LUCIANO CANNITO: UN COREOGRAFO ITALIANO ALLA CONQUISTA DELLA GERMANIA (MERITOCRATICA) – DI CONCETTA DE MAURO

LUCIANO CANNITO: UN COREOGRAFO ITALIANO ALLA CONQUISTA DELLA GERMANIA (MERITOCRATICA) – di Concetta De Mauro

BERLINO\ aise\ - “Il prossimo 14 aprile, sul palco del Teatro dell’Opera di Chemnitz (città del Land della Sassonia) Shakespeare verrà danzato in italiano: la compagnia del Balletto si esibirà nella coreografia “Romeo und Julia” nella versione del noto coreografo Luciano Cannito, sulle musiche di Prokof’ev. Luciano Cannito è noto al pubblico del piccolo schermo per aver ricoperto il ruolo di professore di danza nel talent show “Amici” condotto da Maria De Filippi, ma non basterebbe lo spazio di un articolo per elencare tutte le esperienze di cui è costellata la sua carriera”. A scriverne è Concetta De Mauro che ha intervistato il coreografo per “il Deutsch-Italia”, quotidiano online diretto a Berlino da Alessandro Brogani.
“Classe 1962, attualmente membro della Commissione tecnica del Consiglio direttivo della SIAE, dopo essere stato ballerino professionista, si dedica alla professione di coreografo e regista, portando i suoi lavori nei teatri più importanti del mondo, con la collaborazione di molte star internazionali della danza. È stato direttore artistico del Balletto del Teatro San Carlo di Napoli, del Teatro dell’Opera di Roma, del Teatro Massimo di Palermo e del Teatro Petruzzelli di Bari. La sua attività di coreografo e di regista è in continuo fermento, seguendo in lungo ed in largo le coordinate geografiche di tutto il globo.
Cannito non è solo un eccellente artista, alfiere del talento italiano nel mondo, è anche un uomo che si spende per la cultura del suo Paese con grandi qualità umane di umiltà e generosità. Al Deutsch-Italia ha rilasciato un’intervista al suo ritorno dal Festival Internazionale della Danza di Lecce.
D. Com’è iniziata la collaborazione in Germania?
R. È iniziata nel modo più meritocratico che possa esistere. Sono stato chiamato dalla nuova direttrice del Balletto del Teatro dell’Opera di Chemnitz, una città della Sassonia che nell’Ottocento divenne tra le più ricche della Germania. È qui che cominciò l’industrializzazione tedesca: è stata la “Manchester” della Germania. Durante il periodo della DDR, venne chiamata “Karl-Marx-Stadt” e nel centro storico vi è uno dei monumenti più importanti al mondo dedicati a Karl Marx. Sa perché le dico queste cose? Perché io, da italiano, non avevo mai sentito nominare questa città e, conoscendola, mi sono accorto che è una città molto bella, che ha un teatro bellissimo, antico, risalente alla fine dell’Ottocento e che ha un coro, un’orchestra, una compagnia di balletto e una di attori, come in tutti i teatri delle città tedesche. Sono affascinato dal fatto che la Germania sia tra le nazioni europee che hanno capito che investire in cultura è un modo per produrre ricchezza. La direttrice del corpo di ballo del Teatro di Chemnitz, Sabrina Sadowska, stava cercando una produzione di “Romeo e Giulietta” che fosse congeniale alla sua compagnia e, dopo varie ricerche a livello internazionale, è venuta a conoscenza della versione che io avevo creato per il Teatro Massimo di Palermo, con il ruolo di Giulietta interpretato da Eleonora Abbagnato. Essendole piaciuta molto, mi ha contattato un anno e mezzo fa circa, e mi ha chiesto se avessi potuto riprodurre la mia versione per la sua compagnia di ballo. È iniziata così la mia collaborazione tedesca, meritocraticamente, come dovrebbe avvenire in ogni paese civile!
D. Come ritiene si lavori in Germania? Ha notato delle differenze rispetto all’Italia?
R. Certamente ci sono delle differenze. Il popolo tedesco – molto simpatico, a differenza di quanto comunemente si dice – ha un alto senso della disciplina e delle regole, e questo porta a grandi risultati in termini di produttività. Naturalmente ci sono dei campi, come quello creativo, dove questa rigidità potrebbe comportare un minor risultato. In questo settore devi essere un po’ folle, anche rischiando di uscire fuori dalle regole, come sappiamo fare noi italiani. Ad ogni modo, questi sono luoghi comuni diffusi, tant’è che personalmente, svolgendo un lavoro di tipo creativo, mi sto trovando benissimo a lavorare in Germania. Chi come me lavora in ambito artistico, in compagnie di ballo, di attori, in una orchestra, è privilegiato: in ogni compagnia ci sono persone che arrivano da ogni parte del mondo, ma c’è lo stesso modo di pensare e di comportarsi. In ogni posto ti senti a casa. Questo dovrebbe far riflettere su quanto tutto ciò che è arte è cultura che unisce, e non genera conflitti. Soprattutto nella danza non ci può essere conflitto perché si lavora con il corpo: con il tuo corpo, lavorando insieme ad altre persone, condividendo gli spazi, devi creare delle visioni belle esteticamente, armoniche. Tuttavia, tornando alle differenze tra Italia e Germania, ci sono e sono sotto gli occhi di tutti: la Germania è più produttiva rispetto all’Italia. In Italia, da anni, risentiamo dell’assenza di meritocrazia in ogni campo. La meritocrazia è essenziale per spronare chiunque ad investire le proprie energie per far meglio, per progredire.
D. Quindi anche nel mondo della danza, e del teatro in generale, vi è quella assenza di meritocrazia per cui l’Italia è tristemente nota anche all’estero?
R. Assolutamente si! Purtroppo in Italia vi è mancanza di investimenti e di attenzione verso la cultura, che invece dovrebbe essere considerata come la nostra punta di diamante. Questo ha comportato anche la diffusione del malcostume secondo cui si può accedere ad un posto di lavoro attraverso la rete di conoscenze personali. Faccio un esempio banale: può accadere che a trovare un impiego come ballerino sia qualcuno che non danzi “Il lago dei cigni” alla perfezione, ma che piuttosto, conoscendo la persona giusta, abbia la possibilità di una “una spinta”. Ho avuto modo di partecipare all’importante selezione per un posto da dirigente dell’Hong Kong Ballet. Dopo aver superato varie fasi del concorso, mi è stato chiesto il consenso per alcune indagini sul mio conto poiché, trattandosi della compagnia di ballo nazionale, era necessario che tutto l’iter di selezione e il profilo del candidato fossero trasparenti. È stato scandagliato tutto di me, dallo stato patrimoniale e fiscale, a tutte le mie esperienze lavorative precedenti. Dopo un mese di prova, ho deciso di rinunciare solo perché, accettando, avrei sacrificato molto la mia vita privata. Della Cina mi hanno piacevolmente stupito la serietà, la trasparenza, l’attenzione per la formazione e il merito di una persona. Tutto ciò manca in Italia. La stessa collaborazione con la città sassone è avvenuta nonostante io non avessi mai lavorato in Germania. Sono rimasto affascinato da come la città di Chemnitz stia investendo nella cultura, di come la compagnia di ballo del suo principale teatro sia in crescita e abbia chiamato me, un coreografo italiano, per la principale produzione della stagione del balletto.
D. In buona sostanza, c’è anche poca attenzione da parte dello Stato italiano verso la danza, il teatro, la cultura in generale?
R. Sì. Siamo il Paese che in Europa investe meno nella cultura, solo l’1,5 per cento del PIL. Dall’anno scorso ho cominciato una battaglia politica con la petizione contro la chiusura dei corpi di ballo delle Fondazioni Lirico-Sinfoniche. Adesso, con il comitato nazionale, attendiamo l’insediamento del nuovo governo per auspicare che l’Italia possa rimettersi al passo di Paesi che investono in campo culturale, come Germania e Francia. In Italia ci sono 13 Fondazioni Lirico-Sinfoniche e dovrebbero avere 13 corpi di ballo: ne sono rimasti solo quattro. A livello istituzionale, nessuno ha saputo spiegarmi il motivo. È molto probabile che per mettere i conti a posto, sia stato deciso di sacrificare i corpi di ballo, come è avvenuto per l’Arena di Verona.
D. Una domanda più personale: immagini di avere uno scrigno in cui conservare una sola esperienza tra quelle finora fatte. Quale sarebbe la più preziosa?
R. Istintivamente, la prima esperienza che mi viene in mente è quella della Metropolitan Opera House di New York. La compagnia del Balletto della Scala di Milano si esibì con la mia coreografia di “Amarcord”, tratta dal film di Federico Fellini. È stata una delle più grandi soddisfazioni della mia carriera ed una delle più grandi emozioni. Ricordo di non essere riuscito a rimanere in sala durante lo spettacolo. Ero troppo nervoso e rimasi fuori, nell’ingresso artisti, ma quando rientrai c’era una standing ovation del pubblico. Un’emozione bellissima.
D. Ballerino, coreografo, regista di successo anche all’estero. Ha ancora qualche altro sogno da realizzare?
R. Non sei un artista se smetti di sognare, se non hai costantemente fame di scoprire nuovi mondi. A parte ciò, in questo momento sento fortemente la necessità di fare qualcosa per le generazioni future, affinché la danza e il balletto possano rinascere e vengano considerati nuovamente una delle eccellenze della cultura italiana. Quindi il mio sogno non riguarda me, ma è un contributo di pura e semplice generosità verso le generazioni future”. (aise) 

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