LA REALTÀ DISTOPICA DEL VENEZUELA RACCONTATA A PALERMO

LA REALTÀ DISTOPICA DEL VENEZUELA RACCONTATA A PALERMO

ROMA - focus/ aise – È passata una settimana, ma il senso di sgomento e tristezza provato nell’ascoltare certe cose non accenna a diminuire. Sofia Calligaris ed Elisabeth Petrelli sono due italo-venezuelane giunte a Palermo per il seminario promosso dalla Commissione VII del Cgie. Entrambe vengono da Caracas e quando le avviciniamo per fare qualche domanda, i loro occhi trasmettono tutta la gratitudine di chi solitamente non ha molte occasioni per esprimere il proprio senso di oppressione. Uno sguardo che difficilmente dimenticheremo, lo stesso sguardo di qualche giorno dopo, su un aereo diretto a Roma, dove ci ritroviamo con Elisabeth, seduta a pochi post di distanza dal nostro. Ennesima occasione per farci ripetere quanto già ascoltato, solo per fissare meglio i concetti, per farsi penetrare più a fondo da una realtà talmente dura da non poter sembrare reale. Ma facciamo un passo indietro e torniamo all’intervista effettuata a margine di uno dei tanti panel della seconda giornata di seminario.
Della situazione venezuelana sappiamo tutto e non sappiamo nulla. I telegiornali rimandano notizie e immagini che, a lungo andare, non fanno quasi più effetto. Parlare con chi quella realtà per noi così lontana la vive sulla propria pelle, però, sortisce tutto un altro effetto. “Due settimane fa”, dice Sofia, “siamo state quattro giorni senza luce e senza acqua. C’è stata molta gente che, in mancanza di riserve sufficienti, non si è potuta lavare, né ha potuto bere”.
“Se non si dispone di dollari in contanti, si è completamente tagliati fuori”, aggiunge Elisabeth, “per molti giorni le carte di credito sono state inutilizzabili. I bolivares non servono praticamente più a nulla”.
Riguardo la situazione politica, le ragazze hanno le idee molto chiare: “Appoggiamo Guaidò, come la maggior parte della popolazione”, spiega Sofia, “attualmente è l’unica speranza per strapparci dalla dittatura di Maduro”. “Alcuni giornalisti”, aggiunge Elisabeth, “lo dipingono come un burattino nelle mani degli americani. Ma non è così. È vero, gli americani ci stanno aiutando. Ma il loro non è un aiuto finalizzato a un’invasione, è un aiuto umanitario. E nello stato attuale delle cose, qualunque aiuto di questo genere è ben accetto”.
Già altri prima di Guaidò hanno tentato di rovesciare il governo di Maduro. È il caso di Leopoldo Lopez, praticamente sconosciuto all’estero perché, a differenza di Guaidò, non ha potuto contare su una rete di supporto e protezione estera. “Ora è agli arresti domiciliari, come tutti i dissidenti”.
Secondo le due ragazze, lo stallo in cui versa il Paese è determinato dal ruolo dei militari: “Sono a favore di Maduro”, ci spiega Sofia, “perché hanno tantissimi privilegi. Non solo stipendi altissimi, ma – cosa fondamentale – la possibilità di accedere a cibo e acqua senza problemi. E di questi tempi, si tratta di un fattore di consenso fondamentale. Si appoggia chi garantisce la sopravvivenza, poco importa se è un dittatore”. “E poi i militari hanno le armi”, chiosa Elisabeth, “e non si fanno molti problemi a usarle per mantenere i loro privilegi”.
Secondo il racconto delle due ragazze, da ormai cinque anni in Venezuela non esiste più il turismo. “L’Isola Margarita, che un tempo era un polo turistico importantissimo, con un porto molto frequentato, oggi è deserta”, racconta Elisabeth, “alberghi e negozi sono chiusi. Tutto è in rovina. Sembra uno scenario apocalittico”.
Inevitabile poi, parlando con due giovani, affrontare il tema dello svago e dei divertimenti che in un Paese come il nostro diamo per scontato. “Ormai si lavora e basta”, dice amareggiata Sofia, “si esce la mattina, si rientra la sera e si va a dormire. Non è sicuro girare in strada dopo il tramonto del sole. Non c’è un coprifuoco effettivo, ma nessuno se la sente di rischiare. La criminalità ha subìto un’impennata”.
Una realtà distopica, quella raccontata da Elisabeth e Sofia. Una quotidianità difficile da immaginare, soprattutto in un luogo così simile all’Italia.
“Gli aiuti internazionali arrivano, anche dall’Italia. Senza questi aiuti, per esempio, non potremmo essere qui oggi”, aggiunge Sofia, “tuttavia non sono sufficienti. Manca davvero tutto. Manca il cibo, mancano le medicine. Poco tempo fa una mia amica è morta dopo aver partorito perché nella clinica privata dov’era ricoverata mancava il sangue. Figuriamoci quella che può essere la situazione in un ospedale pubblico”.
Elisabeth e Sofia si considerano, nonostante tutto, ragazze fortunate. La prima lavora nelle risorse umane di un’azienda di esportazione di gas e petrolio, la seconda è manager presso la filiale di una banca americana. “Abbiamo uno stipendio”, conclude Sofia, “ma se mancano l’acqua e la luce, mancano anche per noi. Ecco, in questo il Venezuela è un Paese davvero democratico!”. (focus\ aise) 

Newsletter
Notiziario Flash
 Visualizza tutti gli articoli
Archivi