L'ITALIANO NELLE COMUNITÀ STORICHE DA GIBILTERRA A COSTANTINOPOLI - DI FIORENZO TOSO

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ROMA\ aise\ - “Un viaggio nel tempo e nello spazio alla ricerca delle "Italie" e degli "italiani" (varietà di lingua e generazioni di persone) che sono esistiti e in parte esistono ancor oggi fuori dei confini nazionali: questo è il tema al centro della serie di interventi che, con cadenza mensile, pubblicheremo per la cura di Fiorenzo Toso, già ideatore e organizzatore per noi del ciclo in 17 puntate "Lingue sotto il tetto d'Italia", dedicato alle "minoranze alloglotte da Bolzano a Carloforte". Questa volta, come scrive Toso nell'intervento di apertura, i lettori verranno guidati per vie più e meno battute, maestre o laterali, nella civiltà plurisecolare europea e mediterranea, dal Medioevo ai giorni nostri, sfiorando Tunisi, rasentando l'Asia, veleggiando lungo le coste dalmate e istriane, toccando la Francia meridionale, San Marino, il Canton Ticino e il Cantone dei Grigioni in Svizzera, la Croazia e, nel continente, la Romania e la Moldavia. Alla scoperta di tracce spesso sorprendenti e affascinanti di italiano e di italianità di varia origine, storia e consistenza”. A pubblicare i contributi di Fiorenzo Toso da questo mese è il magazine online della Treccani. Il nuovo ciclo, “Europa e Mediterraneo d'Italia. L'italiano nelle comunità storiche da Gibilterra a Costantinopoli”, viene introdotto da Toso con l’articolo “Le lingue d'Italia fuori d'Italia” che qui riportiamo.
“Negli ultimi tempi è cresciuto molto l’interesse per l’italiano all’estero, testimoniato anche dalla fortuna di ricorrenti fake news come quella secondo il quale esso sarebbe addirittura la quarta lingua più studiata al mondo: una sonora bufala, purtroppo, nata da una lettura distorta del dato secondo cui si tratta, in realtà, della lingua che viene scelta per quarta da chi ne sta studiando altre tre: se ne deduce che l’italiano “piace”, è vero, ma meno come lingua di comunicazione (e quindi oggetto di studio) che come veicolo di promozione, ad esempio, per i prodotti ispirati a una certa immagine del Paese. Il numero dei discenti in realtà ne risente, e si fa sempre più fatica a reggere la “concorrenza” di grandi lingue internazionali quali l’inglese, lo spagnolo o il cinese.
Anche per questo, gli osservatori seguono con attenzione le statistiche, non sempre confortanti, sulla presenza della lingua nell’insegnamento universitario e superiore negli altri Paesi, e guardano con giusta preoccupazione al fatto che nelle comunità di emigrati, ad esempio in quelle degli Stati Uniti, la sua conoscenza sia in progressiva diminuzione.
Non solo emigrazione
L’emigrazione di massa degli ultimi cento-centocinquant’anni, d’altronde, non è l’unica causa della presenza di un’italianità linguistica al di fuori dei confini nazionali: a volte ci si dimentica un po’ che le lingue d’Italia (non soltanto quella nazionale, ma anche varietà regionali che ebbero in passato un ruolo importante nella circolazione linguistica in area europea e mediterranea) sono state diffuse fino a tempi recenti, e a volte lo sono tuttora, in diversi contesti europei e mediterranei attraverso la permanenza di comunità “storiche”, talvolta esigue, talvolta anche numericamente significative, le cui vicende sono il riflesso di situazioni assai diverse tra loro.
Un conto è infatti parlare, ad esempio, della continuità linguistica che delinea i contorni di una Svizzera Italiana (e di dialetto lombardo) verso nord, un conto dei residui di antichissime presenze commerciali a Costantinopoli o in Tunisia; e la dialettalità veneta su cui si appoggia l’italianità ancora viva lungo le coste dell’Istria e della Dalmazia è altra cosa dai tradizionali orientamenti culturali della semitica (e anglofona) Malta verso la Sicilia, e così via.
Fino a ieri e fino a oggi, tra discrepanze ed eredità secolari
Ci proponiamo così, in una serie di articoli affidati di volta in volta a studiosi competenti, di esaminare in dettaglio le fortune, ma anche le sfortune, delle lingue d’Italia fuori d’Italia, prendendo in considerazione le situazioni in cui la loro presenza fino ad oggi (o fino a un “ieri” circoscritto almeno nell’ambito del secolo da poco trascorso) sia la conseguenza di un insediamento storico, innato o ascrivibile a vicende remote: come risultato di una discrepanza (a volte secolare, a volte frutto di avvenimenti non troppo lontani da noi) tra “confini” politici e confini linguistici, ad esempio, o come eredità di un passato in cui il toscano, il veneziano, il genovese, il siciliano e altri idiomi italoromanzi avevano conosciuto una loro espansione – spesso insospettabile per i non addetti ai lavori – in ambiti geografici ampi, talvolta in contesti e con funzioni di rilievo internazionale, messe bene in luce da studiosi come, tra gli altri, Francesco Bruni ed Emanuele Banfi, ai quali si debbono importanti approfondimenti e fondamentali contributi bibliografici.
Il Principato che parla il ligure, il liceo italiano di Istanbul
Si tratta di situazioni che variano nel tempo e nello spazio, determinando anche una diversa percezione del senso di appartenenza legato alla condivisione di una o più lingue d’Italia. Perché ad esempio i venetofoni della Croazia e della Slovenia si dichiarano pervicacemente “italiani” a differenza di quegli isolani che, parlando dialetti ai quali Tommaseo conferiva il titolo di “più italiani dell’italiano”, hanno costruito la propria identità sull’orgogliosa affermazione di una lingua còrsa?
Perché il ligure monegasco è considerato di fatto la lingua nazionale del Principato mentre il dialetto romagnolo di San Marino non ha mai avuto storicamente accesso, neppure lontanamente, alle stanze del potere della piccola repubblica appenninica?
Perché la corposa identità dialettale lombarda del Ticino e dei Grigioni non inficia un senso forte di appartenenza della Svizzera meridionale alla comunità linguistica e culturale (ma certo non a quella nazionale!) italiana, mentre i dialetti retoromanci sono assurti al rango di quarta lingua ufficiale della Confederazione?
Perché i levantini di Istanbul, che parlano greco e francese, si proclamano discendenti di genovesi e veneziani e frequentano il liceo italiano della capitale turca? Perché in Romania viene riservato un seggio al parlamento per la rappresentanza di una “minoranza italiana” la cui consistenza appare in realtà alquanto labile?
Come si manifesta oggi la genovesità degli abitanti di Gibilterra, colonia inglese in territorio spagnolo la cui popolazione è costituita in larga misura da discendenti di liguri?
Un viaggio nelle Italie d'oltreconfine
A queste e ad altre domande cercheremo di dare qualche risposta tracciando un panorama per quanto possibile esaustivo di realtà in molti casi poco conosciute, in altri assai meglio note, il cui denominatore comune è l’utilizzo, o almeno la memoria recente dell’utilizzo di una o più varietà italoromanze al di fuori dello Stato italiano: senza che si possa in certi casi (come in Svizzera o a San Marino) parlare di “minoranze” italofone, mentre altrove questa condizione appare di volta in volta associata a un riconoscimento formale, a una rivendicazione in tal senso o, al contrario, alla negazione o rimozione dell’appartenenza “italiana” di fronte a un riconoscimento più o meno esplicito di forme diverse di “italianità”.
Con un viaggio che ci impegnerà per diversi mesi andremo insomma ad evocare storie note e meno note di lingue e di persone, di dialetti e di comunità che ci sono straordinariamente vicini: un piccolo contributo di divulgazione e di conoscenza ma anche, in fondo, un tributo di attenzione e di affetto a tante e variegate “Italie” d’oltreconfine”. (aise) 

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