“L’EUROPA NON È UN PROGETTO, NÈ UNA COSTRUZIONE: È UN’EREDITÀ”: FRANCOIS-XAVIER BELLAMY A “ESPERIA” PER UN EUROPEISMO DI CENTRO-DESTRA – DI ALESSANDRO BUTTICÈ

“L’EUROPA NON È UN PROGETTO, NÈ UNA COSTRUZIONE: È UN’EREDITÀ”: FRANCOIS-XAVIER BELLAMY A “ESPERIA” PER UN EUROPEISMO DI CENTRO-DESTRA – di Alessandro Butticè

BRUXELLES\ aise\ – L’idea di Europa unita non è proprietà intellettuale delle sinistre, ma patrimonio di valori anche del centrodestra italiano ed europeo. È uno dei messaggi della seconda riunione, sotto il titolo “Conversazione sul futuro dell’Europa. Incontro con François-Xavier Bellamy”, tenutasi ieri, 29 gennaio, presso la sede della rappresentanza della Regione Piemonte a Bruxelles, del Circolo Esperia.
Nato senza una struttura precisa, più sull’esempio dell’Agorà greco che di un vero e proprio circolo politico di ispirazione PPE, secondo Antonio Cenini e Mattia De Grassi, che sono tra i fondatori e animatori, vuole ora fornire un contributo “che non sia solo di tweet, alla conferenza inter istituzionale sul Futuro dell’Europa”.
“Vogliamo elaborare una riflessione sul tema dell’identità, sulle nostre origini, sulle nostre radici” ha detto Cenini in apertura dei lavori, rivolgendosi al numeroso pubblico che ha gremito la sala. “Possiamo contare sul supporto del Presidente Tajani che è il primo e più grande sostenitore di Esperia e su tutti voi. Vi chiederemo la disponibilità a prendere parte ad un comitato scientifico che vogliamo istituire per rendere questo momento di riflessione non solo limitato ai momenti in cui ci incontriamo qui, ma che possa continuare”, ha aggiunto.
L’ex Presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani, prima di presentare l’oratore della serata, il giovane filosofo e europarlamentare francese Fraçois-Xavier Bellamy, che a 35 anni è un astro nascente del gollismo e del PPE, ha voluto ricordare i valori dell’europeismo popolare.
“Abbiamo un convincimento che è legato soprattutto alla visione dell’uomo e della società”, ha esordito Tajani. “Noi mettiamo al centro di tutto la persona con i suoi diritti. Che per i credenti ci vengono dati dal Padreterno e per i non credenti sono della natura umana. Quindi il diritto naturale ci porta ad avere per ciascuno di noi dei diritti. Lo Stato e le istituzioni devono garantire la difesa di questi diritti. E quindi le istituzioni sono al servizio del cittadino, della persona, che è sempre al centro di tutto. E la nostra identità non può che essere legata ad una visione della società che è figlia delle radici, che Benedetto XVI ha indicato in maniera abbastanza chiara quando ha parlato delle tre città che sono alla base della nostra storia: Atene, la democrazia; Roma, il diritto; Gerusalemme, Dio, il cristianesimo, la dignità e la centralità della persona. Da queste radici parte un modello di società che dovrebbe essere quella europea. Con il valore dell’economia sociale di mercato, dove il mercato non è il fine, ma è lo strumento per creare benessere per i cittadini. A fianco allo stato esiste una rete di organizzazioni che permettono ai cittadini di realizzare i loro obiettivi. Sono quelli che chiamiamo i corpi intermedi, la sussidiarietà orizzontale, pensiamo le Misericordie. E poi c’è la sussidiarietà verticale, dove l’autorità che è chiamata ad affrontare i problemi è quella più vicina ai cittadini. E tutto questo è legato alla nostra visione di Europa. L’Europa nella quale crediamo è l’Europa che deve dare garanzie e certezze ai cittadini, tutelare i cittadini nell’era della globalizzazione, tutelare i cittadini che devono confrontarsi ogni giorno con realtà più grandi”.
François-Xavier Bellamy è autore, tra gli altri, del libro “Dimora”, nel quale, “per sfuggire al movimento perpetuo” in un mondo in cui tutto cambia, spesso senza chiedersene neppure il perché, sostiene “il bisogno umano di una dimora, di un luogo da abitare dove ci possiamo ritrovare, un luogo che diventi familiare, un punto fisso, un riferimento intorno al quale il mondo intero si organizzi”.
“Il libro di Francois-Xavier Bellamy a me ha lasciato qualche cosa dentro”, ha detto Tajani, aggiungendo che “è chiaro che la società si muove, e certo che si deve aggiornare, però alcuni valori sono stabili e sono principi ai quali non possiamo rinunciare altrimenti la società rischia di andare in frantumi. E questa società, purtroppo, rischia di essere sempre più effimera, sempre più sciolta, sempre più debole, perché vengono a mancare questi punti di riferimento. E viene a mancare la famiglia, il ruolo e la centralità della persona. Viene a mancare anche un giusto rapporto tra l’uomo e la tecnologia”.
“Non possiamo rinunciare al progresso. Ma ci sono dei valori stabili – ha ricordato - ai quali non possiamo rinunciare. E un valore stabile, punto di riferimento di tutto, è la dimora”.
Citando il negoziatore UE per la Brexit, il francese Michel Barnier, nel giorno del voto del Parlamento Europeo che ha sancito l’uscita definitiva dalla UE del Regno Unito, che si è definito un patriota francese ma anche un europeista, Tajani ha voluto ricordare che “la casa, la dimora è la nostra patria, e ancora prima la nostra città, il nostro quartiere. E la nostra Europa è anche un po’ la nostra Patria, perché è la nostra civiltà, è la nostra identità”.
Dando poi altri spunti di riflessione ai partecipanti al dibattito di Esperia, ha ricordato che “la nostra visione dell’ambiente non può essere né quella di Trump, che è negazionista, né quella di Greta, che fa dell’ambientalismo una sorta di religione. Noi dobbiamo difendere il patrimonio che abbiamo e lo dobbiamo rispettare per tramandarlo ai nostri figli. Tradere, trasmettere. È chiaro che la tradizione deve essere critica, altrimenti non si migliora, però deve esserci qualche cosa che rimane stabile. In ebraico la parola Jahvé, Dio. Ha la stessa radice del verbo essere, al presente, al passato e al futuro. Dio è colui che era, colui che è, colui che sarà. Questo per chi è credente. Ma anche per chi non è credente, la stabilità, il valore della dimora in senso lato, è un valore al quale noi non possiamo rinunciare, se vogliamo vivere da protagonisti nella nostra società. E una forza politica liberale, cattolica, garantista e riformista, non può che riconoscersi in questi valori. Perché fare politica senza valori, significa solo cercare una poltrona. Ma quando cerchi una poltrona alla fine sei destinato a perdere”.
Bellamy, di fronte ad una platea in religioso silenzio, ha dato prova della sua grande capacità oratoria di professore di filosofia, prima ancora che di politico. Con concetti piuttosto innovativi, in un tempo odierno pervaso dal progressismo a volte fine a sé stesso, anche se ancorati a valori antichi, e non per questo sempre da eliminare.
“L’Europa si è persa perché si è vista prima di tutto come un progetto. Noi parliamo continuamente di un progetto europeo. E noi parliamo dell’Europa come se era la nostra costruzione. Noi parliamo della costruzione europea. Ma l’Europa non è soprattutto una costruzione, l’Europa è prima di tutto un’eredità. L’Europa non è soprattutto un progetto, l’Europa è prima di tutto una civilizzazione. Ed è quello che dobbiamo ricordare, non per rinchiuderci nella nostalgia del passato, ma per poterci proiettare nell’avvenire”, ha ammonito.
Aggiungendo, “come Ulisse. Ulisse è un avventuriero. Conduce un’odissea, che ne prende il suo nome. Ma l’odissea di Ulisse è permessa solo perché Ulisse ha un obiettivo: ritornare a casa, ritrovare la sua casa, ritrovare un luogo familiare. E noi siamo oggi tutti, francesi, italiani, cittadini dell’Europa, abitati da questa nostalgia. Noi vogliamo ritrovare il senso della nostra dimora comune, il senso di ciò che ci unisce. Quando sapremo riproporlo nuovamente, non c’è dubbio che sapremo ritrovare la forza necessaria per poter convincere e riunire. Se non ci riusciremo, dovremo ricordarci che, come ammoniva Valery, le civilizzazioni sono mortali. Noi siamo ad un punto di biforcazione. O ritroveremo il senso di ciò che siamo, il senso di ciò che ci costituisce, il senso di ciò cui noi teniamo assieme, oppure, e lo sappiamo bene, l’Europa è oggi minacciata - per non aver saputo ritrovare la sua memoria - forse di uscire dalla storia. È la nostra responsabilità che è in gioco, nei confronti di una civilizzazione, ma anche nei confronti della condizione umana tutta intera il cui avvenire si deciderà nelle prossime generazioni”.
Come ricordato da Matteo Pederzoli, che è tra gli animatori del think-tank, il nome di Esperia deriva da Hesperia, il nome con cui i Greci originariamente designarono le terre occidentali, l’Occidente. Il nome ebbe fortuna presso i poeti latini per i quali indicò l’Italia. Si chiamò Esperia anche la società segreta fondata nel 1841 dai fratelli Bandiera col fine di conseguire la libertà e l’unità nazionale, senza pregiudiziali monarchiche o repubblicane, e l’anno seguente fu posta alle dipendenze di Giuseppe Mazzini. Esperia contiene la radice “sper” che evoca sia speranza che esperienza ma anche sperimentazione, valori coincidenti con l’idea di ottimismo verso il futuro con i valori occidentali che quello che vuole essere un “laboratorio culturale e politico perora e coltiva”.
“Coerentemente con il brand” – precisa Pederzoli – “il logo di Esperia cattura quattro fotogrammi della storia dell’Occidente, al contempo servendo da story teller: il trireme greco di quel mare poi divenuto nostrum; le vie d’acqua che si trasformano nei ponti e nelle strade romane; le lettere del nostro alfabeto greco-etrusco che sono le fondamenta delle vie di comunicazione; ed infine la meridiana, per evocare il calendario romano e fondere passato e futuro in un moto di perpetuità”. (alessandro butticè\aise) 

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