QUALE FUTURO PER L'AFGHANISTAN DOPO L'ACCORDO TRA STATI UNITI E TALEBANI? - DI FRANCESCA MANENTI E GIANMARCO SCORTECCI

QUALE FUTURO PER L

ROMA\ aise\ - Lo scorso 29 febbraio, Sati Uniti e talebani hanno concluso a Doha un accordo che dovrebbe porre termine alla guerra in Afghanistan, dopo 18 mesi di difficoltose negoziazioni interrotte a più riprese, e a distanza di sette giorni dall’ultima “riduzione delle violenze” concessa dal gruppo.
Il Rappresentante Speciale statunitense Zalmay Khalilzad e il co-fondatore dei Talebani, Mullah Abdul Ghani Baradar, hanno siglato l’intesa alla presenza degli alti rappresentati di Pakistan, India, Indonesia, Uzbekistan, Tajikistan e Turchia, nonché del Segretario di Sato americano, Mike Pompeo. Di contro, il grande assente era proprio il governo di Kabul, da sempre escluso dal dialogo per volontà talebana. Il Presidente Ashraf Ghani, recentemente riconfermato ai vertici dello Stato dai risultati delle ultime elezioni di novembre, ha accolto con titubanza gli esiti della firma e avrebbe preso le distanze da impegni presi da Washington su competenze specifiche delle autorità centrali afghane, quali la liberazione di circa 5000 prigionieri talebani.
La firma dell’accordo tra Stati Uniti e talebani rappresenta un decisivo punto di svolta per la situazione in Afghanistan dopo 18 anni di conflitto, ma potrebbe inaugurare una stagione di profonda incertezza che rischia di intrappolare il Paese in nuove spirali di instabilità interna. Sebbene abbia aperto la strada al termine del conflitto, il patto sembra essere stato il frutto della volontà politica dell’Amministrazione Trump di trovare una rapida exit strategy dal teatro afghano, con le elezioni presidenziali alle porte, più che di un effettivo cambiamento delle condizioni che hanno motivato le operazioni militari contro l’insorgenza fino a questo momento.
I pilastri dell’intesa, infatti, si limitano a delineare il perimetro di azione entro al quale si dovranno muovere le due controparti nei prossimi 14 mesi, senza alcuna garanzia della sostenibilità degli impegni presi nel breve-medio periodo.
Innanzitutto, il progressivo ridimensionamento della presenza internazionale (che dovrebbe concludersi entro la primavera del 2021) è stato negoziato come necessaria carta di scambio per accondiscendere ad una richiesta dei talebani, che consideravano il ritiro delle Forze straniere conditio sine qua non per arrivare ad un accordo, a prescindere dall’effetto che tale scelta potrebbe avere sulla tenuta degli apparati militari e di polizia di Kabul.
Nonostante i progressi registrati dalla missione NATO di addestramento e mentoring, le Afghan National Security Forces (ANSF) continuano a non essere completamente autonome nel garantire la sicurezza interna, sia per lacune capacitive sia per la disfunzionale gestione amministrativa attuata dal governo centrale (in primis nel pagamento degli stipendi) che demotiva lo stesso personale. I 14 mesi previsti dall’accordo per porre termine alla presenza dei contingenti stranieri difficilmente potranno essere sufficienti per colmare le difficoltà strutturali che ancora impediscono alle ANSF di essere il perno del sistema di sicurezza nazionale.
In secondo luogo, sebbene il ritiro dei contingenti sia legato al mantenimento da parte dei talebani degli impegni presi, non sono stati previsti dei meccanismi certi di monitoraggio con i quali misurare effettivamente il verificarsi delle condizioni richieste: l’interruzione di ogni legame con gruppi terroristici, primo fra tutti al-Qaeda, e il negoziato con le forze politiche afghane per arrivare ad una normalizzazione dei rapporti. L’evoluzione del contesto di insorgenza interna in questi ultimi 18 anni, infatti, ha reso particolarmente fluidi i rapporti tra talebani e i gruppi presenti sul territorio nazionale, i quali, per ragioni di opportunità, si sono spesso integrati nel tessuto sociale ed organizzativo talebano.
È il caso, per esempio, degli effettivi di al-Qaeda, per i quali l’insorgenza talebana ha rappresentato un luogo di rifugio in questi anni di parabola discendente della formazione di Zawahiri, o del network Haqqani, che è considerato gruppo terroristico da Washington ma il cui leader, Sirajuddin Haqqani, è attualmente il numero due della Shura di Quetta. Il bilanciamento di poteri all’interno del gruppo con gli Haqqani è stato fondamentale alla leadership politica talebana per scongiurare che la progressiva frammentazione conosciuta dal gruppo in seguito all’annuncio della morte del Mullah Omar portasse ad una perdita di efficacia e di capacità di controllo del territorio.
La rete capeggiata da Sirajuddin, infatti, non solo è risultata fondamentale per puntellare le province dell’est in un momento di espansione di Daesh in quell’area, ma anche per garantire ai talebani operativi, risorse e controllo dei traffici in entrata e in uscita dal Pakistan. Da sempre zoccolo duro dell’opposizione ad ogni dialogo con gli Stati Uniti, gli Haqqani sono ad oggi una parte indispensabile dell’equazione per ottenere l’effettiva interruzione delle ostilità sul terreno.
Non sembra casuale, infatti, che in occasione dell’ultimo scambio di prigionieri, organizzato dalla Casa Bianca come misura di confidence building in vista del raggiungimento dell’accordo, siano stati liberati proprio tre membri del network, tra cui Anas Haqqani, fratello minore di Sirajuddin. Inoltre, proprio Sirajuddin avrebbe portato avanti negli anni la stretta relazione con al-Qaeda intessuta dal padre, Jalaluddin Haqqani, favorendo l’integrazione degli operativi tra le fitte maglie dell’insorgenza afghana.
Appare quindi difficile immaginare come la leadership talebana possa prendere effettivamente le distanze dagli Haqqani e da al-Qaeda. Sembra invece più probabile che cercherà di esercitare un controllo quanto più capillare possibile sui propri effettivi sul terreno per scongiurare eventuali attacchi contro le forze straniere nel periodo di transizione, senza rinunciare però a rapporti strategici per la propria solidità.
L’incertezza più grande lasciata in eredità dall’intesa è legata al dialogo infra-afghano.
Adesso, legittimata dall’accordo con Washington, la Shura di Quetta può a tutti gli effetti tornare a presentarsi come un interlocutore politico al governo e alle altre componenti dello spettro politico nazionale. Per rispettare il patto con gli Stati Uniti, infatti, la leadership talebana dovrebbe ora farsi promotrice di un tavolo negoziale per arrivare ad un definitivo cessate il fuoco, in vista di un vero e proprio accordo di pace. Un simile tavolo, però, non solo vedrebbe i talebani sedersi inevitabilmente in una posizione di forza, ma, per la prima volta dal 2001, non contemplerebbe gli Stati Uniti come mazziere.
Questo processo, inoltre, giunge in un momento di particolare debolezza per lo spettro politico afghano, animato dalle tensioni politiche scaturite dall’annuncio dei risultati delle elezioni presidenziali di novembre, che hanno visto la riconferma di Ashraf Ghani alla guida del Paese.
Il rifiuto di Abdullah Abdullah di riconoscere la legittimità del voto e la volontà di costituire un governo alternativo a quello di Kabul, di fatto, hanno creato una spaccatura tra i principali gruppi di potere che rischiano ora di indebolire ulteriormente la già scarsa stabilità delle istituzioni civili. Questa frantumazione, infatti, non permette alla classe politica afghana di fare fronte comune per aumentare il proprio peso specifico nei confronti dei negoziatori talebani, evitando di andare in ordine sparso in un momento così delicato per la definizione di quello che dovrebbe essere il contesto post accordo di pace. Al contrario, il dialogo con la Shura di Quetta e la reintroduzione di esponenti talebani nei circoli legittimi potrebbe diventare ora uno strumento all’interno dei giochi di potere a Kabul. Da un lato, le opposizioni potrebbero cercare di cavalcare l’onda dell’entusiasmo generato dalla prospettiva di riconciliazione per dare una spallata al governo Ghani. Già lo scorso anno, i principali esponenti dei partiti e delle forze politiche afghane non coinvolte nel governo avevano preso parte ad un canale di dialogo con i talebani gestito dalla Russia e dall’Iran (e parallelo rispetto al processo gestito dagli Stati Uniti).
Dall’altro, l’attuale governo, fino ad ora escluso da ogni trattativa con i talebani, sembra del tutto intenzionato ad appellarsi alla legittimazione ricevuta dalle urne per intestarsi la gestione dell’eventuale processo di riconciliazione. Questo tiro alla fune porterebbe il negoziato infra-afghano ad una pericolosa situazione di stallo, in cui facilmente tornerebbe a contare più la forza espressa dai singoli e dai rispettivi gruppi di potere piuttosto che le posizioni politiche. Ciò non solo getterebbe nuovamente il Paese in un caos simile a quello vissuto all’inizio degli Anni ’90, ma rischierebbe di far saltare nuovamente il dialogo con la Shura di Quetta e di riaprire una stagione di nuova guerra civile, con pesanti ripercussioni sul difficile lavoro di State e Institutional building avviato nel corso dell’ultimo decennio. (francesca manenti*-gianmarco scortecci*\aise)
* Centro Studi Internazionali – Ce.S.I 

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