“ORO ROSSO. FRAGOLE, POMODORI, MOLESTIE E SFRUTTAMENTO NEL MEDITERRANEO”: INTERVISTA A STEFANIA PRANDI – DI STELLA EMOLO

“ORO ROSSO. FRAGOLE, POMODORI, MOLESTIE E SFRUTTAMENTO NEL MEDITERRANEO”: INTERVISTA A STEFANIA PRANDI – di Stella Emolo

LUSSEMBURGO\ aise\ - “Mercoledì 2 ottobre alle ore 19 Time for Equality presenta in Lussemburgo il libro inchiesta “Oro Rosso” della giornalista e fotografa Stefania Prandi. Un reportage sulle donne che raccolgono e confezionano il cibo che arriva sulle nostre tavole. Il racconto si snoda in tre paesi affacciati sul mare Mediterraneo, Italia, Spagna e Marocco, tra i maggiori esportatori di ortaggi e frutta in Europa e nel mondo. Qui, le braccianti non solo sono pagate meno degli uomini e costrette a turni estenuanti, ma vengono molestate sessualmente, ricattate, subiscono violenze verbali, fisiche e stupri”. Ad intervistare Prandi è stata Stella Emolo per “Passaparola”, magazine diretto a Lussemburgo da Paola Cairo e Maria Grazia Galati.
“Nelle pagine, le vite delle molte lavoratrici che i media ignorano: la sopravvivenza quotidiana, la resistenza alla violenza, il coraggio delle denunce che, malgrado gli sforzi, cadono nel vuoto. Il libro è il risultato di un lavoro di inchiesta e documentazione durato più di due anni, con oltre centotrenta interviste a lavoratrici, sindacalisti e associazioni.
Noi di PassaParola, media partner dell’evento che si terrà presso Les Rotondes di Luxembourg, abbiamo intervistato l’autrice Stefania Prandi.
D. Italia, Spagna e Marocco, tre paesi affacciati sul mare Mediterraneo, tre paesi dove nella raccolta dell “oro rosso” é balzato ormai alle cronache il caporalato, lo sfruttamento di classe, ma dove tu nella tua inchiesta porti alla ribalta anche lo sfruttamento di genere. Da donna, quanto é stato difficile approcciarti a questo tuo reportage?
R. Per me è stato difficile approcciarmi al lavoro in quanto freelance, perché senza una redazione giornalistica che spesi inchieste lunghe e impegnative come questa, ogni volta si devono cercare grants e modi vari per riuscire a pagare le spese vive, che vanno dai trasporti, agli alloggi, ai traduttori sul posto, al lavoro di postproduzione. A un certo punto ho dovuto fare un crowdfunding, ad esempio. E c’è tutto il problema, sempre da freelance, di riuscire a pubblicare il materiale. In Italia, ma non solo, è quasi impossibile trovare degli interlocutori nelle redazioni, soprattutto se si è una giornalista donna e non si hanno contatti personali di un certo tipo. Inoltre siamo in un’epoca in cui i lavori della conoscenza come quelli della giornalista d’inchiesta e della fotografa faticano ad essere considerati lavori veri. Si pensa che chi si dedica alle inchieste lo debba fare per la gloria e che la giusta retribuzione economica sia un surplus. Peccato che senza una giusta paga non si possa vivere a meno di non essere ricche. Ormai il giornalismo sta diventando una professione elitaria da privilegiati, con tutte le conseguenze del caso. Gli americani stanno scrivendo molto di questo. Grazie alle redazioni tedesche di BuzzFeed Germania e Correctiv sono stata presa in considerazione nel modo corretto. Con la collega Pascale Mueller, con cui ho svolto una parte del lavoro, abbiamo vinto diversi premi giornalistici importanti nell’ultimo anno e questo per me è stato un grande attestato di stima. E in Italia ho trovato Settenove, una casa editrice che mi ha valorizzata.
D. Nel tuo libro ci sono donne ma ci sono anche tanti uomini, anche quelli che scelgono di stare dall’altra parte. E poi c’é tanta omertà. perché e a chi fa comodo tacere?
R. I datori di lavoro sanno di essere impuniti. Considerano le lavoratrici loro proprietà. Nei territori dove sono presenti certi fenomeni come quello dello sfruttamento della manodopera femminile nei campi, con gli abusi sessuali, c’è anche un atteggiamento diffuso di tolleranza, un senso di impunità per chi li commette. A rendere ancora più pesante il clima, il sessismo condiviso da uomini e donne, l’idea che siano le donne a cercarsela. È stato difficile condurre l’inchiesta a causa della mancanza di consapevolezza e dell’omertà diffusa. Spesso mi è stato consigliato, o meglio intimato, di lasciare perdere. La violenza sul lavoro, che include molestie sessuali, insulti, aggressioni fisiche, ricatti, fino al vero e proprio stupro, nei paesi del Mediterraneo sui quali mi sono concentrata perché sono tra i principali esportatori di verdura e frutta in Europa, è ancora tabù. Non è semplice da riconoscere e nominare per associazioni e sindacati, non viene considerata a dovere da chi ha il compito di esercitare la legge e quindi per le donne è quasi impossibile sperare di avere giustizia.
D. Dopo aver letto “Oro Rosso”, non sarà più possibile aprire una confezione di pomodori, fragole o qualsiasi altro frutto o ortaggio, senza pensare alle storie che si nascondono sotto l’imballaggio. Come possiamo noi nel nostro piccolo non alimentare l’oro rosso?
R. Il mio compito è stato quello di fare la giornalista e la fotografa e di scrivere un libro che sia preciso, verificato, comprensibile, interessante. Credo che la domanda “cosa possiamo fare?” sia necessario rivolgerla ai sindacalisti, ai politici, alle istituzioni, alla grande distribuzione, ai consumatori”. (aise) 

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