RIPENSARE LA RAPPRESENTANZA

Ripensare la rappresentanza

ROMA\ aise\ - Diritti civili e politici, cittadinanza, riforma degli organismi e voto all’estero: insomma, i diritti dei cittadini italiani all’estero. Questo il tema, complesso e variegato, al centro del terzo incontro preparatorio della IV assemblea plenaria della Conferenza Stato - Regioni - Pa – Cgie, aperta oggi pomeriggio dal segretario generale del Cgie, Michele Schiavone. Una complessità di temi affrontata dai diversi relatori invitati, parlamentari ed europarlamentari, costituzionalisti, rappresentanti delle regioni e, ovviamente, membri del Consiglio generale degli italiani all’estero.
Nel suo intervento introduttivo, Schiavone ha ricordato che “la Costituzione riconosce a tutti i cittadini diritti e doveri, senza distinguere i luoghi di residenza”. Sono poi le leggi ordinarie a “mettono in pratica” questi principi ed è quindi su questo fronte che occorre una “maggiore attenzione agli italiani all’estero” così da “garantire la loro inclusione alla vita del Paese”.
Ricordato che “gli iscritti all’Aire rappresentano il 10% della popolazione nazionale”, Schiavone ha ribadito che compito della IV plenaria sarà appunto quello di “aggiornare” le politiche loro indirizzate, o immaginando – amministrativamente parlando – la creazione della “ventunesima regione italiana”, oppure ricostituendo il Ministero per gli italiani nel mondo.
Da qui alla fine della legislatura si deve “ridisegnare l’architettura della rappresentanza” sia “nelle istituzioni nazionali, che in quelle transnazionali”, a cominciare dalla Bicamerale “leva propulsiva delle riforme”, e dalla “rappresentanza diretta” con le elezioni dei Comites da rinnovare entro quest’anno.
Sullo sfondo, il voto all’estero, eliminando “l’inversione dell’opzione” prevista nelle ultime consultazioni per i Comites nel 2015, e introducendo la sperimentazione del voto elettronico; e l’estensione del voto dall’estero anche per le amministrative. Caldo anche il fronte-cittadinanza, ha ricordato Schiavone, con la legge 91/92 da riformare, a cominciare dal riacquisto per le donne sposate prima del 48.
E poi la diplomazia: “i numeri dell’amministrazione all’estero sono insufficienti rispetto al numero dei cittadini”, quindi occorre “ripensare compiti, ruoli e funzioni della rete diplomatica. Non basta potenziare servizi, ma occorre prendere in considerazione l’istituzione di una regione transazionale o di un ministero per gli italiani all’estero”, ha ribadito concludendo Schiavone.
Moderati dalla giornalista Rai Perla Dipoppa – che ha voluto ricordare Franco Marini, morto oggi a 87 anni – sono quindi intervenuti il senatore Lucio Malan, responsabile per gli italiani all’estero di Forza Italia, e Piero Fassino, deputato Pd e presidente della Commissione Esteri della Camera.
“Ambizioso” il programma elencato da Schiavone, ha detto il senatore forzista, secondo cui, viste le emergenze in atto “non sarà facile occuparsi di tutto”, ma di qualcosa sì. “La cittadinanza alle donne sposate ante 48” per esempio, su cui si è detto disponibile ad intervenire. Il danno vero, per Malan, è stato prodotto dallo “sciagurato taglio dei parlamentari”, una “mossa demagogica”, basata su informazioni “false e infondate” grazie alla quale l’Italia è “al primo posto tra i Paesi che hanno meno parlamentari rispetto alla popolazione”. Particolarmente grave la situazione per l’estero con un meccanismo diventato “di fatto ferocemente maggioritario”, che vedrà, ad esempio, un senatore rappresentare un intero continente, a prescindere dal numero degli iscritti all’Aire. Quanto al voto, “quello postale non mi è mai stato simpatico perché non garantisce la segretezza, ma non mi piace neanche quello elettronico che ha tutti i difetti del voto postale” e in più pone la questione su “chi ha in mano il sistema che conta i voti” perché “ha in mano l’esito del voto”. Malan si è detto “preoccupato per il voto elettronico” perché “se si introduce per i Comites allora si introdurrà per le politiche”. Il senatore ha quindi concluso ricordando a sua volta Franco Marini che, ha detto, “ha presieduto il primo Senato con gli eletti all’estero” nel 2006.
Posto che “la rappresentanza è elemento fondamentale democrazia”, Piero Fassino ha convenuto sulla necessità di garantirla agli italiani all’estero “per consentire loro un rapporto organico con l’Italia”. Quello che immagina Fassino è “un sistema a rete” dove “eletti, comites, e Cgie, presto, mi auguro, affiancati dalla bicamerale”, avranno “ciascuno un ambito speciale di competenza”.
Certo, “la riduzione degli eletti all’estero è stata infelice”, perché “si alza troppo il rapporto tra eletto e cittadini da rappresentare”, per questo serve “un raccordo forte tra Comites ed eletti per facilitare il rapporto tra il parlamentare e il suo collegio”. La bicamerale, composta “per metà da eletti estero e per l’altra da eletti in Italia”, sarà il luogo di sintesi che coinvolgerà tutto il Parlamento. In questo senso serve “una riforma di Comites e Cgie” che li “renda adeguati a rappresentare i cittadini; più sono efficaci loro, più lo sarà il loro rapporto con gli eletti all’estero e la Bicamerale”.
Docente universitario a Salerno e costituzionalista, Marco Galdi ha esordito sostenendo che “è l’Italia che ha bisogno degli italiani all’estero e non viceversa”. Posto che “soltanto una visione miope potrebbe sottovalutare l’impatto” dei connazionali, è fondamentale “un ripensamento complessivo delle norme” perché sono “datate” e perché “il mondo è cambiato”.
Infatti, ha ricordato il docente, sia le leggi costituzionali che hanno modificato gli articoli 48 e 49 della Costituzione che la 459 che ha istituito il voto all’estero “hanno venti anni”; oggi “l’unità delle forze politiche sul voto all’estero non esiste più”; in più “la normativa di attuazione ha dato da subito molti problemi, tanto da far intervenire nel 2018 la Corte Costituzionale, l’emigrazione è riesplosa e si è ridotto il numero dei parlamentari”, un danno, quest’ultimo, “irrimediabile per la rappresentanza”. A fronte di questa situazione occorre “riflettere per guardare al futuro” a cominciare appunto dal voto, posto che la Consulta – chiamata in causa dal Tribunale di Venezia -con l’ordinanza n.63 del 27 marzo 2018 ha espresso “chiare perplessità sulla legittimità costituzionale della 459”, evidenziando “oggettive criticità” dell’effettività del voto all’estero e del rispetto dei principi libertà, segretezza e uguaglianza.
Il meccanismo del voto all’estero è da cambiare anche per Luigi Maria Vignali, direttore generale per gli italiani all’estero della Farnesina, che “da esecutore” ha sostenuto che “la situazione sembra essere giunta al limite: da gestore del voto non è possibile dover scontare ogni volta recriminazioni e lamentale, polemiche e strumentalizzazioni sul voto all’estero” che dovrebbe essere visto come “una grande espressione democratica” e invece è ogni elezione diventa “momento di recriminazione e di messa in discussione del voto stesso”.
“Servono risposte” anche perché “il sistema rischia di non reggere alla prova dei numeri: quando la 459 è stata approvata il corpo elettorale era la metà” rispetto ad ora con “quasi 5 milioni di elettori”, ma – e questo è il tasto dolente – “le stesse risorse, se non di meno rispetto al passato, e lo stesso personale”.
Dunque modificare la legge sul voto e, al tempo stesso, puntare sulla “rappresentanza territori”, cioè sui Comites. “Bisogna che il bacino di affluenza al voto aumenti: non è più rappresentanza se vota meno del 5% degli aventi diritto”, ha detto il Direttore generale riferendosi alle elezioni del 2015, le prime con l’inversione dell’opzione (se vuoi votare lo devi dire). Vignali ha quindi chiesto a tutti “un impegno, uno sforzo perché il bacino si ampli”, ricordando “la nuova mobilità e le nuove generazioni”.
Altro “nodo delicato” è quello dell’acquisizione della cittadinanza: “le richieste rischiano di esplodere, sono aumentate vertiginosamente in alcune aree, e le pratiche sono molto complesse da trattare”. Una mole di lavoro che “distoglie i servizi a chi è già cittadino italiano”. Anche qui, “le risorse sono quelle di sempre, il personale pure”, dunque “la legge è da rivedere”. Perché i cittadini devono poter contare su servizi efficienti: “i diritti di cittadinanza sono messi alla prova dalla capacità di dare servizi veloci e digitalizzati”, ha concluso Vignali. “Questo è un tema su cui investire”, su cui la “politica dovrà dare le risposte che noi tradurremo nella parte operativa”.
A chiudere la prima parte dei lavori è stato Paolo Borchia, europarlamentare della Lega e coordinatore della Lega nel Mondo, secondo cui “la riduzione del numero dei parlamentari ha prodotto nuove sfide”, di fronte alle quali “serve un nuovo approccio, paradigmi e idee nuove”. Di certo, vista l’estensione delle circoscrizioni, gli eletti “avranno bisogno della sponda di Cgie e Comites” in una “rappresentatività multilivello”. In questo senso, “serve un approccio diverso dei Comites”, cioè “proteso ad un maggior coinvolgimento delle comunità” tale da “legittimare il loro lavoro, valorizzare il loro ruolo e le loro prerogative”. Certo è, ha concluso Borchia, che “dovremo cercare di capire quale società ci aspetterà dopo il Covid: dobbiamo dare uno sguardo e delle risposte a questo futuro”. (m.cipollone\aise) 

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