GASTARBEITER: 65 ANNI FA L’ACCORDO – DI ROBERTO GIARDINA

Gastarbeiter: 65 anni fa l’accordo – di Roberto Giardina

Lavoratrici italiane in una fabbrica di cioccolato a Colonia © Bundesarkiv-B-145-Bild-F013093-0001-Rolf Unterberg-©-CC-BY-SA-3.0

BERLINO\ aise\ - “Il 20 dicembre del 1955 l’Italia e la Germania firmarono l’accordo per il reclutamento di nostri lavoratori, vitali per alimentare il Wirtschaftswunder, il miracolo economico, della giovane Repubblica Federale, nata nel 1949. Non è un anniversario pieno, ma a 65 anni si va in pensione, si può fare un bilancio, anche perché ieri come oggi siamo sempre al confronto tra noi e loro, tra pregiudizi positivi e negativi, e luoghi comuni”. Così scrive Roberto Giardina in questo articolo pubblicato nei gironi scorsi da “il Deutsch-Italia”, magazine online diretto a Berlino da Alessandro Brogani.
“Il patto firmato dal ministro Gaetano Martino prevedeva l’arrivo di 100mila emigrati, che in totale arrivarono a 4milioni, chiamati con gentilezza e una sfumatura di ipocrisia Gastarbeiter, lavoratori ospiti. Sarebbero dovuti rimanere fino alla scadenza del contratto, molti rientravano al paese, poi tornarono, altri rimasero per sempre. Prima di partire dovevano sottoporsi a una visita medica a Verona, il cinque per cento veniva respinto.
È un paragone insensato quello tra i nostri lavoratori e i migranti che sbarcano a Lampedusa. In quel 1955, fu inaugurata la prima linea di metro a Roma, Giovanni Gronchi divenne presidente della Repubblica, in maggio la Repubblica Federale entrò nella Nato, il Muro non divideva ancora Berlino, a dicembre a Roma nacque il Partito radicale.
Oggi gli italiani di Germania sono circa 650mila, probabilmente di più. I giovani che giungono a Berlino preferiscono non farsi registrare, in attesa di vedere quel che sarà, anche perché perderebbero la mutua italiana. Una delle cattiverie contro chi va all’estero in cerca di lavoro, ieri ed oggi. La possibilità di votare senza un lungo viaggio di ritorno è arrivata con decenni di ritardo.
Al tempo continue svalutazioni della Lira, ai nostri lavoratori nelle rimesse bancarie per mantenere la famiglia, in Sicilia o in Calabria, veniva applicato un tasso di cambio vessatorio. Perdevano circa il 20 per cento sui loro risparmi rispetto al cambio ufficiale. Un furto.
Vita non facile, inutile precisarlo, ma la Germania trattò meglio i suoi ospiti, in confronto al Belgio o alla Svizzera. Gli emigrati vivevano nelle baracche della Mercedes, altrimenti non avrebbero potuto risparmiare. Gli Anni Cinquanta erano difficili anche per i tedeschi, mancavano gli alloggi, si preferiva investire sulle fabbriche.
Li ho incontrati agli altiforni della Ruhr, alle catene di montaggio della VW.
Avevano una cultura umana superiore a quella di molti giovani con la laurea in tasca, spesso sbagliata, che vivono oggi a Berlino. Come i meridionali a Torino dove mi ritrovai come cronista alle prime armi. In quanto palermitano, mi prendevano come tramite tra loro e i torinesi, e io non capivo il siciliano, che è una lingua non un dialetto annacquato alla Camilleri, né il piemontese. Cosa hanno sofferto i Gastarbeiter alle prese con il tedesco?
Nel 1961, per aiutare i lavoratori la Germania creò Radio Colonia, trasmissione in italiano, ancora attiva. Quella della Baviera è stata chiusa, si ritiene che gli ospiti non abbiano più bisogno di informazioni, le trovano in Rete. Per l’anniversario, i colleghi di Colonia hanno mandato in onda un lungo reportage, intervistando i vecchi immigrati, alcuni al limite dei cento anni.
Bravi, e non li copio. Parlo dei miei, di alcuni purtroppo non ricordo il nome. Il padrone del “Roma”, uno dei pochi ristoranti italiani ad Amburgo. Era arrivato prima della guerra, per amore, ed era sopravvissuto alle bombe e a Hitler. Perdeva clienti, ma mandava indietro i capelloni e non offriva pizze. O lo spazzino diventato uno dei personaggi di Colonia, scopava le strade cantando arie d’opera, ma non si era mai permesso neppure una pizza, viveva da recluso per mantenere la famiglia in Italia. O Giuseppe Vita, siciliano, assunto come giovane laureato alla “Schering”, di cui poi divenne il capo, salvando l’azienda. Era ed è l’italiano più amato e stimato in Germania. I tedeschi premiano il talento, è uno dei loro segreti.
Nel 1973, durante la crisi petrolifera, la VW entrò in crisi, e ridusse il personale. Giunse la notizia che gli operai italiani a Wolfsburg manifestavano in strada per non venire licenziati. Mandano a casa solo loro, si denunciò in Italia. Andai nella città della VW, allora si lavorava ancora andando sul posto, e scoprii che era vero il contrario. La casa del Maggiolino dava un premio di 10mila Deutsche Mark, due milioni di lire al cambio del tempo, a quanti si dimettevano. Ma volevano liberarsi degli impiegati tedeschi superflui e non degli operai italiani che protestavano per essere licenziati, 10mila marchi per loro erano una piccola fortuna. I tedeschi li volevano tenere a ogni costo: sono i migliori, mi spiegarono in fabbrica.
Se la Germania è cambiata, se i tedeschi hanno imparato a essere meno pessimisti, a vestirsi all’italiana (almeno lo credono), hanno scoperto gli spaghetti al dente, e si godono la vita senza rimorsi, è anche merito dei Gastarbeiter”. (aise) 

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