UN PROFILO UNITARIO IN UN CONTESTO DI DIVERSITÀ – DI GIANGI CRETTI

UN PROFILO UNITARIO IN UN CONTESTO DI DIVERSITÀ – di Giangi Cretti

ZURIGO\ aise\ - “Un istituto dove la complessità e la ricchezza sono date dalla convivenza di lingue e culture diverse che seguono un modello formativo intrecciato: da questo punto di vista il Romanisches Seminar dell’Università di Zurigo (RoSe nel gergo ormai comune, da qui il logo che lo contraddistingue a forma di rosa), che taglia il traguardo dei 125 anni, vanta un primato. Lì, si studiano e si approfondisce la conoscenza delle lingue romanze: italiano, francese, spagnolo, portoghese, rumeno, alcune loro varianti (brasiliano e catalano, ad esempio) senza dimenticare il romancio. Questo, in un contesto in cui la lingua ufficiale è il tedesco e l’inglese è ormai inevitabile in ambito accademico in quanto lingua franca tra gli studiosi di tutto il mondo. Dal 2017, con un mandato che si estende su 4 anni, è diretto dalla professoressa Tatiana Crivelli, che al RoSe ha studiato e, dopo varie esperienze maturate all’estero, ci è tornata nel 2003: dapprima come professoressa straordinaria, e, poi, dal 2010, come titolare della cattedra di letteratura italiana”. ad intervistare la docente è stato Giangi Cretti per “La Rivista”, mensile che dirige a Zurigo.
D. Un istituto unico con molte cattedre, possiamo sintetizzare così?
R. Sì, l’istituto è unico. Per ogni lingua, in funzione della grandezza, del grado di rappresentatività, ci sono una, nessuna o più cattedre. Per l’italiano sono quattro: due di linguistica e due di letteratura; per il francese sono ancora cinque; per lo spagnolo al momento sono tre; per il reto-romancio una. Per gli altri, per esempio il brasiliano, il portoghese-brasiliano, c’è una cattedra con un professore assistente, che non è stabile, ma c’è un’offerta continua di corsi. Tutte le altre lingue vengono offerte regolarmente, anche il rumeno, ma senza una cattedra vera e propria.
D. Come convivono le varie cattedre?
R. È una cosa piuttosto complessa. Al nostro interno, noi interagiamo bene, perché abbiamo questa radice comune. Ognuno può parlare la propria lingua e molto spesso questo avviene e ci si capisce. Spiegare la nostra esistenza verso l’esterno può creare qualche difficoltà, perché quando tu pensi ad un istituto, che ne so, di germanistica, immediatamente capisci che lì si studia letteratura tedesca. Lo stesso vale per quella di anglistica. Ci troviamo nella condizione di spiegare che, pur nella diversità, siamo un insieme omogeneo. … che è andato evolvendosi lungo 125 anni. Assolutamente. L’istituto si sviluppa lentamente, prima attraverso singoli professori che, all’inizio insegnavano più lingue, per esempio il francese e l’italiano, o lo spagnolo e l’italiano, ecc. Poi, piano piano, si afferma fino a costituire un’unità a sé stante. È a partire dalla fine degli anni ’60, che si verifica un’evoluzione rilevante, una specializzazione, poi una settorializzazione più marcata. … sotto il cappello di quella che era la Philosophische Fakultät Eins. Siamo ancora sotto il cappello della Philosophische Fakultät, che ha perso solo Eins, perché nel frattempo non c’è più quella che si chiamava Philosophische Fakultät Zwei.
D. Conseguenza della Riforma di Bologna?
R. La Riforma di Bologna è stata una riforma dell’ordinamento degli studi. In sostanza, si studiano comunque le stesse materie, ma in un altro modo. Quello che prima era un percorso di laurea mediamente di cinque anni, il cosiddetto Lizentiat, per seguire un modello che adesso è valido in tutta Europa, è stato diviso in un percorso di tre anni più due. I primi tre anni portano al Bachelor, gli altri due, in Italia a quella che chiamano specialistica, da noi al Master. Ora questo modello è già alla terza riforma, secondo me più incisiva di quelle che l’hanno preceduta, che nel prossimo semestre si tradurrà in una nuova modalità di studi. Prima si è trattato di riaggiustare un po’ i contenuti dello studio e di modificare la sequenza degli esami che, da finali, sono stati distribuiti lungo l’iter formativo al termine di ogni corso. Dal prossimo semestre, invece delle tre materie, una principale e due secondarie, che si studiavano sinora, se ne studieranno due: secondo il modello Major Minor, o Major and Minor, come li si vuole chiamare.
D. Quindi, per esempio, si viene a Zurigo per studiare italiano e francese?
R. Sì. Italiano e qualsiasi altra cosa della nostra Philosophische Fakultät, che va dalla storia dell’arte alla storia. Tutte le materie che non sono materie filologiche vengono insegnante in tedesco o, parzialmente, in inglese. Le materie filologiche invece in lingua.
D. Restiamo all’oggi, nell’Istituto come sono distribuiti gli studenti?
R. Tradizionalmente, la maggioranza studia francese, che è la lingua più rappresentata. Come secondi gruppi ci sono l’italiano e lo spagnolo, con sorti alterne. L’italiano, nell’ultimo semestre, ha avuto un po’ più iscritti dello spagnolo. In tutto, il Romanisches Seminar ha più di 700 studenti.
D. Quanti sono quelli che studiano italiano?
R. Circa 160 iscritti.
D. Qual è la tendenza?
R. È stabile. In generale lo studio delle lingue romanze, a Zurigo in modo ancor più marcato, è stato penalizzato dal fatto che ormai le persone tendono a studiare essenzialmente materie che sul mercato sono più immediatamente spendibili. Una tendenza che però non tocca solo noi, tocca un po’ tutto il mondo occidentale. L’italiano, comunque, regge bene: sono più o meno dieci anni che registriamo gli stessi numeri, considerando anche il fatto che questi dieci anni sono stati segnati dalla nascita di un percorso di studi di italiano all’Università della Svizzera Italiana.
D. Vista la tendenza di prediligere un percorso formativo che sia più immediatamente spendibile sul mercato del lavoro, qual è il senso dello studio di materie umanistiche allora?
R. Un senso importantissimo, fondamentale. È un’immediatezza apparente quella che ti fa dire, non so, se studi informatica avrai il lavoro, se studi letteratura italiana non ce lo avrai. Perché alla fine intanto le statistiche parlano chiaro: anche i nostri studenti trovano lavoro e lo trovano ad alto livello. L’unica differenza è nella tempistica: magari appena ti sei laureato ci metti un po’ di più, dopodiché però rientri nella media di tutti gli altri studenti e trovi lavori corrispondenti a quello che hai studiato. Inoltre si sviluppano delle competenze, negli studi letterari, adesso non sto parlando dell’italiano in modo specifico, che sono molto richieste sul mercato. Infatti sviluppi flessibilità, capacità critica, visione d’insieme, acquisisci competenze precise di decodifica del testo, ma anche di decodifica dei meccanismi con cui tu interagisci. È attraverso la parola che interagiamo. Quindi sai capire, sai valutare, sai essere critico, tutte qualità che davvero sono richieste nel mondo del lavoro. Poi ci sono ovviamente degli sbocchi privilegiati, per esempio l’insegnamento…
D. Infatti si è soliti pensare che se vai all’università a studiare lingue e letteratura, vuoi fare l’insegnante.
R. Sì, ma non è assolutamente così, non è la maggioranza sugli studenti che poi vanno e diventano insegnanti. Anche perché prevede un percorso di specializzazione ulteriore di carattere pedagogico didattico che devi compiere.
D. Chi frequenta i vostri corsi si limita esclusivamente ad apprendere nozioni e competenze o può fare anche ricerca?
R. Si comincia anche a fare ricerca. Adesso il percorso 3 (Bachelor) + 2 (Master) ha il vantaggio di permettere di facilitare la distinzione fra la formazione di base e la fase di approfondimento. La prima si consolida a livello di Bachelor. Qui la ricerca, soprattutto verso la fine, in ambito seminariale è circoscritta al fatto che i corsi che noi offriamo sono praticamente sempre frutto della ricerca che facciamo noi professori. A livello di Master, dove la scelta dei corsi è molto più libera e la partecipazione ai seminari è molto più attiva, ci si confronta con ricerche realizzate autonomamente. Che poi si concretizzano nella tesi. Salendo di grado, a livello di dottorato, il lavoro di ricerca è preponderante.
D. In che modo le nuove tecnologie influiscono sull’insegnamento e sull’apprendimento?
R. Ah, questo è un bellissimo tema, molto discusso adesso. Ci sono diverse possibilità. Noi introdurremo proprio il prossimo semestre un impiego molto particolare dei nuovi media. Abbiamo vinto, con un progetto, un credito strategico dell’università. Che finanzia tre progetti di questo tipo, e abbiamo organizzato un corso che entra nella categoria del cosiddetto blended learning, cioè una mescolanza tra insegnamento online e insegnamento in presenza, al quale prenderanno parte tutti…
D. Quindi l’insegnamento online è insegnamento a distanza?
R. Esatto. E tutti i primi semestri, cioè tutte le matricole, di qualsiasi disciplina del Romanische Seminar, frequenteranno questi due moduli: uno per la letteratura e uno per la linguistica.
D. Quindi, accanto all’home office abbiamo l’home school.
R. Esattamente, e la cosa interessante, torniamo al discorso di prima, l’unità e la diversità… Supponiamo che tu debba imparare delle basi di analisi narratologica, oppure delle basi di retorica: se studi in italiano fai un corso in italiano, se studi in francese fai un corso in francese. Se studi entrambe le materie ti trovi a seguire dei corsi ripetitivi. Utilizzando le nuove tecnologie, riusciamo ad elaborare strumenti didattici e metodi di insegnamento nuovi e moderni, che possano essere utilizzati dagli studenti di tutte le sezioni linguistiche. Si tratta ad esempio di video appositamente sottotitolati, che trattano quegli aspetti della ricerca letteraria che sono comuni per le varie lingue. In questo modo ottimizziamo le nostre risorse e permettiamo agli studenti di famigliarizzarsi anche con le altre lingue romanze, condividendo così un patrimonio di competenze linguistiche. Questo è uno strumento molto interessante per far interagire delle diversità, per tale ragione è un progetto pilota a cui tengo molto. Poi per la ricerca ci sono altre possibilità. Ti faccio un altro esempio concreto. Il semestre scorso ho organizzato un seminario che si chiamava “Intervista d’autore” e gli studenti che hanno partecipato hanno scelto, da un elenco di autori di lingua italiana e svizzera, persone che si sono messe a disposizione, collaborando. Li hanno scelti loro e poi hanno letto, ovviamente, le loro opere. Hanno preparato un’intervista su un tema o un libro e sono andati a realizzarla attraverso il loro cellulare. Quindi, abbiamo avuto delle lezioni introduttive in cui abbiamo spiegato la parte relativa alla struttura narrativa, abbiamo avuto ospiti che hanno spiegato cos’è lo storytelling, come si fa un’intervista, come si costruisce un discorso narrativo. Il compito non era esclusivamente di fare un’intervista, ma di narrare qualcosa, visto che per esempio dovevano tradurre in un’immagine il concetto principale uscito dalla conversazione. Abbiamo avuto un paio di lezioni tecniche di livello basilare, giusto le cose minime, per spiegare loro come usare il cellulare per queste interviste. Hanno costruito dei film, hanno prodotto anche tutta una serie di materiale testuale. Questo è un modo con cui puoi veramente far lavorare gli studenti, che tra l’altro s’impegnano, perché a loro piace molto utilizzare diversi strumenti. Acquisiscono competenze tecniche e al contempo imparano molto sulla narrazione: come la si costruisce, come la si sintetizza. Per esempio una cosa che attraverso il film diventa evidente è quanto lavoro tu fai e quanto devi poi selezionare. Questa è una cosa che su video è più evidente che non sulla carta, sulla parola scritta. Inoltre, per la ricerca in quanto tale, ci sono, per esempio, tutte le facilitazioni derivate dall’accesso rapido a banche-dati e a bibliografie. Ora, per vedere i manoscritti, molto spesso basta andare online e ce li hai riprodotti.
D. Un vantaggio non indifferente.
R. Sì, ci sono delle cose positive, ma anche quelle negative, e non sono minori. Spesso ti senti dire che qualcosa non c’è, perché non è in rete. Invece la fisicità del libro, la sua materialità, è parte del nostro studio. Studiare una carta, un manoscritto, prendere in mano un libro vuol dire capire delle cose che non puoi capire dalle riproduzioni. Questo incide profondamente sulle modalità di studio. Se io devo fare una bibliografia e non ho più l’abitudine di andare a prendere la rivista critica in mano, troverò quello che è disponibile in rete, e solo quello. Quindi provare a capire che c’è un passato, che non è tutto digitalizzato, ma che non per questo è morto. Le nostre sono discipline che hanno un paradigma cumulativo, quindi quello che viene dal passato lo portiamo con noi, non possiamo cancellarlo, perché c’è stata una nuova scoperta scientifica.
D. C’è un rischio di copia e incolla?
R. C’è, dobbiamo lavorare molto per chiarire soprattutto all’inizio cosa significa plagio, come vanno citate le fonti, su questo dobbiamo fare un lavoro di alfabetizzazione nell’uso del digitale, e poi di orientamento, come diceva molto bene Eco. Capire quali sono i luoghi in cui ci sono informazioni affidabili...
D. …la credibilità delle fonti…
R. Sì.
D. L’esperienza che voi maturate al RoSe la condividete con le cattedre delle altre università o è lasciato semplicemente alla buona volontà? All’iniziativa individuale?
R. È lasciato normalmente... non c’è un vero e proprio coordinamento. La speranza sarebbe quella. Qualcosa lo facciamo già, per esempio attraverso le videoconferenze. Il reto-romancio ha regolarmente dei corsi in videoconferenza con l’unica altra sede che è a Friburgo, però anche queste sono armi a doppio taglio. Da un lato coinvolgi, dall’altro prepari futuri tagli.
D. Piccolo passo indietro, dicevi prima che a livello di numero di studenti, di frequenza, malgrado sia noto che lo stato di salute dell’italiano in particolare alle scuole superiori non sia proprio così buono, negli ultimi dieci anni avete avuto stabilità…
R. Siamo stabili, sì. Sai, c’è una relazione particolare con le scuole. L’italiano che viene insegnato nelle scuole non determina direttamente il numero di studenti che abbiamo noi. Ovviamente studiare una lingua può essere dettato da vari motivi, ma non necessariamente tutti quelli che studiano italiano nella scuola dell’obbligo poi decidono di studiare italianistica. Però, certo che c’è una connessione, soprattutto per quanto riguarda i docenti: se nei licei tu non insegni l’italiano, non hai bisogno di docenti, quindi noi non avremmo le persone che vengono per formarsi.
D. Centoventicinque anni da celebrare, vuol dire anche una serie di iniziative. Quale obiettivo vi ponete?
R. La cifra è strana, ma qui si usa così. Quindi, non ti so spiegare perché i centoventicinque e non centocinquanta, ma tutti gli istituti fanno questo. L’obiettivo per me, in quanto direttrice, al momento, è quello di mostrare che facciamo delle cose con un profilo unitario, mantenendo però una diversità e questo è il chiodo su cui batto da quando dirigo l’Istituto, perché è proprio quella complessità che mi interessa mantenere, quindi più lingue, convivenza di culture, ma nello stesso tempo stare insieme, perché il problema vero adesso è che c’è una specie di tendenza ad appiattire tutto sull’inglese… che va bene per certi ambiti, va meno bene secondo me per l’approfondimento e la richiesta di complessità che c’è nell’università. Questo è anche un momento che vuole essere una vetrina delle cose che facciamo nella nostra università. Il programma l’ho costruito essenzialmente in primo luogo sulla base di cose che già organizziamo, introducendo alcune iniziative appositamente pensate per questo anniversario. Nella presentazione del programma lo scorso 19 marzo, abbiamo invitato una piccola sezione del coro dello Jugendchor della città di Zurigo, delle ragazze bravissime che cantano in tutte le lingue romanze, dal romancio ai dialetti, all’italiano, al francese, allo spagnolo, e abbiamo fatto delle brevi presentazioni di meno di tre minuti su quello che avremo poi fatto e faremo durante quest’anno. Era bellissimo sentire tante lingue, con appunto diverse persone, dallo studente al professore, tutti coinvolti. Veramente un bel momento, in cui forse riusciamo a cementare le cose che abbiamo in comune. L’università regolarmente dedica una giornata all’insegnamento, con delle manifestazioni, delle riflessioni e noi ogni tanto partecipiamo con dei piccoli eventi. Per l’occasione ho deciso di aprire per una settimana, dal 6 al 10 maggio, tutti i nostri corsi a chiunque volesse venire, con una tavola rotonda in cui riflettere proprio su questo di cui abbiamo discusso fin ora, l’insegnamento ieri, oggi e domani. Sempre sul programma delle iniziative, nella pausa estiva, e questa è una cosa a cui tengo molto, anche se è marginale rispetto alle cose di ricerca, ho pensato che sarebbe stato importante aprire Romanisches Seminar, non solo nel senso che la gente può venire da noi, ma che noi andiamo incontro alla città. Allora abbiamo organizzato, per l’italiano delle letture nelle case di risposo Oasi 1, 2, dove risiedono anziani di lingua e cultura italiana. Seguiranno la serata dedicata ai giovani ricercatori, che presenteranno i loro lavori di dottorato in forma teatrale. A tutto ciò si affianca un’iniziativa editoriale più tradizionale, una pubblicazione miscellanea sulla storia del Seminario. Il tutto culminerà nella grande festa conclusiva il 6 di dicembre per la quale è prevista una sorpresa.
D. Il vostro aggancio con il territorio si limita alla contingenza dettata dall’anniversario oppure…
R. Dipende. Come sai l’italiano ha un aggancio, siamo parte integrante di Zurigo in italiano, ma in generale direi che siamo parte della comunità italofona che a Zurigo è numerosa. Un po’ diversamente va per il francese, ma anche perché la comunità francese qui a Zurigo è strutturata diversamente, però so che ci sono collaborazioni con l’Alliance. Per le altre lingue è più difficile in ragione proprio della loro specificità.
Il programma di tutte le iniziative, che vedono protagoniste le varie lingue che animano l’Istituto è consultabile sul sito: www.rose.uzh.ch”. (aise) 

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