LE VOCI DEL CGIE

ROMA – focus/ aise – In una nota alla stampa il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero ha espresso “la propria profonda solidarietà e il totale sostegno a tutte le rappresentanze elette e alle associazioni delle comunità italiane e italodiscendenti negli Stati Uniti, colpite dagli atti di sfregio delle statue di Cristoforo Colombo, monumenti simbolo del contributo della nostra emigrazione alla costruzione politica, sociale, culturale e produttiva degli USA nei secoli”.
“La scoperta dell’America a opera di Colombo è sancita dalla storia come data di inizio dell’Era moderna”, si legge nella nota. “Gli americani ne sono stati ben coscienti fin dalla nascita del progetto di unione democratica voluto dalle 13 Colonie inglesi, tant’è vero che già nel 1792 gli tributarono la celebrazione del tricentenario dell’evento. A questo grande navigatore dobbiamo l’averci aperto al mondo come lo conosciamo ora e denunciamo l’inaccettabile rilettura dei suoi comportamenti attraverso parametri di valutazione attuali come una mera operazione di revisionismo storico al contrario”.
Il CGIE si dice dunque “vicino a Com.It.Es. e associazioni negli USA che si stanno impegnando per organizzare parate di Columbus Day nelle città in cui da anni non si svolgono più”.
Ancora il Consiglio generale “stigmatizza gli atti iconoclasti compiuti negli USA e si complimenta con coloro che sono intervenuti per ripulire e restaurare i monumenti sporcati o manomessi e con le società e i club che stanno assumendo l’onere di conservare le statue rimosse dalle autorità locali, per proteggerle fino al momento in cui potranno essere innalzate di nuovo nei luoghi in cui erano state erette dalle comunità”.
“Facciamo nostra anche l’esortazione del presidente di UNICO National, Dr. Frank De Frank, a far partire una campagna educativa nelle scuole sulla vera storia di Cristoforo Colombo e la sua importanza non soltanto e prima di tutto come simbolo delle vitali comunità italiane in USA, ma anche”, conclude il CGIE, “come sommo esponente della ricerca della conoscenza, e dell’esplorazione dell’ignoto”.
L’Agenzia Statunitense che cura i trattati internazionali del commercio (USTR), United States Trade Representative, ha deciso di non aggiungere nessun dazio sui prodotti italiani destinati al mercato italiano. La decisione è arrivata a seguito della sentenza del Wto (World Trade Organization) sui sussidi Airbus, che ha portato invece l’Agenzia di incrementare le tariffe su alcuni prodotti provenienti da Francia e Germania.
Un gran respiro di sollievo per le aziende italiane che, dal Trentino alla Sicilia, sono dedite all’esportazione del settore enogastronomico e agroalimentare, che rappresenta un valore di 3 miliardi di euro, per prodotti come il vino, olio, pasta, formaggi e salumi Made in Italy!
Una gran bella notizia, in un momento di crisi generale per il sistema produttivo italiano, visto che per le esportazioni di alcuni prodotti gli Stati Uniti rappresentano il principale mercato.
Il consigliere CGIE in Usa Vincenzo Arcobelli ha voluto esprimere il suo “personale apprezzamento, che si aggiunge a quello della Confederazione Siciliani in Nord America ( CSNA) e del Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo (CTIM), associazioni che da sempre sono impegnate nel promuovere il Made in Italy, per il ruolo svolto dalle organizzazioni di settore, dalla diplomazia, e da membri della comunità italo americana impegnati nel campo dell’importazione, e all’Amministrazione Trump per non aver aggiunto ulteriori dazi ai prodotti autentici italiani”.
Arcobelli ha inoltre auspicato che a partire da questa settimana “si ricominci con una forte promozione del Made in Italy e della produzione, per essere presenti e salvare posti di lavoro”.
“Sono contrastanti e si rincorrono in ordine sparso le notizie agostane sulla tenuta, nella circoscrizione estero, del referendum costituzionale confermativo relativo alla riduzione del numero dei parlamentari, previsto dagli inizi al 15 del mese di settembre”. Cos’ Michele Schiavone, segretario generale del CGIE:
“Da una parte, nelle agenzie specializzate di stampa estero, si leggono le ovvie rassicurazioni espresse dall’amministrazione del Ministero degli Affari Esteri sulle garanzie elettorali previste dalle procedure legislative, dall’altra vengono messe in evidenza le scontate preoccupazioni del sottosegretario per gli italiani all’estero, Ricardo Merlo, che richiama i connazionali ad un’assunzione di maggiore responsabilità invitandoli, giustamente, a prendere tutte le precauzioni preventive per evitare il contagio, dichiarando che ad oggi oltre venti sedi diplomatiche nel mondo sono chiuse perché affette da contagio del Covid-19.
La chiusura delle sedi consolari è causata dai contagi di alcuni funzionari e ciò precluderà il lavoro al loro interno per diverse settimane, quindi, anche la messa a punto delle liste elettorali e il trattamento del materiale per tutti quei casi che reclameranno la mancata consegna.
Ciò detto sorge spontanea la domanda: ferme restando tali condizioni potranno partecipare al referendum gli aventi diritto residenti in queste venti circoscrizioni consolari, la cui popolazione varia da 200'000 a 50'000 elettrici e elettori? Una situazione analoga avrebbe costituito una discriminante in Italia?
Ovvero, sotto l’aspetto politico tale situazione risponde al principio costituzionale: hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati?
Com’è fuori discussione che la situazione sanitaria inciderà sull’esito di questo referendum, è anche vero che a fronte di una situazione straordinaria non si può e non si debba rispondere con misure ordinarie.
La tutela della salute dei cittadini e dei funzionari addetti nella rete diplomatico-consolare ha la priorità assoluta, non di meno dicasi delle condizioni per acquisire un sano e legittimo orientamento delle elettrici e degli elettori. Nella circoscrizione estero la partecipazione al referendum si svolge esclusivamente per corrispondenza, il materiale elettorale passa nelle mani di diverse persone, anche in quelle che lavorano negli uffici consolari, attualmente chiusi per contagio, per finire sui tavoli di Castelnuovo di Porta per gli scrutini.
Sarebbe auspicabile una profonda e seria riflessione da parte del Ministro degli Affari Esteri, Luigi Di Maio, sulla legittimazione del voto che esprimerà la Comunità degli italiani all’estero. La messa in sicurezza del voto degli italiani all’estero era uno dei punti del programma del primo governo della XVIII legislatura.
Sempre sul voto al tempo del Covid-19 è di pochi giorni fa la decisione del Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, di ritirare definitivamente la sua proposta del voto per corrispondenza per le presidenziali americane di novembre, perché in questa fase lo strumento è rischioso e gravido di contagi. Purtroppo, sono molteplici le contraddizioni legate al voto per corrispondenza nelle controverse condizioni in cui versa la rete diplomatico-consolare italiana.
Alle difficoltà legate prettamente alle procedure del voto si aggiunge anche la mancanza di informazione sul contenuto del referendum. Ad oggi l’unica notizia circolata tra gli addetti ai lavori è l’intervista rilasciata a Rai Italia dal direttore generale per gli italiani all’estero della Farnesina, Luigi Vignali, nella quale ricordava il numero degli aventi diritto, le date le modalità di voto.
La riduzione o la compressione dell’informazione agli addetti ai lavori non succede in nessuna democrazia avanzata. I Comitati nazionali per il SI e per il NO al referendum, nei restanti giorni a disposizione, dovrebbero farsi promotori di un’iniziativa politica per raggiungere gli elettori all’estero, fosse anche la richiesta di inserire, assieme alla documentazione contenuta nel plico elettorale, anche le indicazioni rappresentative dei motivi che li contraddistinguono per le quali chiedono il consenso. Si ricorda che anche nelle avversità siamo l’Italia e non possiamo assolutamente paragonarci ai livelli elettorali espressi giorni or sono in paesi, che si affacciano sulla soglia della democrazia.
È chiaro che la tenuta del referendum costituzionale all’estero è lungi dall’essere di facile gestione. La rappresentanza organizzata e le associazioni rifiutano di rinchiudersi nella torre d’avorio perché non basta salvarsi l’anima. Stiamo dentro la tempesta ansiosi di dare alle nostre comunità la possibilità di decidere se e come modificare la costituzione italiana”.