TRA IL DIRE E IL FARE - DI PATRIZIA MOLTENI

Tra il dire e il fare - di Patrizia Molteni

PARIGI\ aise\ - ““Niente sarà più come prima”. L’abbiamo sperato – e scritto – anche noi, una voce tra le tante. Con questo si intendeva cambiare il nostro modus vivendi. Senza arrivare alla pur necessaria decrescita felice si pensava che la situazione incitasse tutti a mettere da parte individualismi e interessi personali per pensare all’Altro. Per dire: i gesti-barriera servono a me, ma proteggono soprattutto gli altri e se mi credo invincibile cerco almeno di non imporre il mio credo a chi mi sta intorno per scelta (parenti ed amici) o perché ci è costretto, persone che, non essendo smart, devono spostarsi per lavoro. Anche stavolta invece i supermercati sono stati svaligiati dai soliti individualisti di pasta, riso, farina e carta igienica. I provvistomani del primo confino hanno già finito le scorte? Dove saranno finite?”. Partono da qui le riflessioni che Patrizia Molteni affida all’ultimo editoriale dell’anno pubblicato su “Focus In”, magazine che dirige a Parigi.
“Tra un’onda e l’altra qualcosa è cambiato. In primavera si cercava di essere positivi, si cantava dai balconi, si applaudivano medici e infermieri, si trattavano commessi a cassieri come esseri umani.
È bastato il primo tana-liberi-tutti per ricominciare come prima del lockdown: strade affollate, gente senza mascherina, bar presi d’assalto, mezzi pubblici strapieni, vacanze nel proprio paese, ma tanto mare e tanti bagordi.
Alla primavera è seguito l’autunno con proteste, recriminazioni – per ora più forti in Italia – con brutti ceffi che hanno messo le città a ferro e fuoco. In Francia si sono aggiunti gli attentati terroristici, prima la decapitazione del professor Samuel Paty, cui rendiamo omaggio, poi Nizza, Lione… ci siamo quasi dimenticati i gilets jaunes che con meno seguito ma la stessa convinzione hanno continuato le manifestazioni, anche contro il confino. Dulcis in fundo, i fuori di testa, che dalla prima vague, sono usciti allo scoperto.
In queste ultime settimane, mi sembra che nessuna delle decisioni prese vada nel senso del “mai come prima”.
Che senso ha chiudere piccoli commerci e lasciare che milioni di bambini, genitori, insegnanti, animatori, commessi/e di supermercati e grandi magazzini affollino comunque i mezzi pubblici, peraltro non resi più frequenti quindi per definizione non sufficienti a far viaggiare gli utenti alla dovuta distanza? Un esempio per tutti, che mi sta particolarmente a cuore, quello delle librerie indipendenti, notoriamente e purtroppo mai prese d’assalto dalle folle. Al contrario dei librai che resistono alla chiusura, io non sono contraria al confino, se è per il bene di tutti e se si possono trovare modalità alternative (spedizioni, click & collect o quant’altro). Ma la soluzione di chiedere a grandi magazzini come la FNAC o ai supermercati di non vendere libri è ridicola. È diventata virale la foto di uno striscione che impedisce l’accesso alla sezione libri che dice oggi “VENTE DE LIVRES INTERDITE” sottotitolo: “conformement aux mesures gouvernementales en vigueur”. Toni da Inquisizione, da roghi di libri nella Germania nazista.
Cioè invece di far aprire le librerie indipendenti vietiamo la vendita di libri? Anni di campagne per la lettura rivolte a ragazzi e adulti vanno in fumo così. Naturalmente i tanti lettori convinti, per di più con un po’ più di tempo a disposizione, ai quali viene “vietato” di comprare libri ordineranno da Amazon, impoverendo ancor di più la vita reale, quella dei territori.
Siamo a fine anno, in un momento in cui abbiamo paura della terza ondata che a mo’ tsunami si abbatterà su di noi.
Cosa fare allora? Costruire muri contro lo tsunami, come può essere – e mi scuso dell’abbinamento fuori luogo – vietare la vendita di libri o identificare estremismo radicalizzato e religione? Oppure quello che ci può salvare è riuscire a costruire cose che siano in grado di cavalcare l’onda e non di esserne sopraffatti? Per esempio quella di inventarsi un’idea brillante, la petizione come quella di una nostra lettrice, Francesca De Carolis, che ha immaginato di eliminare il 2020. Per il momento firme non ne mancherebbero.
Accontentiamoci del fatto che il 31 dicembre è tra poche settimane. Anzi, ne approfittiamo per augurarvi buon 2021. Fusse che fusse…”. (aise) 

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