L’IMPATTO PSICOLOGICO DELLA PANDEMIA SULLA SOCIETÀ: A COLLOQUIO CON DUE RICERCATORI ITALIANI A MONTREAL – DI FABRIZIO INTRAVAIA

L’IMPATTO PSICOLOGICO DELLA PANDEMIA SULLA SOCIETÀ: A COLLOQUIO CON DUE RICERCATORI ITALIANI A MONTREAL – di Fabrizio Intravaia

MONTREAL\ aise\ - “Paura, stress, angoscia, ansia, insicurezza, isolamento. La pandemia di coronavirus, oltre a seminare la morte in tutto il mondo ha creato anche numerosi problemi di ordine psicologico dai quali nessuna categoria della nostra società sembra essere immune. Insieme agli psicologici Diana Miconi, originaria di Udine, e Massimiliano Orri, nato ad Oristano, entrambi a Montréal dal 2017 per frequentare un Post dottorato presso il dipartimento di Psichiatria dell’Università McGill, abbiamo affrontato l’argomento per capire meglio quali sono i risvolti e per fornire qualche pista di soluzione.
Oltre alla loro attività professionale, Diana e Massimiliano partecipano anche al progetto “Si può dare di più”, creato da un gruppo di universitari italiani residenti a Montréal con l’obiettivo di aiutare le persone in difficoltà della nostra comunità”. Ad intervistare i due giovani ricercatori è stato Fabrizio Intravaia per il “Corriere italiano” che dirige a Montreal.
D. In questa situazione, quali sono le categorie più vulnerabili?
Massimiliano: “Sicuramente bambini e anziani ma anche le persone che hanno già dei problemi di salute mentale. Penso, in particolare, a quelle che lavorano a diretto contatto con i malati, infermieri e medici, i cui orari sono raddoppiati se non triplicati e che rischiano la loro salute essendo in contatto giornaliero con i malati”.
Diana: “Aggiungerei anche le persone a rischio di violenza domestica, ovvero chiunque in questo periodo di isolamento sociale vive in famiglie situazioni conflittuali che potrebbero sfociare nella violenza. Certi problemi potrebbero acuirsi”.
D. Che consigli possiamo dare ai bambini per vivere più serenamente tale situazione?
Massimiliano: “Penso che la prima cosa da fare da parte dei genitori sia di parlare con i propri figli, non mentirgli e spiegargli in qualche modo, secondo il loro livello di sviluppo e la loro età, cosa sta succedendo. I bambini osservano tutto ma interpretano un po’ male le situazioni. Bisogna cercare di essere chiari, di usare, ad esempio, parole semplici, di spiegare il perché non si può andare a visitare i nonni o i propri amici. Allo stesso tempo bisogna anche evitare che si ritrovino tutto il giorno davanti al computer. È importante che la loro routine sia sempre ben strutturata con il momento per fare i lavori scolastici, quello per andare fuori a giocare o a fare attività fisica; di non alterare i ritmi del sonno e di non esporli eccessivamente alle notizie che possono causare ansia”.
Diana: “Dipende dalle fasce di età ma ai bambini si possono fornire anche delle motivazioni attive e spiegare che certe rinunce servono proprio per proteggere la salute dei loro nonni o dei loro amici e che, comunque, possono continuare a tenere i contatti sociali attraverso l’impiego delle nuove tecnologie. Per i più piccoli vorrei menzionare l’importanza del gioco libero perché è il modo in cui i bambini iniziano ad elaborare le loro emozioni e può servire per dare sfogo alle loro preoccupazioni e ai loro pensieri.
Per gli adolescenti, invece, credo che la situazione sia un po’ diversa. Per loro è più difficile perché il loro compito, in un certo senso, è quello di “separarsi da casa”, di aprirsi al mondo. Quindi essere rinchiusi in casa può provocare dei problemi. Gli adolescenti sanno già cercare le informazioni. Allora diventa importante discuterne con loro e assicurarsi che sappiano valutar in modo critico quello che leggono, che si informino presso le fonti ufficiali. E poi dare loro anche un certo senso di controllo della situazione consigliandogli di trovare dei modi per dare sfogo alla loro creatività, di trovare delle cose da fare come, ad esempio, creare delle iniziative di solidarietà in modo da nutrire quel senso di indipendenza che hanno nonostante la pandemia”.
D. E per le persone anziane?
Massimiliano: “Per loro è un po’ più complicato per vari motivi. Per gli anziani, ad esempio, non è facile come per i giovani cercare le informazioni, sono meno a loro agio con le nuove tecnologie. Le loro capacità motorie sono ridotte e, in genere, hanno una loro routine ben definita. Quando questo viene a mancare, non possono, ad esempio, più uscire per andare a giocare a bingo, a bocce, a carte o a fare la loro passeggiata, possono diventare più depressi e, soffrire di più di solitudine. Sta, allora, ai figli, ai nipoti chiamare i genitori o i nonni, cercare di insegnare i vari modi di videocomunicare. Inoltre, non bisogna vergognarsi a chiedere aiuto ai vari servizi disponibili come quello delle banche alimentari od altro”
Diana: “Credo sia importante per gli anziani mantenere la routine: essere, nei limiti del possibile, attivi; dormire e mangiare regolarmente; continuare a fare tutti i piccoli gesti quotidiani come quelli relativi alla cura della propria persona; dedicarsi ai propri hobbies, alle attività ricreative e a mantenere i contatti con il resto della famiglia”.
Aggressività e violenza
Dopo aver affrontato i problemi relativi alle categorie più vulnerabili della nostra società, bambini e anziani, gli psicologi Diana Miconi e Massimiliano Orri affrontano il tema della violenza familiare. La pandemia non può e non deve essere uno “schermo” dietro al quale nascondersi per giustificare questo tipo di comportamenti. Ed inoltre, è vero che niente sarà più come prima?
D. L’isolamento o il confinamento possono aumentare l’aggressività nelle persone?
Massimiliano: “Come tutte le situazioni nuove, il fatto di ritrovarsi più ore, faccia a faccia, in famiglia, può creare sicuramente delle nuove dinamiche a cui bisogna adattarsi. Dipende anche dalle circostanze. Un conto è se si vive in quattro o più persone in uno spazio ristretto, in tal caso l’irritabilità può aumentare, e un conto è se ognuno ha un suo spazio a disposizione”.
Diana: “Volendo semplificare un po’ possiamo dividere i disturbi mentali in due categorie: quelli internalizzanti e quelli esternalizzanti. I primi sono quelli legati di più agli stati d’ansia. In questo caso l’ansia per il contagio, la paura di ammalarsi, per se stesso o per i propri cari; l’ansia dell’isolamento e del non poter fare le cose a cui siamo abituati.
Con i secondi, invece andiamo un po’ più verso l’aggressività e la violenza. Nei momenti di cambiamento sociale si registra sempre un aumento della violenza nella società che può prendere forme diverse. Assistiamo già ad una certa forma di discriminazione nei confronti di alcuni gruppi etnici come è stato il caso per quelli d’etnia cinese accusati di avere contribuito a diffondere la pandemia”.
D. In caso si verificassero fenomeni di violenza familiare cosa bisogna fare?
Diana: “La prima cosa è la sicurezza. Quindi, nonostante la pandemia, se in casa c’è una situazione di pericolo si esce. Ci sono dei servizi e delle risorse a disposizione”.
Massimiliano: “Sono d’accordo. Bisogna contattare i servizi a disposizione e non tollerare o spiegare gli episodi di violenza per il fatto che è si è in una situazione di pandemia. Questo non giustifica l’accettazione passiva della nervosità o dell’aggressività altrui.
È anche una questione di buon senso e di solidarietà sociale. La violenza – aggiungono i due psicologi – non è mai giustificabile, non è mai accettabile e deve essere sempre denunciata”.
D. Tutti dicono che “niente sarà più come prima”. Qual è il vostro parere?
Massimiliano: “L’impatto piscologico di questa situazione si misurerà soprattutto a lungo termine: l’angoscia, lo stress, le preoccupazioni per aver perso il lavoro, il confinamento, ci vorrà del tempo per analizzare tutto questo e capirne fino in fondo il vero impatto. Sia per l’immediato che per il futuro non bisogna comunque dimenticare che ci sono sempre diversi servizi e risorse a disposizione. Possiamo imparare tanto da questa situazione, possiamo migliorare le cose che andavano male e soprattutto imparare dalle tante iniziative di solidarietà che sono in atto”.
Diana: “Penso che dal punto di vista psicologico e medico bisogna mantenere un certo ottimismo perché fa anche bene alle difese immunitarie. Non bisogna essere troppo tragici. Certo, dobbiamo resistere. Ormai è chiaro a tutti che non si tratta di una cosa passeggera ma di un evento a lungo termine e quindi bisogna prepararsi psicologicamente anche a questo. Ma continuo ad essere positiva a dico a tutti di guardare alle tante iniziative solidali che sono nate o che stanno nascendo in questo periodo perché questo ci dà una certa speranza per il futuro””. (aise) 

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