VOTO ESTERO: L’UDIENZA ALLA CORTE COSTITUZIONALE

VOTO ESTERO: L’UDIENZA ALLA CORTE COSTITUZIONALE

ROMA\ aise\ - Voto per corrispondenza sotto la lente della Corte Costituzionale. Si è tenuta questa mattina l’udienza pubblica della Consulta chiamata in causa dal Tribunale del Veneto sulla costituzionalità della legge sul voto all’estero. Sotto accusa l’impianto della legge Tremaglia (459/2001) e il voto per corrispondenza che contrasterebbe quanto stabilito dal secondo comma dell’articolo 48 della Costituzione: “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto”.
Questa, almeno, la posizione sostenuta oggi da Mario Bertolissi, avvocato di Pier Michele Cellini, il cittadino residente in Slovenia che due anni fa ha fatto ricorso al Tribunale di Venezia contro il voto all’estero. Il tribunale, all’inizio di gennaio di quest’anno, ha demandato il caso alla Corte Costituzionale. A difendere lo Stato – Presidenza del Consiglio, Ministeri dell’Interno e degli Esteri – l’avvocato Vincenzo Nunziata, che ha invece difeso il voto per corrispondenza ricordando che sempre l’articolo 48, al comma 3, recita: “La legge stabilisce requisiti e modalità per l'esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all'estero e ne assicura l'effettività”.
L’udienza è iniziata con l’intervento del giudice relatore Mario Rosario Morelli, che ha riassunto il caso a beneficio dei colleghi, illustrando le diverse posizioni delle due parti: da un lato, dunque, le denunce di brogli e i casi emersi negli anni passati; dall’altro la difesa di una modalità “obbligata”, l’unica davvero in grado di consentire di votare agli italiani nel mondo, messa sotto accusa citando criticità che, volendo, potrebbero essere eccepite anche per il voto a domicilio o assistito per gli italiani in Italia.
Per l’avvocato Bertolissi, la questione del voto all’estero “non è di poco conto”. Il dibattito tra costituzionalisti, ha ricordato, “iniziò già dopo il 2001”, segno che l’impianto della 459/2001 fosse da subito apparso discutibile, perché “non dà ragionevole certezza ex ante” della regolarità del voto. Insomma, per Bertolissi, non si può “affidarsi alla buona creanza”, né vale fare confronti con gli altri Paesi che hanno adottato il voto per corrispondenza, perché “ciò che è accettato da una comunità può non esserlo da un’altra”. Per l’esercizio del diritto di voto non ci si può accontentare della “quasi segretezza”, ha aggiunto; “se il voto non viene presidiato non v’è certezza che l’elettore sia solo”, dunque “non c’è” con il voto per corrispondenza, “compatibilità con il secondo comma dell’articolo 48”.
La correttezza del voto dovrebbe essere più importante del numero di votanti: “conta solo la quantità?”, cioè “quanti cittadini all’estero votano?”, si è chiesto l’avvocato, secondo cui, in caso di pronuncia della Corte a favore della sua tesi, non si aprirebbe nessun vulnus in Parlamento, nell’ipotetica mancanza dei 18 eletti all’estero, perché “già in una Legislatura passata la Giunta per le elezioni non si pronunciò mai su 10 seggi e non successe nulla”.
Il punto è, ha concluso, che la 459/2001 “non ha centrato il suo obiettivo. L’esperienza fatta fin qui ce lo conferma”.
Di diverso avviso, ovviamente, l’Avvocatura dello Stato rappresentata da Vincenzo Nunziata, secondo cui non si deve guardare solo al secondo comma dell’articolo 48, ma anche al terzo, quello che parla della “effettività” del voto.
“Se oggi la Corte Costituzionale accogliesse il ricorso, agli italiani all’estero non sarebbe garantita la possibilità di votare. Non è dunque una questione di seggi, ma di garantire l’effettività del voto all’estero”, ha sostenuto Nunziata, ricordando che l’ipotesi che tornino in Italia per esercitare il loro diritto “è un’ipotesi residuale rispetto al voto per corrispondenza”. Ipotesi, ha ricordato, che necessita di una opzione da esercitare, dice la legge, entro il 31 dicembre dell’anno precedente alle consultazioni elettorali (termine quest’anno prorogato all’8 gennaio - ndr): dunque, ha argomentato Nunziata, se oggi la Corte accogliesse il ricorso, gli italiani all’estero non potrebbero votare per corrispondenza né tornando in Italia, visto che il termine è scaduto da un mese e mezzo.
Quella chiamata in causa dai ricorrenti, per l’avvocato dello Stato, è “un’eventuale patologia”. Che la segretezza del voto sia stata centrale anche per il Legislatore del 2001 è dimostrato dal fatto che “le sanzioni per reati elettorali sono raddoppiate per il voto all’estero”, come recita l’articolo 18 della 459 (Art. 18. 1. Chi commette in territorio estero taluno dei reati previsti dal testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, e successive modificazioni, è punito secondo la legge italiana. Le sanzioni previste all'articolo 100 del citato testo unico, in caso di voto per corrispondenza si intendono raddoppiate).
Il rischio “è ipotetico”, ha concluso Nunziata. “Il quadro d’insieme sul voto all’estero è immune dalle censure proposte”.
La palla passa ora ai 13 giudici costituzionali e al presidente Paolo Grossi, che forse già nel tardo pomeriggio di oggi anticiperanno i contenuti della loro decisione. (m.cipollone\aise) 

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