L’ITALIA E LA MOBILITÀ SCIENTIFICA ALL’ESTERO

L’ITALIA E LA MOBILITÀ SCIENTIFICA ALL’ESTERO

ROMA\ aise\ - “Ambito della ricerca e dell’Università”, è questo il tema del primo dei quattro panel di lavoro del convegno promosso dalla Senatrice Laura Garavini dal titolo “Italiani all’estero: Intelligenze senza confini”, in corso presso la Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati, a Roma.
Per discutere sulla ricerca, il tavolo dei relatori, moderato da Lanfranco Palazzolo di Radio Radicale, si è composto di diverse figure importanti di ambito accademico, tra cui Matteo Pardo, dell’Ufficio Relazioni Internazionali del CNR, Vito Gironda, direttore scientifico rapporti binazionali Italia-Germania dell’Università di Bielefeld, Marialucrezia Leone, storica della filosofia dell’Università di Colonia, Paolo Giubellino, amministratore delegato dei centri di ricerca FAIR e GSI a Farmstadt, Dario Riccardo Valenzano, genetista all’Insitut for Biology og Ageing di Colonia, e Marco Dell’Erba, giurista e professore di diritto finanziario presso l’Università di Zurigo.
Ad aprire i lavori Matteo Pardo, che ha illustrato i diversi dati sulla mobilità degli studenti, dei ricercatori e dei professori, comparando l’Italia al resto d’Europa e del mondo. Dalle diverse tabelle, l’Italia è risultata avere un numero maggiore di persone che arrivano per prendere il diploma rispetto a quello che la lascia. Dati simili rispetto a quelli della Germania, anche se più di 1 studente su 5, fra gli italiani, si sposta dal Paese per concludere il dottorato all’estero. Per quanto riguarda i ricercatori, invece, “la proporzione italiana è peggiore rispetto agli altri paesi”. Si parla infatti del “57% che esce, e del 43% che entra”. Mentre per i professori, infine, “siamo in forte crescita, essendo il Paese, fra quelli non di lingua tedesca, che fornisce il maggior numero di professori al mondo, così come per i ricercatori, nel quale abbiamo superato anche la Cina”.
“È arrivato il tempo di cambiare prospettiva sulla mobilità” ha affermato Vito Gironda. La mobilità, infatti, secondo il direttore scientifico dei rapporti binazionali Italia-Germania dell’Università di Bielefeld, deve essere intesa “non più come perdita di capitale umano, ma come risorsa del sistema universitario italiano. La “fuga di cervelli” è un grimaldello mediatico. Questo non significa che l’università italiana sia il massimo, ma non è nemmeno un malato terminale. L’Italia - ha continuato Gironda - spende solo l’1,4% del PIL in ricerca e sviluppo”, e questo, a parer suo, riduce le possibilità dei ricercatori. “Altri Paesi, più virtuosi nella ricerca, attraggono i talenti italiani, ma bisogna capire che i giovani non scappano da qualcosa, ma vanno alla ricerca di qualcosa in più, perché gli atti scientifici succedono ovunque e la ricerca ha bisogno di mobilità”.
La Professoressa Leone, invece, prendendo parola ha mosso critiche alla considerazione della quale godono i ricercatori italiani nelle Università italiane, rispetto a quella di cui godono in quelle all’estero. “I filosofi tedeschi sono spesso studiati più dagli italiani che dai tedeschi stessi. Sono diverse, infatti, le dinamiche che hanno portato italiani in posti di eccellenza in Germania, e con molta difficoltà tornano in Italia, dove i tagli alla ricerca hanno danneggiato le scienze umanistiche e particolarmente la materia filosofica. I cervelli filosofici in movimento, per quanto mi riguarda, devono viaggiare il più possibile. Per trovare collocazioni definitive, dunque, ben venga la mobilità”.
“La mia esperienza di fisico basato in Italia - ha detto durante il suo intervento Paolo Giubellino, fisico di fama internazionale - non è un’esperienza isolata. È difficile, però, acquisire in Italia dirigenti qualificati da altri paesi. La mobilità nel campo della ricerca è una risorsa, oltre che un fattore inevitabile. Inoltre, il nostro rapporto con la politica è molto stretto e molto aperto. E questo è un fattore enorme di fiducia e costruttivo”.
Dario Riccardo Valenzano, ricercatore neuroscienziato, ha espresso invece sorpresa riguardo “l’interesse delle istituzioni. Per questo ringrazio la Senatrice Garavini. Personalmente - ha continuato Valenzano - non mi considero un fuggiasco, ma piuttosto uno che rincorre qualcosa. C’è un fenomeno in corso, e si deve discutere se questo rappresenti un problema o no. Perché per cercare di diventare più interessanti serve far diventare l’ambiente della ricerca più competitivo”.
“Venendo dal sud - ha detto Marco Dell’Erba parlando della sua esperienza da ricercatore e professore all’estero - capisco che la migrazione è composta da più strati, dal sud al nord, dall’Italia all’Europa, dall’Europa oltre i confini continentali. Le ragioni per cui trovo attraente lavorare all’estero sono diverse, evitare dibattiti personali interni e il salario sono alcuni tra questi. Soprattutto - ha motivato ancora Dell’Erba - perché all’estero il lavoro accademico è davvero un lavoro, dove esiste un supporto sul training, dimensione completamente ignorata in Italia. Personalmente - ha concluso il suo intervento il professore - nutro forti dubbi sul fatto che il sistema accademico italiano non sia un malato terminale”. (luca matteuzzi\ aise) 

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