RIAPRIRE IL CAPITOLO DELLA DOPPIA IMPOSIZIONE INTANTO LA NUOVA ZELANDA CHIUDE I CORDONI DELLA BORSA

RIAPRIRE IL CAPITOLO DELLA DOPPIA IMPOSIZIONE INTANTO LA NUOVA ZELANDA CHIUDE I CORDONI DELLA BORSA

ROMA - focus/aise - Di fronte al forte aumento della mobilità globale e delle carriere di lavoro internazionali, la Nuova Zelanda stringe i cordoni della borsa ed applica con pervicacia burocratica tutte le norme esistenti nella sua legislazione per risparmiare nell’erogazione della New Zealand Superannuation. Si tratta di quella che viene definita genericamente la pensione nerzelandese ma che, tuttavia, assomiglia in sostanza più ad un “reddito di cittadinanza” che non ad una prestazione previdenziale. Il campanello d’allarme lo ha suonato indirettamente dal Comites di Wellington, che ha segnalato a chi fosse interessato il sito “Pension Protest” , che ha nel suo nome la sintesi di ciò che si propone di fare. Protestare, cioè, contro quella che a prima vista appare come una lampante ingiustizia e che, tuttavia, necessita di un giudizio più approfondito.
Le persone aventi diritto a una pensione neozelandese, la New Zealand Superannuation, e che ricevono anche una pensione di lavoro da un Paese estero vedranno gli importi che ricevono d'oltremare detratti dalla loro Nuova Zelanda Super. Inoltre, se l’importo della “pensione estera” supera quella della prestazione neozelandese , l'importo "in eccesso" viene trasferito al partner e detratto dalla sua NZ Super. Questa è la norma sotto accusa che “pension Protest” si propone di combattere.
Ora, premesso che, dalle ultime statistiche disponibili , risulta che i percipienti pensione italiana in Nuova Zelanda siano di poco superiori alle venti unità e, soprattutto, che l’importo medio di tali prestazioni non superi, secondo una stima attendibile, i 250 euro, possiamo dire che ci siamo risparmiati l’ennesima “emergenza” nazionale.
Il problema, però, della doppia tassazione resta. E, per un Paese come il nostro che conta oltre 373 mila pensioni pagate all’estero, per un importo complessivo che supera il miliardo di euro, non è un problema da poco. Per la verità, l’Italia vanta convenzioni diverse decine di Paesi. Le Convenzioni per evitare le doppie imposizioni sono trattati internazionali con i quali i Paesi contraenti regolano l’esercizio della potestà impositiva di uno stato al fine di eliminare le doppie imposizioni sui redditi e/o sul patrimonio dei rispettivi residenti. Oltre ad evitare le doppie imposizioni, le Convenzioni hanno anche lo scopo di prevenire l'evasione e l’elusione fiscale. Il fatto, è, piuttosto l’anzianità di questi trattati, alcuni dei quali risalgono ai primissimi anni ’80 e necessitano, evidentemente, di un salutare “tagliando”.
Se guardiamo ai Paesi con le più importanti comunità italiane, vediamo che tranne la Svizzera, che vanta un aggiornamento del 2016, il Lussemburgo, con accordo aggiuntivo del 2015, e il Canada, con accordo del 2011, tutti gli altri hanno con l’Italia accordi risalenti agli anni ‘80/’90 del secolo scorso. E, quando diciamo gli altri intendiamo Argentina (’83) , Australia (’85) , Belgio (’89) , Brasile (’81) , Francia (’92), Germania (’92), Paesi Bassi (’93) , Gran Bretagna (’90) e Venezuela (’93) , ovvero l’85% degli italiani residenti all’estero ed il 75% dei pensionati italiani all’estero.
Sta in questi ultimi numeri la necessità e l’urgenza di riaprire rapidamente il capitolo degli accordi internazionali contro la doppia imposizione, in particolare, e, più in generale, quello degli accordi di sicurezza sociale. ( focus/aise) 

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