PRESIDENZIALI, NON C’É TRASPARENZA… E MADURO RESTA SENZA AVVERSARI – DI MAURO BAFILE

PRESIDENZIALI, NON C’É TRASPARENZA… E MADURO RESTA SENZA AVVERSARI – di Mauro Bafile

CARACAS\ aise\ - “L'assenza di candidati dell’Opposizione e la probabile massiccia astensione priveranno di legittimità l’investitura del prossimo presidente ma il capo dello Stato ha proprio bisogno del contrario: dimostrare la legalità del proprio ruolo. Coerenza e unità. L’Opposizione, almeno quella con un certo peso politico reale, ha deciso: non parteciperà alle elezioni presidenziali del 22 aprile. Sostiene, e in questo pare che siano tutti d’accordo, che non ci sono le condizioni di trasparenza e insiste nella imparzialità dell’arbitro. In altre parole, Acción Democrática, Voluntad Popular, Primero Justicia, assieme alla costellazione di partitini che gravitano nell’orbita del Tavolo dell’Unità Democratica, ritengono che oggi non sarebbe possibile realizzare “presidenziali” trasparenti, democratiche e giuste”. È quanto scrive Mauro Bafile, che a Caracas dirige “La voce d’Italia”, nell’editoriale pubblicato sul quotidiano online.
“I timori espressi dalla coalizione sono gli stessi manifestati da una grossa fetta di elettori; quelli denunciati dalla maggioranza dei paesi sudamericani e centroamericani, dagli Stati Uniti e dal Canada, dall’Europa e da un numero crescente di nazioni dell’Asia e dell’Africa.
Il presidente della Repubblica, Nicolàs Maduro, insiste nell’affermare che il 22 aprile i venezuelani eleggeranno un nuovo capo di Stato. E, salvo che il governo decida il contrario e faccia un passo indietro, sarà così. Ma l’assenza di candidati dell’Opposizione e la probabile massiccia astensione priveranno di legittimità l’investitura del prossimo presidente. Il capo dello Stato, invece, ha proprio bisogno del contrario: dimostrare la legalità del proprio ruolo. Indire elezioni e vincerle non concede automaticamente al presidente e al suo governo l’aureola di democraticità. Quanti governi dittatoriali hanno cercato di lavarsi la faccia promuovendo elezioni o referendum imponendo le proprie regole del gioco?
Il governo del presidente Maduro è sempre più isolato nel contesto internazionale. Ma l’Opposizione non è ancora in condizione di mostrare i muscoli. La votazione dell’ultima mozione approvata dal Consiglio Permanente dell’Osa illustra la debolezza del “governo Maduro” ma anche quella di chi vi si oppone. Infatti, il documento dell’Osa è stato approvato da 19 dei 34 Paesi membri dell’organismo. Solo 5 hanno votato contro, mentre 8 sono stati gli astenuti. Due hanno preferito non essere presenti. Ciò vuol dire che non sono ancora maturi i tempi per proporre di nuovo l’applicazione della “Carta Democratica” nel caso venezuelano. La sua approvazione richiederebbe i voti favorevoli di 24 Paesi. L’asticella, per il momento, è ancora insuperabile.
A mostrare solidarietà al governo del presidente Maduro, la cui popolarità non era mai stata così bassa, sono paesi che, come Iran, Iraq, Cuba o Nigeria, hanno uno strano senso della democrazia e dei diritti umani, della giustizia e dell’uguaglianza e della libertà e della emancipazione.
Nei prossimi giorni Henry Falcón, ex governatore dello Stato Lara, dovrebbe rendere nota la decisione definitiva: ritirare la candidatura e quindi lasciare la strada libera al presidente Maduro per la rielezione in un processo elettorale privo di legittimità, o insistere nella sua aspirazione contro vento e marea. Qualora dovesse confermare la propria candidatura, Falcón starebbe riconoscendo l’Anc e legittimando la decisione del Cne, rendendo un grosso favore al capo dello Stato che altrimenti non avrebbe avversari. Allo stesso tempo starebbe camminando sull’orlo del burrone mettendo a rischio il proprio futuro politico. Ma forse questo è l’aspetto che meno lo preoccupa. In politica, infatti, è facile risuscitare dalle ceneri. E Berlusconi, in Italia, ha dimostrato quanto labile sia la memoria dell’elettorato.
D’altro canto, la decisione di non anticipare le “parlamentari” è stata solo rinviata. Tibisay Lucena, infatti, non ha detto che si rispetteranno i tempi stabiliti dalla Costituzione. Si è limitata ad ammettere che ormai non si faceva più in tempo ad accorpare “presidenziali” e “parlamentari”. Quindi, che era impossibile per il Cne organizzare una “mega-elezione”.
La proposta di Diosdado Cabello ha dato luogo a multiple letture. C’è chi l’ha interpretata come una mossa del “diosdalismo”. Una volta vinte le elezioni, imporre la candidatura di Diosdado Cabello alla presidenza del Parlamento e ricreare l’equilibrio di forze precedenti al trionfo inatteso dell’Opposizione nelle elezioni precedenti. C’è chi, invece, ha visto nella richiesta di Cabello la necessità del “chavismo” di impadronirsi del Parlamento per condannare ad un ruolo secondario l’Anc, oramai screditata e senza alcuna legittimità. In ultimo c’è chi sostiene che il controllo del Parlamento è indispensabile al governo per applicare un programma d’indebitamento esterno con l’approvazione dell’Assemblea Nazionale. Il presidente Maduro avrebbe bisogno di nuovi fondi per mantenere la rete di clientelismo che si nasconderebbe dietro la facciata delle “Misiones” e dei nuovi ammortizzatori sociali, iniziative d’altro canto necessarie per aiutare la popolazione più bisognosa.
In un Paese ogni giorno più violento, la crescita della povertà rappresenta un campanello d’allarme che i politici, indifferentemente dalla loro provenienza ideologica, non dovrebbero sottovalutare. Anzi, al contrario, prenderne spunto per una profonda riflessione.
Stando all’Osservatorio Venezuelano della Violenza, nel 2017 sono stati assassinati oltre 26mila 500 venezuelani. Una media di 86 vittime della violenza ogni 100mila abitanti. Una cifra da capogiro. Delle oltre 26 mila vittime della delinquenza, 15mila 890, circa il 60 per cento, sono giovani. A conti fatti, se ne calcola 43 al giorno lo scorso anno. Sono tutte cifre allarmanti che proiettano il paese in cima alla non certo invidiabile classifica delle nazioni più pericolose al mondo, superato forse solo dall’Honduras.
La miseria rappresenta ovviamente un terreno ideale per l’incremento della violenza. E nel Paese i venezuelani sulla soglia della povertà sono sempre di più. L’indagine svolta dall’Università Centrale del Venezuela, dall’Università Cattolica Andrés Bello e dall’Università SimónBolívar svela una realtà inquietante, un entroterra irreale solo in apparenza. Infatti, la miseria, stando alle tre più prestigiose Università del Venezuela, è cresciuta acceleratamente negli ultimi anni al passare dal 48 all’82 per cento. Oggi vive sulla soglia della povertà il 52 per cento dei nuclei familiari. Dall’indagine si desume che quasi 10 milioni di venezuelani mangiano solo due pasti al giorno. Tanti solo uno. Anche se non si hanno cifre ufficiali e neanche le Ong hanno ancora statistiche globali, dalle denunce dei vari ospedali, cliniche private e mass-media si ricava che la malnutrizione infantile si è trasformata in una vera piaga nazionale che miete decine e decine di vittime.
Se per un verso le tensioni politiche, alimentate dalla crisi che colpisce ormai tutti i poteri pubblici e le istituzioni dello Stato, crescono e il paese cammina sull’orlo del precipizio, dall’altro la povertà pare destinata ad aumentare, anche a causa dell’iperinflazione. Il Fondo monetario Internazionale, che nelle sue previsioni è solitamente molto accorto, prudente e conservatore, stima che il Prodotto Interno Lordo venezuelano potrebbe contrarsi anche del 15 per cento e l’iperinflazione potrebbe superare il 13 mila per cento. In tre anni la contrazione del Pib, in Venezuela, è stata del 45 per cento. Sono questi i risultati della deriva autoritaria del governo del presidente Maduro e della sua incapacità di applicare politiche che potrebbero assicurare la ripresa economica. Ma per raggiungere questo obiettivo, dovrebbe abbandonare i radicalismi e il populismo facile, fare un “mea culpa” e, come nei Paesi del nord dell’Europa, applicare politiche progressiste capaci di conciliare l’apertura verso l’industria privata e il rafforzamento della classe media, con il welfare. Insomma, accettare la presenza dei privati nell’economia con politiche di sostegno alle frange popolari meno agiate e più bisognose”. (aise) 

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