MALGHE DI PORZUS: 75 ANNI DALL’ECCIDIO

MALGHE DI PORZUS: 75 ANNI DALL’ECCIDIO

UDINE\ aise\ - Il 7 febbraio ricorrevano i 75 anni dall’eccidio delle Malghe di Porzus, un evento che – per usare le parole del professor Tommaso Piffer, consulente storico dell’APO (Associazione Partigiani Osoppo), che il 2 febbraio ha firmato un lungo articolo dedicato alla vicenda sull’inserto “La Lettura” del Corriere della sera – è stato “il più grave scontro interno alla Resistenza italiana”.
18 i partigiani della brigata Osoppo massacrati dai gappisti del Partito comunista italiano. Tra questi, alcuni nomi “illustri”, come il carismatico comandante Francesco “Bolla” De Gregori (zio dell’omonimo cantautore) e Guido “Ermes” Pasolini, vent’anni, fratello del celebre Pierpaolo, che all’amato congiunto, negli anni successivi, avrebbe dedicato alcune struggenti poesie.
Un eccidio iniziato il 7 febbraio e proseguito nei giorni seguenti, maturato – sempre per citare il professor Piffer – “nel contesto di un acceso scontro ideologico e confinario tra le due maggiori organizzazioni partigiane che operavano sul confine orientale”.
Già, il confine orientale. Quel confine che tanto ha diviso (e in alcuni casi ancora divide) le opinioni di storici, politici e comuni cittadini, che non sempre sono stati in grado di osservare e giudicare con la dovuta obiettività di giudizio i fatti che, alla fine, hanno portato solo un immenso dolore e una grande tristezza. Solo nel 2012 il clima è cambiato, quando l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si recò a rendere omaggio alle vittime con una visita ufficiale e, per certi versi, inaspettata. Era la prima volta che un rappresentante di tale levatura si esponeva in modo tanto aperto per rompere il muro di silenzio che per tanti, troppi anni è stato edificato intorno a una vicenda ritenuta scomoda su troppi fronti. Le Malghe di Porzus, oggi, sono monumento nazionale e nel 2017, come segno di ulteriore distensione, per la prima volta anche l’ANPI ha partecipato all’annuale commemorazione.
Quella di quest’anno è stata per ovvie ragioni particolarmente sentita. Come ormai da tradizione, autorità civili, religiose e militari si sono radunate alle 10 in piazza a Faedis, comune di Udine, dove è stata deposta una corona di fiori al monumento ai caduti e dove sono intervenuti Claudio Zani, sindaco di Faedis, e Roberto Volpetti, presidente dell’APO.
“Ci possono essere diversità di vedute”, ha detto Zani, “ma prima di tutto, per rispetto verso chi oggi ricordiamo e verso tutti quelli che hanno partecipato alla lotta di Liberazione dal nazifascismo, è bene ricordarci sempre che ci è dato di esprimerle proprio grazie al loro sacrificio che ci ha consegnato un’Italia libera e una Costituzione democratica nemica di ogni totalitarismo”.
“Continueremo con questo lavoro incessante di memoria, di ricerca e di studio, così come abbiamo fatto in questi anni”, ha detto invece Roberto Volpetti, “crediamo di aver fatto il nostro dovere rendendo così onore ai nostri caduti osovani e in particolare a coloro che sono caduti alle Malghe”. “Ci interessa per amore di verità”, ha proseguito, “conoscere i vari risvolti della storia. Ci importa ancora di più che la rilettura della storia avvenga all’insegna del rispetto e, soprattutto, senza dare spazio all’odio”.
Tra i presenti nella folta schiera dei presenti in rispettoso silenzio, il presidente della Regione Massimiliano Fedriga e il vicepresidente Riccardo Riccardi. In prima fila, poi, la medaglia d’oro al valor militare – classe 1923 – Paola Del Din e, direttamente da Roma, Anna De Gregori, figlia del comandante Bolla, visibilmente commossa dal tanto affetto riservato alla figura del papà, di cui conserva pochi, dolci ricordi.
La commemorazione si è poi spostata nella chiesa di Canebola, paese a che sorge ai piedi del luogo dell’eccidio, al confine con la Slovenia. Qui, dopo la messa officiata dall’Arcivescovo Santo Marcianò, ordinario militare da poco rientrato dall’Iraq proprio per presenziare all’importante evento, sono stati molti gli interventi. Applausi a non finire per Paola Del Din, che senza mai perdere il suo senso dell’umorismo si è rivolta ai presenti dicendo “credo di aver fatto il mio dovere per mantenere vivo il ricordo. Se dovessi andare in pensione posso ritenermi soddisfatta”.
La parola poi al sindaco di Udine, Pietro Fontanini, e all’onorevole Debora Serracchiani, in rappresentanza per i parlamentari della Regione. È intervenuto anche Francesco Tessarolo, presidente della FIVL (Federazione italiana volontari della Libertà, di cui l’APO fa parte), ribadendo la necessità di mantenere vivo il ricordo e di fare tutto il possibile affinché il testimone venga passato ai giovani, che dovranno prendersi cura di una memoria che, altrimenti, rischia di andare dispersa.
I fatti di Porzus, ha detto Tessarolo, “costituiscono il patrimonio storico degli eventi che hanno dato vita alla nostra Repubblica, perché rappresentano una dimensione morale ed ideale che abbiamo il dovere di tenere sempre presente”. “Tutti noi”, ha aggiunto il presidente della FIVL, “dobbiamo essere consapevoli del valore formativo intrinseco di cerimonie come queste nei confronti delle nuove generazioni, solo così potremo uscire dall’indifferenza e dall’individualismo dilaganti”.
Quest’anno era presente anche una delegazione da Boves, paese in provincia di Cuneo medaglia d’oro alla Resistenza, che “vanta” il triste primato di essere stato il primo teatro di una rappresaglia tedesca dopo l’armistizio (le rappresaglie furono tre in tutto). A parlare il parroco don Bruno Mondino: “I fatti che in questi giorni commemoriamo ci riconducono al grande disorientamento che come italiani abbiamo sperimentato con il prolungarsi della seconda guerra mondiale. La drammaticità”, ha detto don Bruno, “è stata quella di ritrovarci del tutto impreparati con la guerra in casa, con lo Stato assente, trascinati in questa brutta avventura quasi inavvertitamente da ideologie bugiarde e disumane”.
Don Bruno ha poi ricordato quanto è stato fatto per tentare di rimarginare le sanguinose ferite lasciate aperte dalla guerra: a Boves, infatti, per la prima volta in Italia, nel 1983 è nata la Scuola di Pace, per “pensare a una geografia nuova, senza cortine di ferro” per “creare le basi per una politica che si rifiuta di usare le armi per garantire la pace, che prima di tutto rispetta e promuove la dignità e la libertà di ogni donna e di ogni uomo”.
Nel 2013, poi, per i settant’anni dall’eccidio, la “riconciliazione”: “Grazie a diversi aiuti”, ha raccontato don Bruno Mondino, “abbiamo individuato nella cittadina di Schondorf, a non molti chilometri da Monaco di Baviera, l’interlocutore giusto per avviare un percorso di amicizia e collaborazione. In questo paese, infatti, si trova la tomba di Joachim Peiper, il maggiore SS responsabile del primo eccidio di Boves”. Eccidio dove, tra gli altri, vennero martirizzati don Mario Ghibaudo e don Giuseppe Bernardi, la cui causa di beatificazione e in corso di valutazione presso la Santa Sede.
In conclusione, sono intervenuti il presidente della Regione Fedriga e il professore e storico dell’Università di Udine Andrea Zannini. Prima del termine, ancora una volta nella chiesa di Canebola sono risuonate le parole della Preghiera del Ribelle, scritta da beato Teresio Olivelli: Sui monti ventosi e nelle catacombe della città, dal fondo delle prigioni, noi ti preghiamo: sia in noi la pace che tu solo sai dare”. (gianluca zanella\ aise) 

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