"IN LOCO UBI DICITUR VICOLONGO": L’INSEDIAMENTO MEDIEVALE DI SANTO STEFANO A NOVI DI MODENA

"IN LOCO UBI DICITUR VICOLONGO": L’INSEDIAMENTO MEDIEVALE DI SANTO STEFANO A NOVI DI MODENA

MODENA\ aise\ - "Nel luogo chiamato Vicolongo". Quante volte nei formulari notarili medievali o negli atti ecclesiastici antichi ci si imbatte nella dicitura tanto promettente quanto misteriosa "in loco ubi dicitur" eguita dal toponimo. La ricerca di questi luoghi indicati solo dalle fonti, quasi sempre lunga ed estenuante, si rivela spesso infruttuosa. Ma non a Novi di Modena. Qui il caparbio lavoro del Gruppo Archeologico Carpigiano, del Gruppo Studi Bassa Modenese e del Gruppo Storico Novese, coordinato dalla Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna, è riuscito a trovare ciò che cercava. E anche di più, ne ha ricostruito la storia.
L’individuazione del sito archeologico di Vicolongo, a metà strada tra Novi di Modena e Concordia sulla Secchia, è figlio di una ricerca durata più di 25 anni. Nessuna strada, nessun corso d’acqua, edificio o consuetudine orale indiziavano nel nome l’antico Vicus Longus. Solo i documenti d’archivio ubicavano in quest’area prima un vicus, menzionato a partire dall’841 nei pressi della pieve di Santo Stefano, e poi un castrum. Ricerche di superficie e sondaggi più recenti hanno portato prima al recupero di centinaia di reperti tra cui armi, monete e ornamenti anche di grande pregio, e poi al ritrovamento di una porzione del sistema difensivo del castrum e di un manufatto della fase precedente, una fornace, riferibile al vicus citato dalle fonti.
La mostra "In loco ubi dicitur Vicolongo. L’insediamento medievale di Santo Stefano a Novi di Modena" racconta con reperti e immagini la storia di questo sito, posto in un territorio ininterrottamente occupato dall’età augustea alla tarda Antichità, poi trasformato nel castello altomedievale più volte menzionato dai documenti d’archivio.
Allestita fino al 25 aprile nel Polo Artistico Culturale, la mostra è curata dagli archeologi Sara Campagnari della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Bologna, e Mauro Librenti dell'Università Ca’ Foscari di Venezia ed è corredata da una guida breve e un catalogo scientifico editi dal Gruppo Studi Bassa Modenese.
L’esposizione offre una visione complessiva dell’insediamento, ricostruendo l’assetto del castello e presentando una selezione di oltre 200 reperti che illustrano la vita nel castrum fin dalle sue fasi più antiche. Grazie al lavoro congiunto di associazioni locali e Soprintendenza la mostra mette a sistema tutti i dati ricavabili dalle fonti, dai vecchi e nuovi dati archeologici, e dalle recenti indagini stratigrafiche e analisi archeo-biologiche, riuscendo a ricostruire natura e assetto del castrum, le attività che vi si svolgevano e il suo inserimento nella rete di traffici commerciali che facevano capo all’area del Delta del Po.
Le fonti scritte ubicavano il vicus nelle vicinanze della pieve di Santo Stefano, menzionata a partire dall’841 e nota fino al 1188. Pieve e villaggio sono di nuovo citati in un documento di compravendita dell’878.
Nel 911 l’abitato è trasformato in un castrum fortificato per volontà del vescovo di Reggio Emilia, su autorizzazione di re Berengario I. Questa evoluzione è riconducibile al fenomeno dell’incastellamento, che in area padana si sviluppa a partire dalla fine del IX secolo, cioè quel processo di accentramento della popolazione all’interno di insediamenti rurali fortificati (castra), circondati da fossati e difese in terra e legno (terrapieni e palizzate) per fronteggiare situazioni di grave insicurezza, come le nuove ondate di invasioni.
Il castrum risulta distrutto nel 1288 da Alberto della Scala e successivamente ricostruito. Menzionato ancora nel 1361, incontra un rapido declino, tanto da essere definito come villa nel 1387.
Questo secondo le carte. Da lì sono partite ricerche, sondaggi e studi che, come dimostrano i reperti in esposizione, hanno dato esiti piuttosto inconsueti.
Se i manufatti più antichi sono in linea con quelli tipici dei siti incastellati in area padana, a partire dal XIII secolo la situazione sembra cambiare radicalmente.
L’insolita presenza di materiali di pregio importati dal Veneto o dall'area bizantina (maiolica arcaica, graffita bizantina e ceramiche da mensa) testimoniano l’inserimento dell’area in un circuito commerciale di livello europeo, che transitava lungo il Po verso le regioni padane nord-occidentali e di cui pare rimasta traccia anche nella tappa intermedia di Santo Stefano di Vicolongo.
Al tempo stesso, la densità di monete, armi e ornamenti databili tra il XIII e il XIV secolo attestano il carattere elitario dei suoi occupanti, oltre a riflettere un elevato livello di militarizzazione dell’insediamento che nella sua fase comunale subisce una notevole trasformazione in piazzaforte signorile (con annessa torre) perdendo le caratteristiche di centro di popolamento.
La mostra di Novi di Modena dà conto anche del lungo e complesso processo che ha condotto alla recente emissione del vincolo archeologico.
La prime ricognizioni di superficie, poi periodicamente ripetute, iniziano nel 1991, recuperando decine di reperti ceramici, metallici (strumenti da lavoro, oggetti d’uso quotidiano, ornamenti e armi), numismatici, laterizi e lapidei, e individuando un areale di circa un ettaro perfettamente visibile anche dalle foto aeree. Ma è solo con il progetto dell’Autostrada Regionale Cispadana che nel 2011 vengono avviati sondaggi più approfonditi: il tracciato prevede il passaggio sul sedime del castrum di Santo Stefano e la Soprintendenza dispone la realizzazione di saggi archeologici preventivi per verificare la compatibilità dell’opera pubblica con la tutela dei depositi presenti nel sottosuolo.
Seppur scontato, l’esito dei sondaggi è superiore alle aspettative e conferma non solo l’altissima potenzialità archeologica del sito ma anche una stratigrafia ottimamente conservata.
Alla luce di questi ritrovamenti ogni soluzione progettuale appare incompatibile con la tutela archeologica e la Soprintendenza non solo chiede e ottiene la variante del tracciato autostradale ma avvia contestualmente la pratica di dichiarazione dell’interesse culturale (il vincolo sarà emesso il 18 gennaio 2016) che mette definitivamente al riparo il castrum di Novi di Modena da eventuali futuri interventi che non siano legati alla ricerca archeologica.
La mostra è promossa da Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, Gruppo Archeologico Carpigiano, Circolo Storico Novese e Circolo Naturalistico Novese, in collaborazione con Gruppo Studi Bassa Modenese e Dipartimento di Scienze della Vita – UNIMORE, e con il Patrocinio di Comune di Novi di Modena e Pro Loco "Adriano Boccaletti" di Novi di Modena. (aise) 

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