EXPORT ITALIANO: CON IL COVID PERSI 3 ANNI - di Stefano Buda

RIO DE JANEIRO\ aise\ - “L’emergenza Covid ha messo in crisi il commercio internazionale. L’export è sempre stato uno dei punti di forza dell’economia italiana e il suo crollo, a causa della pandemia, rischia di produrre serie ripercussioni per le imprese. Carlo Ferro, presidente di Ice-Ita, l’agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese, in un’intervista esclusiva a Comunità Italiana compie un’approfondita analisi del momento attuale, indicando tempi e percorsi per la ripresa”. Ad incontrarlo e a firmare l’articolo-intervista per il giornale in lingua italiana, diretto in Brasile da Pietro Petraglia, è Stefano Buda.
“D. Presidente Ferro, quanto ha sofferto l’export italiano alla luce dell’emergenza Covid e quali sono gli ultimi dati ufficiali?
R. Nel 2019 l’export italiano godeva di un ottimo stato di salute. Era infatti cresciuto del 2,3%, attestandosi a 476 miliardi di euro e aveva mantenuto la quota di mercato sul commercio mondiale stabile al 2,84%. Inoltre la bilancia commerciale aveva registrato un saldo positivo di 53 miliardi di euro. Un risultato importante perché conseguito in un periodo turbolento sui mercati mondiali, in particolare per i Paesi europei, stretti nella disputa commerciale tra Stati Uniti e Cina, pressati dai dazi statunitensi su molti beni esportati dall’Europa e confusi nell’incertezza su tempi e termini della Brexit. Anche i primi due mesi del 2020 sono stati positivi per l’export: +4.7% tendenziale, nonostante a febbraio fosse già evidente il rallentamento dei flussi con la Cina. L’Istat ha però recentemente pubblicato le rilevazioni del periodo gennaio–maggio 2020, che da una parte vedono l’export in caduta tendenziale del 16%, sintomo evidente della pandemia globale, e dall’altra vedono l’andamento congiunturale segnare una crescita del 35%, da aprile a maggio, evidenziando i primi segni di ripresa delle attività.
D. Volgendo lo sguardo al futuro, quali sono le stime dell’export per il prossimo anno e quanto tempo ci vorrà, per l’Italia, per tornare ai livelli pre-Covid?
R. Come evidenziato nel nostro 34° Rapporto sul commercio estero, illustrato pochi giorni fa alla presenza del ministro Di Maio, ad aprile stimavamo una flessione dell’export italiano di beni, per l’anno in corso, nell’ordine del 12%. Nel 2021 si dovrebbe invece tornare a crescere del 7,4% e nel 2022 del 5,2%, naturalmente anno su anno. In questo quadro l’export del nostro Paese tornerà ai livelli del 2019 solo nel 2022. Il Covid-19 ha impartito infatti una brusca frenata, facendo perdere tre anni al percorso di crescita dell’export italiano, che era in marcia dal 2010. Istat ha previsto per il 2020 un calo del 13,9% per beni e servizi e la Commissione europea, sempre per beni e servizi, stima una flessione del 13%. D’altra parte la difficoltà di previsione, in questo scenario, si cristallizza nell’ampiezza della forchetta con cui il World Trade Organization (WTO) stima la caduta degli scambi internazionali: un range che va dal 12% al 35%. In ogni caso la ripresa degli scambi mondiali, nel 2021, sarà guidata dall’aggregato formato da Paesi Emergenti e Asia: +10,3% e +8,2% per l’import di manufatti, rispettivamente nel 2021 e 2022, Cina in testa.
D. Quali sono i settori più colpiti da questa crisi?
R. Dal punto di vista delle categorie merceologiche, i cali più importanti nel 2020 sono previsti per i mezzi di trasporto, con l’import mondiale di autoveicoli e moto in contrazione del 16% a prezzi costanti e una domanda globale di cantieristica in forte flessione (-12%). Il ridimensionamento potrà essere più contenuto nei settori meno ciclici e favoriti nel paniere di spesa associato all’emergenza, quali la chimica farmaceutica (-9,6%), l’alimentare e bevande (-10,6%), in particolare per il canale Ho.Re.Ca, l’elettronica ed elettrotecnica (- 10%).
D. La nostra rivista si occupa principalmente dei rapporti tra Italia e Brasile, due dei Paesi più colpiti dall’emergenza Covid su scala globale. Quali sono le ripercussioni della pandemia in termini di dinamiche di scambio tra i due Paesi e quali le principali criticità, su questo fronte, per le aziende italiane?
R. L’interscambio bilaterale con il nostro Paese è stato nel 2019 pari a 7,1 miliardi di euro. L’Italia si è attestata come nono Paese fornitore del Brasile, secondo nell’Unione Europea, con una quota sul totale delle importazioni brasiliane del 2,3%. In piena emergenza sanitaria, nel primo quadrimestre 2020, il saldo delle nostre esportazioni, pur in diminuzione del 14%, si mantiene ancora positivo, pari a circa 145 milioni di euro. Nei prossimi mesi, a causa del rallentamento delle attività economiche e anche della fluttuazione del tasso di cambio, le importazioni in generale e in particolare quelle di beni strumentali e di prodotti di lusso, tenderanno a diminuire per riprendere, tuttavia, nel medio-lungo periodo. Da un punto di vista endogeno, invece, le maggiori criticità per le nostre imprese, particolarmente per quelle della filiera agroalimentare, della moda e dell'arredamento, sono rappresentate da un sistema fiscale piuttosto complesso. Ciononostante il Brasile rimane e rimarrà nei radar delle imprese italiane. E lo dimostra la presenza di circa 1.000 nostre imprese, alcune delle quali rappresentano delle vere e proprie eccellenze in settori chiave dell'economia italiana, ma anche brasiliana, quali energia, telecomunicazioni, automotive, infrastrutture, contribuendo anche in termini occupazionali allo sviluppo dell'economia locale.
D. Che tipo di interventi sarebbero necessari, a suo giudizio, per provare a rilanciare l’export italiano in questa fase?
R. Più che ragionare sui numeri è ora importante orientare l’azione, combinando reazione e visione, perché le sfide di oggi si giocano in un contesto globale diverso dal passato. Per rispondere all’urgenza del momento e rafforzare il posizionamento strategico del Made in Italy sui mercati di domani è quanto mai importante l'azione di supporto del Sistema Paese. È un discorso che riguarda soprattutto le piccole e medie imprese, che rappresentano oltre il 90% delle imprese italiane e generano oltre il 50% dell’export, e che sono anche, per taglia, le più vulnerabili e, per assetto organizzativo, le meno preparate all’innovazione digitale dei processi. La risposta a questa sfida collettiva, in aggiunta agli interventi sulla liquidità delle imprese, è il Patto per l’Export voluto dal ministro Di Maio e noi come Ice siamo impegnati a supportare il Maeci nella sua attuazione.
D. L’emergenza Covid ha penalizzato pesantemente l’Italia ma ha anche ridisegnato gli scenari internazionali. A suo modo di vedere questa crisi potrebbe aprire delle nuove opportunità per le aziende italiane e, in tal caso, in quali termini?
R. Con quattro parole: innovazione, sostenibilità, digitale ed e-commerce. Sono la chiave per rivolgersi alle nuove generazioni di consumatori globali e sono i concetti al centro dell’azione dell’Ice affinché l’Italia torni leader sui mercati. Occorre, quindi, aiutare le piccole e medie imprese a modernizzare i processi e a rafforzare la presenza in questi ambiti. Il nostro Rapporto sul Commercio estero presenta proprio tre aree di focus collegate a questa visione: e-commerce, Mezzogiorno e innovazione. Sul primo punto, diventa oggi quanto mai fondamentale favorire le piccole e medie imprese nell'accesso ad un mercato che si rivolge a 1,45 miliardi di consumatori nel mondo e cresce a ritmi del 9% l’anno. Per quanto riguarda il Mezzogiorno, invece, le esportazioni delle regioni di quest’area rappresentano solo il 10,3% di quelle nazionali. E questo dato è sostanzialmente fermo da 10 anni. Proponiamo quindi uno studio che quantifica in 17 miliardi di euro il potenziale di export addizionale dalle Regioni del Sud da cogliere nel breve termine e lo declina per settore, mercato di destinazione e regione di provenienza. Il focus sull’innovazione, infine, riconosce l’internazionalizzazione come uno dei fattori chiave per lo sviluppo di un circolo virtuoso finanziamento- innovazione-crescita delle Start-up.
D. Come si muoverà e che iniziative intraprenderà l’Ice, nei prossimi mesi, per sostenere lo sviluppo delle imprese italiane sui mercati esteri?
R. Avevamo già avviato, a partire dallo scorso anno, una modernizzazione epocale dell’Agenzia verso il digitale e nuovi indirizzi strategici orientati al servizio, alle piccole e medie imprese, e all’innovazione tecnologica. Da novembre dello scorso anno siamo tornati sul territorio con la rete dei desk regionali. Da aprile scorso i servizi di avvio all’export da parte dei nostri 78 uffici esteri sono stati resi gratuiti per le imprese fino a 100 addetti. Allo scoppio dell’emergenza Covid abbiamo deciso l’offerta gratuita del primo modulo di partecipazione a fiere estere per il 2020 e il 2021 e i rimborsi alle imprese per gli oneri sostenuti per fiere estere non svolte. Con il Patto per l’Export abbiamo sottoscritto l’impegno in questo percorso di ammodernamento e di servizio e acceleriamo ora con una serie di apposite azioni. Tra queste gli accordi con numerosi marketplace per portare le imprese italiane in 59 iniziative nei canali e-commerce e della grande distribuzione offline to online in 28 Paesi nel mondo, ma anche il progetto Fiera Smart 365, la formazione di 150 nuovi digital export manager, i progetti di impiego della tecnologia blockchain per la tutela del Made in Italy, l'elaborazione del piano di comunicazione per il rilancio del brand Made in Italy”. (aise)