LA LINGUA ITALIANA E IL CINEMA: INTERVISTA AL DIRETTORE DELL’IIC DI CITTÀ DEL MESSICO MARIO MARICA

LA LINGUA ITALIANA E IL CINEMA: INTERVISTA AL DIRETTORE DELL’IIC DI CITTÀ DEL MESSICO MARIO MARICA

CITTÀ DEL MESSICO\ aise\ - “Ci siamo riuniti nei giorni scorsi con il Direttore dell'Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico, Marco Marica, a seguito dell'edizione 2017 della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, per commentare alcuni aspetti legati al titolo che il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale ha voluto dare quest'anno all'evento: “L’italiano al cinema, l’italiano nel cinema””. A pubblicare l’intervista a Marica è Massimo Barzizza su “Punto d’incontro”, portale online che dirige a Città del Messico.
D. Dott. Marica, ci potrebbe riassumere quali sono stati gli appuntamenti principali di questa edizione della Settimana della Lingua Italiana a Città del Messico?
R. Quest'anno siamo arrivati alla diciassettesima edizione della “Settimana”, una manifestazione che si svolge come sempre in moltissimi Paesi e per la quale ogni anno viene fissato un argomento specifico che, in questo caso, è stato l'italiano e il cinema. Abbiamo quindi pensato di organizzare eventi che avessero relazione con questi due assi, cosa che in questa occasione è stata abbastanza semplice. Per citare solo alcuni degli appuntamenti, abbiamo iniziato il programma di Città del Messico con il film “Il giovane favoloso” —di Mario Martone con Elio Germano—, uno dei pochi dedicati alla vita di Giacomo Leopardi, che ha il pregio di essere riuscito a trasmettere la poesia per mezzo della cinematografia. Durante la settimana, poi, Antonio Spanò, giovane regista italiano, è stato invitato dall'Istituto —che gli ha pagato il volo— a partecipare al festival DocsDF con lo stesso documentario che abbiamo proiettato nella nostra Aula Magna. Filippo La Porta, critico letterario e giornalista, ha parlato dell'uso dell'italiano nei film di Pier Paolo Pasolini, argomento molto interessante perché, come sappiamo, Pasolini è stato un innovatore nell'uso della lingua, sia nelle sue poesie che nei suoi romanzi. Cito ad esempio, “Ragazzi di vita” con un uso originalissimo del romanesco. I concerti per piano e tromba di Mauro Maur e Françoise de Clossey, marito e moglie, hanno voluto essere un omaggio al cinema del Bel Paese e alla sua musica. Spero che gli assistenti siano riusciti a cogliere l'importanza del legame che esiste tra l'italiano e il cinema, dovuto al fatto che il grande schermo, insieme alla televisione, è stato il principale veicolo di diffusione interna della nostra lingua nel dopoguerra. Fino all'epoca del fascismo, nei film si parlava in modo estremamente letterario, uno stile che, in realtà, non aveva una vera corrispondenza con la lingua parlata quotidianamente. Dal neorealismo in poi, invece, i dialoghi sono diventati linguisticamente reali, a volte dialettali, ma sempre colloquiali. Per questo, la settima arte è stata, ed è tuttora, un potente mezzo di propagazione dell'italiano attuale. Questo aspetto va particolarmente sottolineato essendo, la nostra, una lingua che ha una storia molto peculiare, dal momento che esiste, ma co-esiste anche con i dialetti e con una versione aulica che si usa in contesti scritti.
D. Crede che il cinema, oltre ad essere un fattore importante per la diffusione della lingua in Italia, possa essere sfruttato anche per divulgarla all'estero?
R. Sì, assolutamente. Noi nel nostro piccolo cerchiamo di farlo all'Istituto di Cultura facendo proiezioni di film in italiano con i sottotitoli.
D. Il bilinguismo che esiste nel Bel Paese, dove i dialetti convivono con la lingua “standard”, a volte, però, provoca problemi di comprensione fra gli stranieri.
R. Certo, questo è sicuramente un problema. La lingua, lo sappiamo, è un ente vivente, in costante evoluzione — motivo per il quale non credo che possa essere definita “standard” — e difficile da incasellare in strutture rigide. In questo senso, esistono espressioni dialettali che diventano “lingua" e —lo dico sebbene io sia romano— molto spesso si tratta di espressioni provenienti dalla capitale, proprio perché i principali centri di produzione si trovano lì. Altre parole, invece, rimangono a rango di dialetto, per cui non vengono comprese. Una volta entrate nell'uso comune interregionale, spesso queste espressioni vengono assorbite anche da chi studia l'italiano come lingua straniera, però si tratta chiaramente di un ostacolo in più per gli spettatori cinematografici non madrelingua. C'è da dire, però, che molto spesso negli stessi film italiani, quando il dialetto è molto stretto, si usa l'aiuto dei sottotitoli. Mi viene in mente, ad esempio, l'espressione romana “scialla”, una di quelle che si sono diffuse e tutti capiscono, che —utilizzata come titolo di un film di successo— non è stata sottotitolata perché è ormai entrata a far parte della lingua italiana “super-regionale”.
D. Da quattro o cinque anni la Settimana della Lingua Italiana nel Mondo viene abbinata ad aspetti dell'Italia che possono essere diffusi commercialmente all'estero. È successo anche quest'anno?
R. Sì, senz'altro. È una maniera per dare dei contenuti e un indirizzo a noi che siamo all'estero nella realizzazione degli eventi per la Settimana, con coerenza e consistenza. Chiaramente se ne approfitta anche per fare luce su aspetti della cultura italiana che hanno una ricaduta di tipo commerciale, turistico, e via dicendo. L'anno scorso il lemma era “italiano e design” ed era evidente il legame con la promozione di una delle nostre eccellenze.
D. La presenza del cinema italiano in Messico e nel mondo non è all'altezza di quella di altri Paesi europei, come ad esempio la Francia. A cosa è dovuto secondo lei?
R. Il fattore principale è quello della distribuzione, che è un business, per cui non mira a diffondere la cultura, ma a fare cassetta. Nel caso dei film statunitensi, questa attività commerciale è potentissima e riesce a imporre le produzioni nordamericane in molte nazioni del mondo. Questo è un problema nella stessa Italia e in Europa, tant'è che ci sono leggi dell'Ue a tutela della filmografia locale. Fuori dall'Europa, il cinema dello Stivale deve competere con questi i titani distributori dei film americani. Per quanto riguarda il cinema francese, esistono accordi promossi dai transalpini per portare il cinema prodotto in questo Paese a determinate sale. È un'azione molto incisiva portata avanti dalla Francia — e, devo dire, con più successo rispetto ad altri Paesi — che si basa su proposte di pacchetti, settimane o cicli per mezzo dei quali riescono a penetrare i diversi mercati. Esiste una forte volontà ed appoggio del governo francese da questo punto di vista. Nemmeno la Germania raggiunge un livello di coordinazione simile. Noi siamo abbastanza sprovvisti in questo senso, non abbiamo la capacità di entrare con la stessa forza nel circuito commerciale. I film che ce la fanno sono quelli che sono stati premiati — come “La grande bellezza”, per citarne uno —, ma come azione mirata paragonabile a quella della Francia in realtà nessun'altra nazione europea riesce ad ottenere gli stessi risultati”. (aise) 

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