IL PARLAMENTO EUROPEO BANDISCE I SIMBOLI NAZIFASCISTI E COMUNISTI: HANNO LO STESSO PESO? – DI LUCIA CONTI

IL PARLAMENTO EUROPEO BANDISCE I SIMBOLI NAZIFASCISTI E COMUNISTI: HANNO LO STESSO PESO? – di Lucia Conti

BERLINO\ aise\ - “Giovedì 19 settembre 2019, il Parlamento europeo ha emanato una risoluzione dal titolo “Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa”, in cui di fatto equipara simboli nazifascisti e comunisti. La risoluzione è stata votata con 535 voti favorevoli, solo 66 contrari e 52 astenuti e il suo contenuto ha immediatamente generato un dibattito che non accenna a placarsi, soprattutto considerando che quest’anno si celebra l’ottantesimo anniversario dello scoppio della seconda guerra mondiale”. Ad illustrare il testo della risoluzione, analizzandone i punti più controversi, è Lucia Conti che a Berlino dirige il quotidiano online “ilMitte.com”.
Il contenuto, in estrema sintesi
Uno dei punti della risoluzione indica nel trattato di non aggressione tra la Germania nazista e l’Unione Sovietica, noto come patto Molotv-Ribbentrop, firmato il 23 agosto 1939, una delle cause della seconda guerra mondiale. La risoluzione ritiene nello specifico che il trattato abbia assoggettato l’Europa a due regimi totalitari, creando le premesse di un successivo e inevitabile conflitto.
Il riferimento all’attuale leadership russa
Esplicito è anche il riferimento ai tentativi dell’attuale leadership russa “volti a distorcere i fatti storici e a insabbiare i crimini commessi dal regime totalitario sovietico”. Questo atteggiamento è visto come una delle armi di una guerra di informazione condotta allo scopo di “dividere l’Europa democratica”.
A questo proposito si cita il fatto che, ancora nell’agosto 2019, le autorità russe abbiano promosso un’interpretazione secondo la quale i veri istigatori della seconda guerra mondiale sarebbero stati la Polonia, gli Stati Baltici e l’Occidente.
Un paletto che di sicuro ribadisce una frizione tra la sfera europea e la Russia attuale.
La risoluzione sottolinea inoltre il fatto che i crimini del regime nazista siano stati compresi, giudicati e stigmatizzati, mentre ci sarebbe ancora molta ambiguità per quanto riguarda l’analisi dei crimini dello stalinismo e altre dittature comuniste.
Ne emerge un’equivalenza tra tirannia nazista ed espansione dei regimi comunisti totalitari nell’Europa centrale e orientale e, conseguentemente, tra i simboli nazifascisti e comunisti.
Ma la risoluzione non dice solo questo. Si torna infatti a ribadire il rifiuto per tutti i gruppi e i partiti politici apertamente radicali, razzisti e xenofobi, che istigano alla violenza all’interno della società, anche online, in questo modo inserendo nel dibattito la moderna minaccia della promozione politica dell’odio in rete.
Si esprime inoltre preoccupazione per il ritorno dell’ideologia fascista e per la collusione di leader, partiti politici e forze dell’ordine con movimenti estremisti che agiscono in questa direzione.
L’equivalenza nazismo-comunismo
Tornando ai passaggi più controversi della risoluzione, il punto 3. ricorda che “i regimi nazisti e comunisti hanno commesso omicidi di massa, genocidi e deportazioni” e condanna tutte la diffusione all’interno dell’Unione “di ideologie totalitarie, come il nazismo e lo stalinismo”.
Ed è proprio su questo spostamento, dal termine “comunismo” al termine “stalinismo”, che si incentreranno molte polemiche.
Sono da considerarsi equivalenti?
I simboli nazifascisti e comunisti sono tutti uguali?
Il Parlamento Europeo esprime inoltre inquietudine per “l’uso continuato di simboli di regimi totalitari, nella sfera pubblica e a fini commerciali”, e ricorda che già alcuni Paesi europei hanno vietato l’uso di simboli sia nazisti che comunisti.
Anche su questo il livello dello scontro ideologico resta alto.
Le ragioni della polemica
Sintetizzando, le discussioni generate dalla risoluzione del Parlamento Europeo, si sono aggregate soprattutto attorno ai seguenti punti:
1. Il patto di non aggressione Molotov-Ribbentrop indicato come causa della seconda guerra mondiale.
2. La dichiarata connessione tra simboli comunisti e degenerazioni totalitarie.
3. Il rischio che questa risoluzione possa costituire un precedente e un rischio per successive strumentalizzazioni.
Per quanto riguarda il primo punto, molti ritengono che considerare il trattato Molotov-Ribbentrop la causa della seconda guerra mondiale sia un’approssimazione storica imperdonabile. Si trascurerebbero altre implicazioni e soprattutto le responsabilità delle democrazie europee che giocarono un ruolo favorevole al conflitto.
Per quanto riguarda il secondo punto, molti ritengono che stalinismo e comunismo non siano sinonimi e come tali non vadano trattati, rifiutando l’equiparazione tra la svastica e la falce e il martello e, in generale, tra simboli nazifascisti e comunisti.
La falce e il martello sarebbero nati, secondo questa interpretazione, come simbolo del riscatto del movimento operaio, vessato e sottomesso, e solo in seguito strumentalizzati e quindi “violati” dalla dittatura stalinista e dai regimi totalitari comunisti.
Si sottolinea inoltre, sempre in questa direzione, il contributo al progresso democratico di molti Paesi fornito da formazioni comuniste prima dello stalinismo, nell’ambito della lotta di liberazione dal nazifascismo, ma anche nell’evoluzione parlamentare delle successive democrazie europee.
Ma esiste un paese comunista che sia stato anche democratico?
Questa è l’obiezione di chi invece ritiene giusto il testo della risoluzione e che rileva come l’applicazione pratica dell’ideologia comunista abbia portato, storicamente, a una soppressione della democrazia e a un annullamento di libertà e diritti fondamentali, senza eccezione alcuna.
Ne è prova il fatto che nei Paesi dell’est che hanno subito la dittatura comunista la falce e il martello siano spesso visti con lo stesso orrore che la svastica suscita nei Paesi che hanno sperimentato il nazifascismo.
Pur senza negare il contributo della lotta comunista al processo di liberazione, inoltre, molti ricordano come, per esempio in Italia, si siano verificati episodi come quello dell’eccidio di Porzus, in cui 17 partigiani della Osoppo-Friuli (di orientamento cattolico e liberale) furono trucidati nel 1945 da un gruppo di partigiani delle Brigate Garibaldi, vicine al Pci.
All’epoca gli osovani accusarono il Pci locale di aver pianificato la strage agli ordini dei partigiani del maresciallo Tito, mentre l’Anpi e gli altri partigiani della Garibaldi presero le distanze dall’evento, parlando di un’azione criminale messa in atto da un gruppo isolato di sbandati. Ma sullo sfondo è rimasta una domanda inevasa: a prescindere da questo episodio, quali erano i veri legami tra il comunismo italiano e il colosso sovietico e quali obblighi ideologici e morali sottendeva, potenzialmente pericolosi per la democrazia?
È una questione ancora aperta, che andrebbe approfondita, ma che ci porterebbe ancora più lontano.
“Buttare via il bambino con l’acqua sporca”
Chi si rifiuta di considerare i simboli dell’ideologia comunista come sinonimi di totalitarismo ritiene che il testo della risoluzione, per il modo in cui è scritto, rischi di “buttare via il bambino con l’acqua sporca”, negando cioè il valore originario della lotta operaia e dei suoi ispiratori.
Quando l’Unione dice di “osservare con preoccupazione, negli spazi pubblici di alcuni Stati membri, monumenti e luoghi commemorativi (parchi, piazze, strade, ecc.) che esaltano regimi totalitari”, cosa vuole dire esattamente, se pensiamo al comunismo? Andrebbero stigmatizzati solo se direttamente legati a una dittatura o anche a una generica ideologia comunista? Dove si individua il limite? Come giudicare le varie vie Lenin, Berlinguer, Gramsci o anche la Karl-Marx-Allee a Berlino? Si considera comunismo anche il marxismo consiliarista di Rosa Luxemburg?
A questa domanda vengono date risposte diverse, anche perché un testo va sempre interpretato. E molti sostengono che il testo in questione potesse e dovesse essere scritto meglio.
Un discorso a parte è la questione del Memoriale sovietico dell’Armata rossa a Berlino, costruito in memoria dei circa 80.000 soldati sovietici caduti durante la liberazione della città e attualmente considerato il più grande monumento antifascista dell’Europa occidentale, nonostante sia decorato con frasi di Stalin e una chiara estetica di regime.
Il monumento è peraltro custodito secondo gli accordi vincolanti previsti nel Trattato di Riunificazione delle due Germanie.
Contrastare le dittature significa contrastare (anche) il nazifascismo
C’è da sollevare un altro rilievo, però. Nella frenesia di dibattere sulla natura dell’ideologia comunista, rischiamo di non notare che la risoluzione parla di “uso continuato di simboli di regimi totalitari nella sfera pubblica e a fini commerciali”.
Questo varrebbe ad esempio per i gadget che richiamano l’ideologia comunista, ma anche per le varie bottiglie di “Grappa del Duce” o cimeli mussoliniani come accendini, busti e maglie, regolarmente venduti in Italia. Insomma, parlare di simboli nazifascisti e comunisti nello stesso contesto significa anche ribadire il rifiuto del fascismo e questo è un principio importante.
È così terribile prendere le distanze dalle dittature? Certamente no, quando ad animarci è uno spirito autenticamente democratico.
Ma anche sul concetto di democrazia, a volte, si dibatte a lungo.
I simboli sono tutti sbagliati?
C’è infine c’è chi sostiene che quando l’ideologia diventa politica tutti i simboli entrino in una dimensione fatta di luci e ombre, correndo il rischio di “contaminarsi” inevitabilmente. Il problema, quindi, non sarebbe solo la presunta dialettica svastica/falce e martello, ma sarebbero “incriminabili” anche le bandiere nazionali, brandite dai Paesi europei nel momento in cui, sotto le stesse bandiere, vengono compiute stragi, pulizie etniche, abusi coloniali, invasioni e bombardamenti.
Non sarebbe stato meglio, sostengono alcuni, puntare a una moratoria e quindi a un impegno dei Paesi dell’Unione verso ogni forma di oppressione, abuso delle libertà democratiche e violazione di diritti umani? Un’altra questione su cui ci si scontra, anche se questo approccio è di sicuro più complicato da codificare.
E si arriva quindi al terzo punto, il rischio di strumentalizzazione
Chi punta l’attenzione su questo punto teme soprattutto che travisare un episodio storico (nello specifico il patto Molotov-Ribbentrop) all’interno di un documento ufficiale dell’UE rischi di essere un pericoloso precedente.
La paura è quella che il meccanismo possa fungere da “cavallo di Troia” e in futuro aprire la strada, al mutare degli equilibri politici in seno all’Unione, a riletture che potrebbero sovvertire davvero il senso della memoria storica e sdoganare forme di negazionismo neofascista.
E questo nonostante il Parlamento Europeo inviti gli Stati membri a sensibilizzare le generazioni più giovani su questi temi, anche a livello didattico, e a contrastare, ad esempio, ogni forma di negazione o banalizzazione dell’Olocausto, anche nei discorsi politici e mediatici.
Su questo si stanno confrontando persone di diverso background e formazione e al di là dei fanatismi, per definizione sterili, sarebbe il caso che questo dibattito non si arenasse. Sarebbe il caso che divenisse uno spunto per fare i conti con la storia e per capire quali siano le nostre radici, per inserire nel sistema immunitario dell’Unione gli anticorpi dell’anti-totalitarismo e per evitare che si ripetano i cicli di orrore e miseria umana che ogni deriva antidemocratica comporta.
Sarebbe il caso di conciliare infine, e definitivamente, il rispetto dei diritti sociali e civili, comprendendo che la giustizia sociale non può avere come prezzo la soppressione delle libertà democratiche e dei diritti fondamentali e che l’uguaglianza formale, d’altro lato, non può risolversi nella sostanziale mancanza di libertà di chi ha poco o non ha nulla.
Se riusciamo a fare questo, riscrivere o modificare un testo non perfetto non sarà un grosso problema.
Se non ci riusciamo, resteremo nella spirale dei corsi e ricorsi storici che rischiano di inchiodarci a un passato destinato a ripetersi, con variazioni minime”. (aise) 

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