, diverso dall’ordinario, che è poco fruibile, magari scomodo, sicuramente strano, di forte impatto estetico anche se spesso indecifrabile. Di converso, è una sorta di parola d’ordine, che sembra avere la capacità di trasformare, come per magia, prodotti comuni in oggetti di culto. Insomma: di fronte ad un oggetto inusuale, talvolta incomprensibile anche ad un’attenta analisi, il gergo comune utilizza la connotazione “di design”. Cosa sia veramente il design non è facile spiegarlo”. Così scrive Giangi Cretti nell’editoriale che apre il nuovo numero de “La rivista”, mensile che dirige a Zurigo.
“È certamente altro da un intreccio di linee anarchiche che si muovono verso direzioni inaspettate, generando dapprima stupore, o interdizione, e poi una forma di attrazione irrazionale, o repulsione incondizionata. In realtà, contiene il concetto di progettazione, racchiudendo in sé un orizzonte pressoché infinito. Che risponde alla volontà di “trovare una soluzione a”. Perché l’uomo, con la sua tensione evolutiva, continua a ricercare il miglioramento. In tal senso, design è anche antropologia culturale, poiché presuppone la comprensione di quali siano i bisogni delle persone, fornendo risposte che coniugano coscienza etica, sapienza tecnica, armonia estetica.
Ecco dunque che il design non esprime stravaganza, tratti inusuali, giochi liberi di forme e di pensieri, bensì l’elaborazione di un progetto, a partire da obiettivi preposti, calcoli, specifiche tecniche, conoscenza di mezzi per raggiungere precisi scopi, tesi al miglioramento ergonomico, funzionale e di utilizzo di un prodotto. È una disciplina complessa. Da non confondere con lo stile, a cui compete l’impatto, la presenza, in colori proporzioni e volumi, dell’oggetto. La comunicazione della sua funzionalità. Il design di un oggetto è la somma di molte componenti invisibili. Ne esplora il ciclo produttivo e il ciclo di vita, il packaging e il posizionamento di mercato, oltre ad altri molteplici aspetti tecnici, produttivi, commerciali. Lo stile ne è solo una delle componenti.
È il corpo esteriore che viene dato all’anima di un progetto. La coincidenza tra design e progettazione implica che ogni oggetto, che abbia alle spalle uno studio di fattibilità, tenda alla risoluzione dei problemi, abbia l’intento di migliorare un gesto quotidiano, voglia rendere la nostra vita più semplice e confortevole, ottimizzi i tempi di lavorazione e i materiali di costruzione, sia un oggetto di design. Se a ciò si aggiunge la cura per il dettaglio, la ricerca di una forma estetica, la sperimentazione su nuovi materiali e le emozioni che esso suscita ogni volta che lo si usa, tocca, guarda, si comprende perché il design, pur non essendo arte, non sia solo funzionalità, ma anche capacità di far vibrare le anime.
Ce lo conferma anche Gillo Dorfles, esemplare osservatore dei tempi nostri, dell’arte e della cultura italiane. Che ci ha lasciato in eredità una visione inglobante del design, rivelatrice di verità che appaiono sorprendentemente scontate, solamente quando ne assumiamo piena consapevolezza. Una visione che racconta della necessità che il design venga studiato anche fuori delle scuole specialistiche, perché alla base del nostro modo di vivere. Perché pervade, infatti, tutti gli ambiti della nostra vita e, come un sismografo, è in grado di registrare i cambiamenti in corso.
Attraverso il design, diceva Dorfles, è possibile infatti ricostruire i pensieri, i bisogni, i desideri, tutte le oscillazioni del gusto che attraversano la società. Ma non basta. Il design è soprattutto innovazione. Ne sono consapevoli per primi quegli imprenditori che sul design hanno costruito il tratto caratterizzante del loro brand. Attraverso il design, le imprese italiane hanno plasmato i propri prodotti ridefinendone il senso, connotandoli culturalmente, rendendoli differenti, rafforzando la loro competitività e allo stesso tempo arricchendo un immaginario positivo dell’Italia. Ed è anche grazie a questi prodotti “culturali” se il Made in Italy è oggi il terzo marchio più conosciuto, dopo Coca Cola e Visa.
Secondo Confindustria, nel 2022 i 31 mercati più avanzati importeranno dall’Italia 70 miliardi di euro di prodotti con contenuti di design italiano, con un aumento del 20% rispetto al 2016. Ed è proprio in questo clima culturale complessivo, che risiede l’unicità e l’irriproducibilità del nostro sistema del design. Proprio per la specificità di questo settore e il ruolo rilevante ricoperto per il Paese, Fondazione Symbola dal 2017 promuove uno studio sull’economia del design, concentrando la propria attenzione in particolare sul contributo che il settore fornisce all’economia italiana (ne riferiamo alle pagine 20 e seguenti).
È in Italia, infatti, che, secondo Symbola, possono incontrarsi compiutamente la tradizione artigianale e l’innovazione, la dimensione locale e il respiro internazionale, la qualità, la green economy e la bellezza. Il design, inteso come “cultura del progetto”, è uno dei migliori biglietti da visita che il nostro Paese può mostrare al mondo”. (aise) 

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