QUANDO LA STORIA DETTA LE SUE LEGGI – DI MAURO AMMIRATI

QUANDO LA STORIA DETTA LE SUE LEGGI – di Mauro Ammirati

ROMA\ aise\ - “Ci sono fatti e date che hanno una valenza simbolica, perché segnano uno spartiacque, rappresentano la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra, un mutamento radicale, una presa di coscienza collettiva. Non sono la causa del cambiamento, ma raffigurano un cambiamento che, magari silenziosamente, senza far rumore, c’è già stato. Come dire che, in un determinato giorno ed in un determinato luogo, gli uomini si sono guardati intorno e hanno capito che, senza che fino ad allora se ne fossero accorti, il mondo non era più quello di prima”.
Questo l’editoriale di Mauro Ammirati che aprirà il prossimo numero di “Abruzzo nel Mondo”.
“Alcuni di questi fatti sono noti in tutto il mondo, si pensi a quella sera dell’autunno del 1989, era l’9 novembre, quando, in mondovisione, il Muro di Berlino venne preso a picconate. In quel momento, non pensammo che stesse crollando il socialismo reale, in realtà, ci rendemmo conto che era già scomparso, era già fallito, quelle picconate dimostravano che il cambiamento c’era già stato, la Guerra fredda era già finita e da un bel po’. Vedendo, terrorizzati, gli aerei che si schiantavano sulle Torri gemelle, l’11 settembre del 2001, comprendemmo che eravamo già entrati in una nuova fase storica, ma solo quel drammatico giorno ne diventammo davvero consapevoli. Altri fatti sono meno noti, ma comunque altamente simbolici, come, per esempio, la sconfitta dei minatori britannici, nel 1984, che rappresentò il definitivo avvento del thatcherismo. In Italia, un fatto che segnò il sorgere d’una nuova epoca fu la “marcia dei 40.000” di Torino, del 1980, la rivolta dei cosiddetti colletti bianchi contro i sindacati, la piccola borghesia che si prendeva la piazza e la strappava alla sinistra, non per scioperare, ma… per lavorare”.
“Quella moltitudine così numerosa rappresentò il sipario che veniva calato sull’Italia del conflitto ideologico, della lotta di classe, su un Paese in cui, nei decenni precedenti, si erano scontrati “i padroni” ed “i lavoratori”, gli sfruttatori e gli sfruttati… Ci si guardò intorno e si scoprì, così, all’improvviso, che l’Italia era irriconoscibile, che vivevamo già da tempo in un altro Paese, in cui andava crescendo il terziario, andava radicandosi un nuovo costume, un nuovo idem sentire, era già cominciato, come si diceva allora, “il riflusso”, “la riscoperta del privato”, le teorie rivoluzionarie non affascinavano più nessuno, pure i cantanti impegnati avevano smesso di predicare la rivoluzione, non c’era più quel desiderio diffuso di costruire un’altra società, ma di vivere bene in quella che c’era. Seguirono decenni di sbornia liberista: l’economia pubblica cominciò a suscitare un sentimento d’avversione in tutti, ci fu un’ondata di privatizzazioni e deregolamentazioni, un po’ per volta, fu modificata, profondamente, la legislazione sul lavoro, furono smantellate le Partecipazioni statali, tutti a dire: privato è bello, il mercato è bello, il dirigismo è da società arretrate, il posto fisso è roba da Unione sovietica, da Corea del Nord… Cominciò a far schifo anche la socialdemocrazia, che pure qualche merito storico, in giro per il mondo, se l’era conquistato.
Al mercato venivano attribuite qualità taumaturgiche, prodigiose, miracolistiche; il mercato, dicevano tutti, anche i sindacati, garantisce efficienza, una migliore allocazione delle risorse, la meritocrazia, benessere per tutti. E siccome il mercato si globalizzava (in realtà, lo globalizzavano), si faceva mondiale, allora si cominciò anche a dire che, come l’economia pubblica, anche “la liretta”, la nostra moneta, faceva schifo, perché, oltre che deboluccia e gracilina, era un impaccio allo scambio di beni e servizi con le altre economie. Più o meno, un quarantennio di culto del privato, del mercato e della globalizzazione. Ed ora? Ora siamo davanti, forse, ad un’altra data simbolica: 14 agosto 2018. Il giorno in cui è crollato il ponte Morandi, a Genova, una tragedia nella quale sono morte 43 persone. Da quella tragica vigilia di Ferragosto, in Italia, si parla di nazionalizzare le autostrade. Ne parla il governo, non i clienti al bar dello Sport. Nazionalizzazione, ritorno dello Stato imprenditore, dirigismo, statalismo… Termini di cui avevamo quasi dimenticato il significato, erano scomparsi dal vocabolario politico italiano. Privatizzare le autostrade non è stato un buon affare, dicono ora in tanti, il privato non garantisce sempre efficienza, non fa un’adeguata manutenzione e poi i ponti crollano, è l’opinione di molti. Il giorno di Ferragosto, mentre a Genova estraevano cadaveri dalle macerie, andavo su un social e scoprivo un’Italia diversa, un altro Paese. Molti cittadini chiedevano, a gran voce, di fare marcia indietro, di mettere fine ad un quarantennio di liberismo. In tanti si chiedono se il governo Conte sia «populista», temono che faccia scappare gli investitori all’estero, che provochi una fuga di capitali e che poi affossi l’Italia. La verità è che il governo Conte - come i 40.000 di Torino - non lo fa il cambiamento: semplicemente, lo rappresenta, lo incarna, gli dà nomi e volti, attesta che è già avvenuto, sotto i nostri occhi.
Non è stato il voto del 4 marzo a cambiare l’Italia: è stata l’Italia, stanca e delusa dalla globalizzazione, a cambiare il governo, a darsene un altro. Il Paese era già cambiato. Il 4 marzo e – purtroppo – il 14 agosto a questa nuova realtà hanno solo dato voce”. (aise) 

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