DONNE E IMPRESA IN GERMANIA: STORIE A CONFRONTO IN UN INCONTRO ORGANIZZATO DAL COMITES DI BERLINO – DI ANGELA FIORE

DONNE E IMPRESA IN GERMANIA: STORIE A CONFRONTO IN UN INCONTRO ORGANIZZATO DAL COMITES DI BERLINO – di Angela Fiore

foto di Laura Sajeva - Comites Berlino

BERLINO\ aise\ - ““Un’Impresa da donne” è il titolo di un incontro organizzato dal Comites Berlino e tenutosi presso l’Ambasciata d’Italia lo scorso 18 giugno. Lo scopo della manifestazione era favorire lo scambio di esperienze e di informazioni sul tema dell’imprenditoria femminile in Germania, con particolare attenzione alle donne straniere che vogliano fare impresa. Alla discussione, moderata dalla giornalista Elisabetta Gaddoni (RBB Kulturradio e WDR Cosmo / Radio Colonia), hanno contribuito tre imprenditrici e alcune esperte del settore”. A scriverne è Angela Fiore su “ilMitte.com”, quotidiano online diretto a Berlino da Luisa Conti.
“I dati emersi e le esperienze che sono state discusse hanno dipinto un quadro variegato e interessante della situazione imprenditoriale femminile in Germania e in particolare a Berlino. Se da un lato sono stati demoliti alcuni stereotipi sull’argomento, dall’altro si sono analizzate situazioni che hanno ampi margini di miglioramento, e si sono evidenziate iniziative e possibilità per le donne straniere di affermare i propri progetti imprenditoriali, anche con l’aiuto delle istituzioni.
Ad aprire la discussione è stato il contributo di Pakize Schuchert Güler (della Hochschule für Wirtschaft und Recht di Berlino), che ha presentato alcuni dati per contestualizzare l’argomento.
La Germania presenta percentuali più basse di molti altri paesi occidentali in quanto a posizioni dirigenziali affidate alle donne, occupazione femminile a tempo pieno e percentuale di imprese fondate da donne. Nella vivace scena delle startup le cose non vanno meglio: solo l’8% è fondato da donne. Quando si parla di gender bias nell’ambiente professionale tedesco, si fa spesso riferimento al cosiddetto “fenomeno Thomas”: se si considerano tutti i ruoli dirigenziali in Germania, gli uomini di nome Thomas o Michael superano nel numero l’intera presenza femminile.
È evidente che questa situazione richiede prima di tutto un cambiamento di attitudine e un nuovo modo di concepire l’imprenditoria. A questo scopo sono nati fra il 2011 e il 2013 dei programmi di mentoring cross-culturale per le piccole e medie imprese, finalizzati a favorire lo scambio e la collaborazione fra persone di genere, qualifica professionale e background culturale diversi.
L’intervento di Martina Giesler, funzionaria del Ministero Federale per gli Affari Economici e l’Energia, si è focalizzato sulla necessità di una vera e propria cultura imprenditoriale femminile. Ai dati già espressi si è aggiunto quello che riguarda le fondatrici d’azienda (solo un’impresa su tre è fondata da donne, e il numero è calato rispetto allo scorso anno) e le lavoratrici autonome (il 7% della popolazione femminile attiva, la metà rispetto all’equivalente maschile).
Il ministero ha intrapreso in questo senso un’iniziativa per incoraggiare l’accesso delle donne all’imprenditoria fin dalla giovane età. Per ottenere questo scopo sono state convocate 100 imprenditrici volontarie, che si sono poste come role models per l’impresa femminile, nel corso di interventi nelle scuole, nelle università e nei job center. Il ministero ha anche avviato una campagna attiva di supporto per le fondatrici di imprese, che fornisce informazioni, seminari, workshop, training online e accesso a un network di contatti utili per lo sviluppo imprenditoriale.
Sara Borella, dell’Associazione delle Camere Tedesche per L’industria e il commercio, ha illustrato i progetti della rete camerale tedesca nello sviluppo dell’imprenditoria femminile. Le 79 camere che fanno parte dell’associazione si impegnano infatti in una serie di servizi di consulenza, che coinvolgono anche le imprenditrici con background migratorio. Quest’anno si è tenuto anche il forum “Womenomics”, un evento bilaterale che ha coinvolto Italia e Germania nel tentativo di dare visibilità a questo tema, coinvolgendo grandi nomi dell’industria.
Infine Sonia Barani, Junior Project Manager della Camera di Commercio Italiana a Berlino, ha presentato due progetti importanti, che si concluderanno con la fine del 2018.
CrossEUWBA è un progetto finanziato dall’Unione Europea, dedicato a valorizzare l’emergere di donne “business angels” in diversi settori, in tutti gli stati membri. L’idea è quella di facilitare il finanziamento alle imprenditrici da parte delle “business angels”, contribuendo a creare un circolo virtuoso (e sostenibile) di investimenti privati in Europa.
C’è poi un altro progetto che, pur non essendo riservato alle donne, può costituire un’opportunità eccezionale per molte giovani imprenditrici: l’Erasmus per giovani imprenditori. Questo programma finanziato dalla Comunità Europea, proprio come il più celebre omonimo dedicato agli studenti universitari, permette agli imprenditori di essere ospitati per un periodo di lavoro da uno a sei mesi presso la sede di imprenditori esperti nel loro settore, in un altro paese. In questo modo si permette al neo-imprenditore di migliorare le proprie competenze e creare contatti significativi all’estero.
Dopo questi utili contributi, il discorso si è spostato sulla storia delle tre imprenditrici presenti. Uno dei grandi meriti di questo panel è stato quello di non appiattire la figura dell’imprenditrice, presentando tre esempi di approcci estremamente distanti uno dall’altro, ma tutti e tre positivi e coronati da un meritato successo.
Aynur Boldaz-Özdemir è venuta in Germania dalla Turchia a seguito di un ricongiungimento familiare e, per tutta la durata del suo matrimonio, non ha mai davvero imparato la lingua tedesca e non ha considerato di mettersi in proprio. Dopo il divorzio, tuttavia, ha deciso di non ascoltare quanti, all’unanimità, le consigliavano di seguire quelle che vengono considerate le opzioni lavorative “normali” per una donna turca senza un alto livello di scolarizzazione in Germania, ovvero trovare un lavoro dipendente come parrucchiera o estetista.
Aynur ha trovato un primo lavoro presso una ditta che si occupava delle pulizie in un ospedale e, dopo essere rimasta disoccupata, ha deciso di mettersi in proprio. La strada che l’ha portata da questo inizio non facile all’avere un’impresa di pulizie con 450 dipendenti e filiali in Germania e Turchia, non è stata priva di ostacoli. La barriera linguistica è stata per lei lo scoglio più difficile da superare, più ancora della discriminazione di genere che una donna assertiva e determinata può incontrare nell’ambito imprenditoriale. Aynur attribuisce il suo successo alla determinazione e alla capacità di presentarsi in modo convincente, con l’atteggiamento prima ancora che con le parole, ma anche alla scelta precisa di seguire strade diverse da quelle di molti suoi concorrenti.
La sua azienda Forever Clean occupa centinaia di persone, molte delle quali fanno fatica a inserirsi sul mercato del lavoro – è questo il caso delle persone disabili o di chi non ha un titolo di studio. Questa politica improntata alla praticità e alla volontà di risolvere i problemi le ha permesso di abbattere barriere che a molte donne nella sua stessa condizione sembrano insormontabili.
È stata poi la volta di Mirella Facchinetti, fondatrice di Colibrì, una piattaforma di internazionalizzazione destinata alle aziende italiane che vogliano affermarsi all’estero, soprattutto nei settori della moda, del design e della gastronomia. L’approccio di Mirella è quello di chi ha tentato di inserirsi in un ambiente manageriale italiano, scontrandosi ripetutamente contro il famoso glass ceiling di cui si sente parlare spesso. Sui pregiudizi e sugli errori delle aziende a conduzione maschile che ha incontrato, Mirella ha preso appunti, con lo scopo esplicito di non ripeterli. In particolare, ha rifiutato il concetto che esprimere le proprie emozioni sul luogo di lavoro – caratteristica associata prevalentemente alle donne, nel sentire comune – sia sintomo di inaffidabilità. Al contrario, ha scelto di farne un punto di forza, che permette di imparare a gestire i conflitti esaminandone le ragioni e garantendo a tutto il team con cui si lavora rispetto e ascolto. Al contrario di Aynur, Mirella non si è mai servita di agevolazioni né ha mai aderito a progetti di supporto per le imprese, ma ha scelto di autofinanziare l’avvio della propria attività e anche di seguire un programma di coaching per migliorare le proprie capacità di leadership e management. L’approccio di Mirella è sereno e determinato, con un bilanciamento sano di emotività e praticità.
Completamente diversa l’esperienza di Maria Crosato, in arte “Süss Mery”, che è venuta a Berlino con il compagno e due bambini senza alcuna intenzione di fare l’imprenditrice.
Quando, in un momento in cui era senza lavoro, si è trovata fra le mani la ricetta dei cantuccini della nonna, ha deciso di provare ad avviare un’attività basata su quest’unico prodotto. Approfittando del fatto che, per fare esclusivamente biscotti, in Germania non le era richiesto essere una cuoca né una pasticcera professionista, ha iniziato ordinando pochi ingredienti e lavorando in una piccola cucina, per poi far provare i suoi cantuccini ad amici e conoscenti. Dal suo racconto traspare soprattutto un grande entusiasmo e un autentico desiderio di scoprire le cose e farle con amore, prima che con strategia. Dovendosi riconoscere un merito, lo individua nella capacità di chiedere aiuto senza vergognarsi.
Aiuto nel correggere i primi comunicati stampa in tedesco, per far conoscere l’attività. Aiuto nel capire con quale criterio si assegnano i prezzi ai prodotti. Aiuto nel chiedere come adattare un prodotto italiano al gusto tedesco.
La sua storia è una storia di imprenditoria che parte dal basso e impara per prove ed errori, che si espande un piccolo passo alla volta, che dagli amici passa ai conoscenti degli amici, poi agli sconosciuti, e in men che non si dica non ordina più cento lattine per i biscotti alla volta, ma duemila. Nella sua esperienza non ci sono storie di discriminazione di genere, ma ricordi di momenti difficili dovuti alla nostalgia di casa, alla lontananza della famiglia, alla difficoltà di lavorare a tempo pieno avendo due bambini piccoli. Il tutto vissuto sempre con la chiara consapevolezza che, quando ci si appresta a fare una cosa, bisogna farla fino infondo”. (aise)

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