ROBERTO GIARDINA SI RACCONTA - DI VALERIA MARZOLI

ROBERTO GIARDINA SI RACCONTA - di Valeria Marzoli

ROMA\ aise\ - Roberto Giardina, dal 1986 in Germania, è corrispondente per il Giorno-Resto del Carlino-La Nazione e Italia Oggi. Da sempre attento e acuto osservatore della realtà che lo circonda. Rappresenta un punto di riferimento culturale per gli italiani che vivono in Germania. Autore di diversi romanzi e saggi, tradotti in francese, spagnolo, tedesco e tra i suoi lavori ricordiamo: "Guida per amare i tedeschi", "Anleitung die Deutschen zu lieben" (Argon e Goldmann), "Complotto Reale" (Bertelsmann), "In difesa delle donne rosse" (Argon), "Hundert Zeilen", "Berlin liegt am Mittelmeer" (Avinus Verlag) e l’ultimo "Lebst du bei den Bösen?" (Launenweber Verlag).
D. La magia della parola può assumere diverse forme: lei è un giornalista e uno scrittore. C’è un ruolo che privilegia o invece sono aspetti che convivono in lei?
R. Ho cominciato a scrivere i primi racconti a otto anni, ma da ragazzo compresi che non avrei potuto vivere con i libri, e decisi di diventare giornalista. Un errore, almeno in Italia, perché si rimane a mezz´acqua. Non fai parte della casta degli scrittori, perché lavori in un giornale, e diventi antipatico a alcuni colleghi. "Quello chi si crede di essere?". Ma, il mestiere mi ha salvato. I miei libri nascono dalle esperienze di giornalista. Che cosa avrei scritto se fossi rimasto sempre a casa? Ma c’è anche un altro problema. Il mestiere influenza il tuo stile? Quando ero al liceo, a Roma, la professoressa di italiano si rifiutava di dare un voto ai miei temi. Metteva un punto interrogativo e il commento "stile squallido da giornalista". Lei amava gli aggettivi, frasi come "il sole rossastro scendeva sul mare cobalto", frasi del genere. Io scrivevo "il sole è tramontato alle 19 e 45". Però aveva indovinato. Poi cambiai liceo e il nuovo professore un giorno disse ai miei compagni "ma sapete che lui scrive bene? Ha uno stile tacitiano". Mi tirò sù il morale. Anche Tacito in fondo era un cronista. Nello scrivere per i giornali ogni parola conta e si comprende l’importanza del lettore. Ma rimane una differenza: da giornalista io riferisco un fatto, in un libro io tento di spiegare qualcosa che sento e che non conosco, non del tutto.
D. Ci renda partecipe della sua emozione quando è stato pubblicato il suo primo articolo. E il suo primo libro.
R. Più che il primo articolo, che ho dimenticato, vorrei ricordare il mio primo guadagno con qualcosa scritto da me. Quando ero in terza liceo fu indetto un concorso nazionale sull’Europa unita. Io scrissi che l’unità avrebbe dovuto preservare la nostra diversità, uniti nella molteplicità. Vinsi, ma il finale non piacque, non del tutto, si doveva essere ottimisti a tutti i costi. Mi diedero il premio ex aequo, vinsi la metà, 30mila lire, che nel 1958 non erano poche, e potei invitare tutti i compagni al caffè. Però l’idea che dovremmo essere tutti uguali da Helsinki alla mia Palermo è fallita. Quel che conta è che un siciliano si possa sentire a casa sua in Finlandia e un norvegese a Catania. Quel premio mi diede fiducia e pensai che avrei veramente potuto vivere grazie a quel che scrivevo. Ci sono riuscito, un enorme privilegio. Mi pagano per dire quel che penso. Dimenticavo, il primo libro. Me lo chiese la SEI, "Prima linea uomo", un libro sull’Europa o, meglio, sugli europei. Scrivevo nella prefazione che forse l’Europa non esiste ma esistono gli europei, anche se è impossibile darne una definizione. E vinsi il premio Saint Vincent, o meglio me lo fece vincere la casa editrice. La cerimonia si svolse al casinò e mi consegnarono una busta con un milione in contanti. Forse pensavano che sarei andato a giocarmi la vincita alla roulette. Invece mi comprai una scrivania, che mi ha seguito per tutta la vita, da città in città, per 18 traslochi.
D. Ci parli della genesi del suo ultimo libro "Lebst du bei den Bösen?", "Tu vivi tra i cattivi?".
R. Mi è venuto a cercare Christian Berglar, ultima generazione della famiglia Merck, ramo farmaceutici, più ricca della famiglia Agnelli. Invece di comprarsi una squadra di calcio, aveva deciso di fondare una sua casa editrice. E aveva scelto come braccio destro Salvatore Tufano, da trent’anni a Colonia, un profondo conoscitore dei nostri due Paesi. Mi chiesero se avessi un libro sulla Germania, come la mia "Guida per amare i tedeschi". In effetti ne avevo scritto un altro, perché "Anleitung die Deutschen zu lieben" lo scrissi nel 1994 e nel frattempo i tedeschi sono cambiati. Ma è quasi impossibile di questi tempi pubblicare in Italia un libro sulla Germania che cerchi di essere obiettivo. Angela Merkel è come Hitler e la sua Germania il IV Reich. Ma il manoscritto andava adattato al pubblico tedesco e a Christian e Salvatore piacque un episodio che raccontavo. Mia nipote Francesca, a otto anni, mi telefonò a Berlino, "tu nonno vivi tra i cattivi", si preoccupava. Era la vigilia del 25 aprile, e la sua maestra le aveva spiegato perché avrebbe avuto un giorno di vacanza, si ricordava la liberazione dai nazisti. Le risposi che lei conosceva i miei vicini a Berlino e che i tedeschi come noi sono a volte cattivi e anche buoni. Perché non trasformare il libro in un dialogo con mia nipote? Trovo che sia stata un’ottima idea. Christian Berglar parla italiano, ha studiato in Svizzera. E ha creato una collana "Italica" in cui pubblicare libri italiani. Il mio è stato il primo, anche se in realtà l’edizione originale è in tedesco. Se mai uscirà in Italia chiederò un euro per la "mia" traduzione in italiano. Mi divertirebbe molto.
D. Possiamo definirlo un libro per ragazzi?
R. No, non sarei neanche capace di scrivere un libro per ragazzi, è un’arte molto difficile. Mia nipote Francesca compirà 18 anni alla vigilia di Natale. Una ragazza diciottenne è una donna. Mi rivolgo a lei e a un pubblico di adulti.
D. Lei nel suo libro ha la capacità di trattare e raccontare temi forti come il Nazismo, la Seconda Guerra Mondiale e problemi contemporanei molto seri come la politica della cancelliera Angela Merkel con penna leggera. Qual è il primario obiettivo del libro?
R. Penso che i pregiudizi, anche positivi, sui tedeschi siano un ostacolo per la nostra Europa. È vitale capire i tedeschi con i loro pregi e difetti. Ma indirettamente finisco per parlare anche di noi italiani. Sarebbe un risultato raggiungere una migliore comprensione reciproca. I tedeschi hanno anche senso dell’umorismo. La Frankfurter Allgemeine ha dato alla recensione del mio libro un titolo autoironico che trovo indovinato: "I cattivi bevono cappuccino a mezzanotte". Si può ottenere un risultato serio con un sorriso.
D. Il futuro ha radici lontane. Possiamo definire il suo libro un lungo viaggio della memoria?
R. Sì, un viaggio anche nella mia memoria personale. Il libro finisce con una passeggiata insieme, Francesca e io, da casa al parco del castello di Charlottenburg, cinque minuti a piedi. E scrivo: siamo giunti nello stesso luogo, ma io vengo da un posto più lontano.
D. Secondo lei, in che cosa differiscono gli italiani dai tedeschi?
R. Una bella domanda, impossibile rispondere se non con un altro libro. Forse siamo più simili di quanto sospettiamo, noi e loro. Una differenza tra Italia e Germania c’è ed è alla base del successo tedesco, del come loro finiscono sempre per uscire dal pantano. In Germania si rispetta il patto sociale tra lo Stato e il cittadino. In Germania non potrebbe mai avvenire un caso come quello degli esodati, persone che si attendono la pensione per domani e a cui si dice "dovrai aspettare altri cinque anni". Non si toccano i diritti acquisiti. E, allo stesso tempo, il cittadino osserva i suoi doversi verso la società, paga le tasse e sa che otterrà qualcosa in cambio. Naturalmente, non bisogna esagerare. Anche qui qualcuno bara, ma non tutti. E non si è costretti a barare per sopravvivere.
D. Lei crede che il suo libro potrà contribuire a cambiare gli stereotipi che noi italiani abbiamo sui tedeschi?
R. Lo spero, ma non lo credo. Infatti il libro non ha trovato un editore in Italia. E i pregiudizi sono per sempre. Io ho cercato di andare controcorrente, poi arriva una partita di calcio e si ripiomba nel passato: loro tutti nazisti, noi tutti mafiosi. Ma forse sono pessimista. In realtà i contrasti sono i nostri politici che non si capiscono. Italiani e tedeschi si comprendono meglio di quanto si voglia credere, meglio di quanto avvenga tra italiani e francesi. (valeria marzoli\aise)


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