LA “PACE D’AQUISGRANA” DEL 21ESIMO SECOLO – DI STEFANO RUSSO

LA “PACE D’AQUISGRANA” DEL 21ESIMO SECOLO – di Stefano Russo

BERLINO\ aise\ - “L’antica “Aquisgranum”, il nome che le fu dato dagli antichi Romani, è una città al confine franco tedesco, situata nell’attuale Renania Settentrionale-Vestfalia. Aachen, in tedesco, ossia la nostra Aquisgrana, è famosa nella storia per essere stata la sede di ben quattro trattati di pace: nell’812 tra Franchi e Bizantini, nel 1668 tra Francia e Spagna (per la fine della cosiddetta guerra di devoluzione), nel 1748 ponendo fine alla Guerra di successione austriaca, e nel 1815 quando le principali potenze europee dell’epoca “ridisegnarono” la mappa del vecchio continente, restaurando di fatto l’Ancien régime dopo la Rivoluzione francese e la parentesi napoleonica. Dal 22 gennaio è di nuovo tornata agli onori della cronaca per la firma siglata tra la Cancelliera tedesca Angela Merkel (CDU) e il Presidente francese Emmanuel Macron (En Marche) che hanno sottoscritto un trattato di cooperazione franco-tedesca, ideale conseguente prosecuzione di quello cosiddetto dell’Eliseo che si era stretto lo stesso giorno di 56 anni fa (1963) fra l’allora Cancelliere Konrad Adenauer e il Presidente della Repubblica Charles de Gaulle”. Ne scrive Stefano Russo su “il Deutsch-Italia”, quotidiano online diretto a Berlino da Alessandro Brogani.
“Quello dei giorni nostri, di trattato, assume però un significato politico tutt’altro che conciliatorio, se visto in un’ottica europea. Al di là degli intenti generici proclamati come premessa ai 28 articoli che compongono il trattato, nei quali i due Paesi si dicono “impegnati ad approfondire la loro cooperazione in materia di politica europea al fine di promuovere l’unità, l’efficacia e la coesione dell’Europa, pur mantenendo questa cooperazione aperta a tutti gli Stati membri dell’Unione europea”, di fatto hanno sancito un’alleanza politico-economica e militare a due, determinando in modo autonomo le linee guida di un’Unione Europea che di “unito” sembra avere sempre meno man mano che passa il tempo.
Più in particolare, esaminando il testo, si evince che nel futuro dell’Europa gli altri Stati membri non esistono se non come subordinati alle scelte in materia di “politica estera, difesa, sicurezza interna ed estera, diplomazia, giustizia, polizia, politica energetica, ricerca, e per finire esportazione di armi” decise dai due “amici”. Già a partire dal primo articolo si comprende che l’intenzione è quella di dirigere l’economia: Germania e Francia “Si sforzano di ultimare il completamento del mercato unico e di costruire un’Unione competitiva basata su una solida base industriale, che serva da punto di partenza per la prosperità, promuovendo la convergenza economica, fiscale e sociale, nonché il carattere duraturo in tutte le sue dimensioni” (Sie bemühen sich um die Vollendung des Binnenmarkts, wirken auf eine wettbewerbsfähige, sich auf eine starke industrielle Basis stützende Union als Grundlage für Wohlstand hin und fördern so die wirtschaftliche, steuerliche und soziale Konvergenz sowie die Nachhaltigkeit in allen ihren Dimensionen). La domanda sul perché occorrerebbe nell’Unione “convergere” sui parametri economici, fiscali e sociali di Francia e Germania (e non su quelli, per esempio, di Spagna, Portogallo o Italia) rimane aperta.
E ancora all’articolo 3: “I due Stati stanno approfondendo la loro cooperazione in materia di politica estera, difesa, sicurezza esterna e interna e sviluppo, cercando al contempo di rafforzare la capacità di azione autonoma dell’Europa. Si consultano a vicenda al fine di definire posizioni comuni su qualsiasi decisione importante che riguardi i loro interessi comuni e di agire congiuntamente in tutti i casi in cui ciò sia possibile” (Beide Staaten vertiefen ihre Zusammenarbeit in Angelegenheiten der Außenpolitik, der Verteidigung, der äußeren und inneren Sicherheit und der Entwicklung und wirken zugleich auf eine Stärkung der Fähigkeit Europas hin, eigenständig zu handeln. Sie konsultieren einander mit dem Ziel, gemeinsame Standpunkte bei allen wichtigen Entscheidungen festzulegen, die ihre gemeinsamen Interessen berühren, und, wann immer möglich, gemeinsam zu handeln). In base a quale principio gli altri Paesi europei dovrebbero mai conformarsi a ciò che è ritenuto “importante” e di “interesse comune” dei due firmatari l’accordo?
Si potrebbe andare avanti a sottolineare la visione quantomeno singolare dell’idea di futuro in Europa che si ricava dai singoli punti di questo trattato, a partire dall’articolo 4 dove si mette fra le priorità l’esportazione di armi (la Germania e la Francia sono fra i maggiori produttori mondiali del settore) o, proseguendo, esaminando l’articolo 6, dove viene sancita la volontà di creare “un’unità comune per le operazioni di stabilizzazione di Paesi terzi”, fino ad arrivare al 20, dove si “promuove l’armonizzazione bilaterale della loro legislazione, in particolare nel campo del diritto commerciale”.
Quel che viene da commentare è il fatto che in un’Europa che oggettivamente fatica ad andare avanti, quest’asse franco-tedesco non aiuta di certo un’unione che in più di un’occasione si è rivelata essere ridotta a quella monetaria. La Francia, problemi dei gilet gialli a parte, non gode di buona salute economica, ma è la sola potenza nucleare europea dopo l’uscita della Gran Bretagna. E la Germania, se raggiungesse veramente quel 2 per cento del Pil in spese militari, come richiesto dagli Stati Uniti, diverrebbe il terzo Paese per budget militare (dopo Stati Uniti e Cina, e prima di Regno Unito, Russia, India e la stessa Francia). Dunque una stretta alleanza con il vicino francese potrebbe essere strategica da questo punto di vista, soprattutto perché la Repubblica tedesca aspira ad un posto fra le nazioni con diritto di veto nel consesso dell’Onu (cui non può aspirare in quanto nazione sconfitta durante il Secondo conflitto mondiale). La Germania, al contrario del Paese di Macron, invece è un gigante economico che esporta 100miliardi all’anno di merci verso la Francia (che al contrario manda merci dai vicini per soli 70miliardi).
Intanto, al vertice di Davos del “World Economic Forum”, il premier italiano Giuseppe Conte ha silurato l’asse franco-tedesco, bocciando la possibilità di un seggio permanente della Germania al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. “Parliamo tanto di ideali europei, ma poi bisogna essere coerenti, altrimenti non si è più credibili”, ha dichiarato. In effetti, quello del 22 gennaio sembra più che altro un “matrimonio d’interesse” reciproco, che più che mettersi nel solco della “pace d’Aquisgrana” ha tutta l’aria di una sorta di “Santa Alleanza” a due, con la Francia stavolta protagonista attiva, nell’Europa del 21esimo secolo”. (aise) 

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