AMBASCIATORI DEL PATRIMONIO ITALIANO NEL MONDO

AMBASCIATORI DEL PATRIMONIO ITALIANO NEL MONDO

PALERMO\ aise\ - Si è svolto questa mattina alla GAM – Galleria d’Arte Moderna di Palermo, il convegno dal titolo “Ambasciatori del patrimonio italiano nel Mondo”, che s’inserisce nel solco del Seminario di Palermo promosso dal Cgie per la creazione di una Rete di Giovani Italiani nel Mondo.
Presenti al tavolo dei relatori Giovanni De Vita, Capo Ufficio I della DIGIT; Silvia Alciati, vicepresidente della Commissione VII del Cgie; Giuseppe Sommario, fondatore del Piccolo Festival delle Spartenze; Marina Gabrielli, fondatrice dell’associazione Raiz Italiana; Luigi Scaglione, coordinatore per la Basilicata del Centro Lucani nel Mondo e Francesco Bertolino, presidente della Commissione Cultura del Comune di Palermo.
“Questa è una delle tavole più ricercate del Seminario”, ha esordito Alciati, moderatrice del tavolo, “è un momento importante di formazione non solo per i ragazzi e le ragazze venute da lontano, ma anche per noi che siamo qui”.
“Dei quattro tavoli non potevo che essere qui”. Ha cominciato il suo intervento Francesco Bertolino, “Sono infatti restauratore e il mondo dei beni culturali è il mio habitat naturale. Desidero condividere con voi un’idea che ho maturato con la candidatura di Palermo Capitale, che si è trasformata in una convinzione fortissima: l’importante di comprendere cosa l’arte ci voglia raccontare. L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita, com’è scritto sul frontone del Teatro Massimo. Ed è vero”.
“Dal Neolitico ad oggi”, ha proseguito Bertolino, “questa Città è stata vissuta, ha accompagnato l’evoluzione dell’uomo. E questo porta a raccontare una storia millenaria fatta di stratificazione di popoli, anche con passaggi drammatici. La storia ci insegna che dovremmo fare esperienza e tesoro di quanto avvenuto nel passato. La straordinarietà di Palermo sta nel non raccontare solo un periodo di arte e di storia. Palermo racconta la storia dell’uomo, con tutto quello che questa città ha vissuto”.
“La contaminazione”, ha concluso il presidente della Commissione Cultura del Comune di Palermo, “può essere qualcosa di positivo. La diversità è bella, gli immigrati non sono un problema, ma una risorsa”.
Ha poi preso la parola Luigi Scaglione: “Matera e Palermo. Una sintonia che ci fa capire quanto sia bello questo Paese. Alciati, Medda, Prodi hanno compreso la forza della sinergia con le Regioni, alcune delle quali qui presenti. Si sconfigge in questo modo la storia delle istituzioni che non si parlano tra di loro. Qualcosa può funzionare e funziona. Passione e amore sono elementi fondamentali per la riuscita di eventi come questo”.
“Da quello che voi produrrete e state producendo”, ha detto Scaglione rivolgendosi ai giovani in sala, “partirà un rinnovamento del sistema delle nostre associazioni all’estero. Diventate protagonisti, alzate la voce, battete i pugni. È il vostro momento. Io mi sento palermitano e non lo dico per retorica, ma mi sono davvero sentito accolto. Qui non ci sono muri, sono stati abbattuti tanti anni fa. Chi solca i mari, muta i cieli ma non l’anima questa frase di Quinto Orazio Flacco, emigrato Lucano a Roma, esprime il senso di quello che voi ragazze e ragazzi rappresentate qui oggi a Palermo. Pur vivendo in altri Paesi, in altri continenti, siete pur sempre italiani. E vi ringraziamo per essere qui”.
Per il MAECI ha portato la sua testimonianza Giovanni De Vita, “punto di riferimento per il Cgie e per i Comites. Un vero uomo chiave”, come ha detto Silvia Alciati. “Ringrazio il Comune di Palermo per questa generosa accoglienza”, ha iniziato De Vita, “e voglio dare atto alla Commissione VII del Cgie di aver creduto in questa iniziativa dal fortissimo valore strategico. L’opportunità che avete creato in tempi brevissimi è davvero importante. Occorre maggiore partecipazione alla vita associativa, non solo a quella tradizionale, ma anche inventandone di nuove, più vicine alla vostra sensibilità. Il rapporto tra MAECI e la Sicilia è molto forte, proprio per la sua storia, che vede nell’emigrazione una componente fondamentale. Abbiamo un patrimonio di connazionali sparsi nel mondo unico al mondo. Da 60 a 80 milioni di oriundi italiani che vivono all’estero e con i quali vogliamo dialogare e fissare un legame strategico, per invogliarli a venire qui, a capire cosa si possa cambiare nel nostro Paese”.
“Noi come Italia”, ha aggiunto De Vita, “saremmo incompleti se non considerassimo gli oriundi e il loro bagaglio di esperienze, culture, conoscenze. L’Italia, per gli oriundi, può essere un corridoio anche verso l’Europa, perché – è bene ricordarlo – l’Italia fa parte dell’Unione Europea. Una componente romantica della nostra azione ministeriale, per esempio, è quella del turismo di ritorno, in cui crediamo molto”.
“Stiamo organizzando un appuntamento al MAECI per il 29 maggio”, ha concluso De Vita, “in cui ci sarà l’occasione per un confronto di iniziative, per dare spunti e idee per ciò che si può fare in questo settore. Presenteremo anche un progetto pilota con quattro regioni, ma che verrà poi esteso a tutte le altre regioni e province autonome italiane”.
È stato poi il turno di Marina Gabrielli: “Questo seminario è incredibile. Parlare a una platea di giovani è una grandissima gioia e un’impareggiabile opportunità. L’idea di poter condividere con voi certi argomenti è una felicità immensa. Mi sento parte di questa rete di giovani italiani all’estero, anche se sono tornata in Puglia. In Argentina ho conosciuto le comunità di italiani, di cui mi sono follemente innamorata. Con Raiz cerchiamo di diffondere l’idea dell’importanza dei viaggi delle radici, del turismo di ritorno. Ho indagato durante il mio dottorato a Tor Vergata sulla domanda degli italo argentini per tornare in Italia e ho dato vita all’associazione Raiz Italiana, che si occupa proprio di viaggi delle radici. Chi si rivolge a noi, ha spesso perduto i contatti con la propria terra di origine, quindi facciamo una ricerca anche sugli atti di nascita, sui certificati di morte, e stabiliamo gli itinerari. È un’esperienza molto forte, portiamo gli oriundi nei luoghi di nascita dei propri avi. Si tratta di famiglie e piccoli gruppi, ma ultimamente ci occupiamo anche di organizzare itinerari per associazioni”.
“Lavoriamo accanto al MAECI. Giovani De Vita ci sostiene tantissimo”, ha aggiunto Gabrielli, “e stiamo cercando di lanciare una strategia nazionale, sensibilizzando le istituzioni locali, comunali, quelle ecclesiastiche, per aprire gli archivi, per aiutarci a rendere accessibile a tutti il viaggio di una vita, un’esperienza fondamentale, quello che da alcuni viene definito un “rito di passaggio”. L’Italia ha un dovere morale verso i propri figli sparsi per il mondo. Il loro percorso dev’essere facilitato dalle istituzioni”. “Non dimentichiamo”, ha concluso rivolgendosi alla platea, “che siete voi i primi promotori dei vostri Paesi di origine, siete una risorsa importantissima”.
Chiude la conferenza Giuseppe Sommario, fondatore del Piccolo Festival delle Spartenze: “Ringrazio le istituzioni per l’accoglienza, il Cgie e il MAECI. Le storie che ho incontrato sono diventate una dipendenza, una malattia che sta mettendo a rischio il mio matrimonio”, ha esordito Sommario suscitando le risate dei ragazzi presenti, “ho pensato a questo festival qualche anno fa. Si svolge in Calabria, a Paludi, dal 2016. Perché un festival dedicato alle migrazioni? Perché non ne esisteva uno. Nella mia attività di ricerca universitaria ho conosciuto tantissimi migranti, ho ascoltato centinaia di storie. A Buenos Aires ho conosciuto una donna che quest’anno compie 70 anni di presenza in Argentina. Nella sua casa mi sono sentito più che in Italia. Questa donna, in un certo senso, mi ha cambiato la vita: mi ha detto “non ti scordare di noi” e questa è una paura che accomuna molti migranti: quella di essere dimenticati dal proprio Paese di origine. Il festival nasce con questo intento, nasce a Paludi perché è lì che sono nato e perché Paludi è il Paese con il più alto tasso di abbandono per emigrazione. Perché “spartenze”? perché contiene in sé il termine partenza, perché spartire significa “separare”, la separazione tra chi parte e chi resta”.
“Spartire”, ha aggiunto Sommario, “significa infine “condividere”. L’idea di condividere un territorio, condividere le storie, ci è sembrata straordinaria. Il festival racconta non solo chi è partito, ma anche chi è rimasto, che spesso viene dimenticato a sua volta. Pensiamo alle tante vedove bianche del Novecento. Donne che vedevano i loro mariti partire e, molto spesso, non ne avevano più alcuna notizia”.
Mostre, dibattiti, concerti. Un festival che si arricchisce di anno in anno: “Raccontiamo anche le storie di chi sta arrivando, dei migranti che vengono dall’Africa. Lo scorso anno, poi, abbiamo avviato in via sperimentale il primo raduno di ricercatori calabresi nel mondo, il Calabria Campus. Ripeteremo l’esperienza anche quest’anno, in maniera più organica. Apriremo anche la sezione lingua e dialetti, la vera anima dell’italianità. I dialetti possono avere se non una nuova vita, una nuova dignità, aiutandoci a recuperare la storia dei nostri padri”. (gianluca zanella\ aise) 

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