GLI IMMIGRATI CHE SI ADATTANO ALLA CULTURA AUSTRALIANA "SONO PIÙ FELICI" – DI CHIARA PAZZANO

GLI IMMIGRATI CHE SI ADATTANO ALLA CULTURA AUSTRALIANA "SONO PIÙ FELICI" – di Chiara Pazzano

MELBOURNE\ aise\ - “Secondo uno studio condotto alla Swinburne University di Melbourne, gli immigrati che si adattano alla società e cultura australiana godono di un maggiore benessere personale di coloro che non lo fanno. I ricercatori parlano di Australian acculturation per indicare il processo di adozione della cultura australiana. Lo studio è stato condotto sottoponendo dei questionari a 306 skilled migrants provenienti dallo Sri Lanka e dall'India”. Ne scrive Chiara Pazzano su “Sbs Italian”, lo special broadcasting in onda in italiano in tutta l’Australia.
“Come spiega Asanka Gunasekara, uno degli autori, in un articolo pubblicato su The Conversation, con l'espressione “benessere personale” lo studio si riferisce alla qualità della vita di una persona, misurata su due livelli.
Il primo livello si riferisce a quanto essi siano soddisfatti della vita in generale, mentre il secondo si riferisce a quanto siano soddisfatti in aree specifiche della vita, come relazioni, salute, sicurezza e relazioni interpersonali.
Lo studio ha esaminato le correlazioni tra il tempo passato in Australia, l'acculturazione e il benessere personale dei 306 immigrati presi come campione.
Gli immigrati che hanno riferito di avere un benessere personale elevato sono coloro che si sono adattati alla cultura australiana, hanno messo in secondo piano la propria cultura di provenienza, ed hanno una buona conoscenza della lingua inglese.
Lo studio ha anche scoperto che il tempo trascorso in Australia non risulta necessariamente in un maggiore benessere personale, a meno che le persone non si adattino alla cultura australiana.
Lo studio ha misurato il benessere personale utilizzando l'Australian Unity Personal Well-Being Index (PWI), che misura il livello di soddisfazione di una persona utilizzando un sistema a punti tra 0 e 100.
Il PWI medio della popolazione generale australiana varia da 74.2 a 76.8 su 100, mentre il PWI medio degli skilled migrants presi in esame dallo studio era più elevato, a 77.27.
Gli autori spiegano che, siccome lo studio ha coinvolto immigranti professionalmente qualificati, è possibile che la loro istruzione superiore, le loro competenze e salari possano aver contribuito a livelli più elevati di benessere personale, rispetto al resto della popolazione australiana.
CONNETTIVITÀ SOCIALE
Il campione di immigrati esaminato ha anche registrato un punteggio basso in termini di connessioni interpersonali con il resto della popolazione australiana.
Le connessioni nella comunità si riferiscono al numero e alla profondità delle relazioni che una persona ha con altre persone nella propria comunità.
Il numero di tali connessioni potrebbe essere inferiore perché gli immigrati qualificati mantengono stretti contatti con famiglie etniche estese o perché ci sono poche opportunità per essere coinvolti nella più ampia comunità australiana, spiega Asanka Gunasekara nell'articolo per The Conversation.
BICULTURALISMO
Gli immigrati di solito mantengono la propria cultura ed aggiungono pratiche culturali del paese ospitante, cioè sono "biculturali".
Ma la piena acculturazione, spiega la Professoressa Gunasekara, è quando gli immigrati abbandonano le loro pratiche e valori culturali e si adattano alla cultura ospitante.
Il che è praticamente impossibile per immigrati di prima generazione ma possibile per gli immigrati di seconda generazione.
RISCHIO DI ISOLAMENTO NELL’ANZIANITÀ
Uno studio del 2015 ha rilevato che le persone anziane di diversa provenienza culturale e linguistica corrono un rischio maggiore di depressione rispetto agli anglo-australiani.
La mancanza di Australian acculturation spesso si traduce in un maggior isolamento nella terza età.
La Professoressa Gunasekara commenta che, visto che il campione di immigrati presi in considerazione nello studio (con un'età media di 38 anni) ha un punteggio basso nel dominio delle "connessioni nella comunità", c’è il rischio che possano cadere in una trappola di isolamento sociale quando invecchieranno”. (aise) 

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