Lontani ma sempre vicini

ROMA – focus/ aise - Sarà l’assessore alle Politiche del Lavoro e alla Formazione di Regione Abruzzo, Pietro Quaresimale, ad aprire il ciclo di seminari online organizzato dal servizio Eures della Regione Abruzzo e dall’Università degli studi di Teramo sulle opportunità di lavoro al Nord Europa. Il primo appuntamento, fissato per domani, 21 gennaio, alle ore 15.00, è il primo di un ciclo a cadenza mensile dal titolo “Pronti per il Nord Europa? – Ready for Northen Europe?” sulla situazione del mercato del lavoro e le opportunità professionali in alcuni paesi del Nord Europa come Olanda, Danimarca, Svezia, Finlandia e Germania.
“Il ciclo di seminari rappresenta un’occasione unica per molti giovani per capire le condizioni del mercato del lavoro al Nord Europa – spiega l’assessore Quaresimale -. È chiaro che il nostro obiettivo è creare per i nostri giovani le migliori condizioni di lavoro in Italia facendo leva su formazione e politiche attive, ma la possibilità di lavorare all’estero, anche per un breve periodo, può rappresentare non solo un’importante esperienza di vita ma anche la possibilità di allargare oltremodo il campo delle conoscenze. In questo senso – conclude l’assessore – l’opera di Eures Abruzzo è molto preziosa in questo settore e la collaborazione con l’Università di Teramo può rappresentare un’importante occasione di crescita”.
Il webinar di domani si terrà in lingua inglese, ed è aperto a tutti. Sarà dedicato ai Paesi Bassi e suddiviso in due momenti: una sessione introduttiva su “Vivere e Lavorare in Olanda”, che fornirà informazioni sul sistema paese e sulla situazione del mercato del lavoro olandese, con una panoramica dei posti di lavoro e con un particolare focus sui profili professionali relativi ai corsi di laurea dell’Ateneo teramano; una sessione pratica con un laboratorio sulla redazione di un curriculum vitae di successo e sul colloquio di lavoro, durante la quale alcuni partecipanti al webinar potranno provare ad effettuare una simulazione del colloquio in lingua inglese. Per registrarsi occorre compilare il modulo online disponibile a questo link.
Complice la DAD (Didattica a Distanza), che non piace né genitori né a studenti, sono tanti, molti di più degli scorsi anni, i ragazzi in partenza in questi giorni per Stati Uniti e Canada (ma anche Sud Africa) per frequentare il secondo semestre di quarta superiore all’estero. È quanto emerge dai dati di YouAbroad, uno degli operatori italiani più importanti del settore, specializzato in High School Program, che ha fatto registrare un +200% di partenze invernali in comparazione agli scorsi anni, con un picco su Canada e Stati Uniti, in coda gli altri Paesi europei.
I motivi sarebbero la volontà di studenti e famiglie di non rinunciare ad un’esperienza formativa importante, soprattutto in un momento di grande incertezza per la scuola italiana e di forte malcontento per la didattica a distanza. Conteggiando solamente i dati di YouAbroad sono quasi 250 i ragazzi che stanno preparando le valige, molti vengono dal Nord Italia, soprattutto Piemonte, Lombardia e Veneto, ma sono interessanti anche i numeri in aumento della Sardegna e di altre regioni del centro-sud.
“Per noi è stata una crescita impressionante e inaspettata vista la situazione internazionale attuale”, spiega Patrizia Groppo, managing director e board member di YouAbroad. “Sicuramente il valore inestimabile dell’esperienza di studio all’estero e le garanzie di sicurezza e professionalità che YouAbroad ha dimostrato con le partenze estive e un impegno ormai decennale giocano un ruolo importante, ma percepiamo anche un forte desiderio di investire sul futuro dei propri ragazzi che, secondo molti, l’emergenza sanitaria sta mettendo in secondo piano. Negli Stati Uniti e in Canada la DAD c’è, ma è gestita su base volontaria oppure con modalità blended (mista in presenza e online), l’organizzazione degli istituti e gli strumenti tecnologici assicurano continuità anche da casa e pari opportunità, senza inficiare la qualità dell’insegnamento e dell’esperienza”.
“Da questa pandemia ho capito quanto sia preziosa ed importante la condivisione in un’aula scolastica”, racconta Giulia, torinese, che è partita per il Canada sabato scorso, 16 gennaio. “Da questa esperienza mi aspetto tanto, soprattutto di crescere sotto il profilo personale, superare le paure, acquisire maggiore sicurezza in me stessa. Il ritorno in classe, il rapporto sociale con studenti ed insegnanti, la fine di un vero e proprio isolamento che ormai dura da un anno sono già un traguardo importantissimo. Credo che l’istruzione in presenza non sono faciliti l’apprendimento, ma sia essenziale per la formazione personale e della definizione del carattere e della personalità di un adolescente. Non vedo l’ora di iniziare e sono grata ai miei genitori e a YouAbroad per avermi dato, in tempo di Covid19, una possibilità così preziosa che molti miei coetanei non hanno”.
Nel 2019 il volume complessivo delle cancellazioni anagrafiche per l’estero è di 180mila unità. Insomma, il numero di emigrati dall’Italia sale del 14,4% rispetto all’anno precedente, il 2018. Gli emigranti, per il trequarti del numero complessivo, hanno 25 anni o più, e un terzo di questi è in possesso di laurea. È il nord ad avere il più alto tasso di emigrazione. Regno Unito meta preferita, seguita dalla Germania.
A rivelarlo è stato il Report Istat 2019 su iscrizioni e cancellazioni anagrafiche della popolazione residente, pubblicato oggi, 20 gennaio, sul sito dell’Istituto Nazionale di Statistica.
Le emigrazioni dei cittadini italiani, si evince dal Report, sono il 68% del totale (122.020). Se si considera il numero dei rimpatri (iscrizioni anagrafiche dall’estero di cittadini italiani), pari a 68.207, il calcolo del saldo migratorio con l’estero degli italiani (iscrizioni meno cancellazioni anagrafiche) dà un valore negativo di 53.813 unità. Il tasso di emigrazione dei cittadini italiani è pari a 2,2 per mille.
Quasi tre cittadini italiani su quattro trasferitisi all’estero nel 2019 hanno 25 anni o più (circa 87mila): uno su tre (28mila) è in possesso di almeno la laurea. Ed è il Nord la ripartizione di residenza da cui partono i flussi più consistenti di trasferimenti all’estero di cittadini italiani, in termini sia assoluti (59mila, pari al 49% degli espatri) sia relativi rispetto alla popolazione residente (2,4 italiani per mille residenti). Dal Mezzogiorno si sono trasferiti all’estero oltre 43mila italiani (2,2 per mille) mentre dal Centro sono espatriati circa 19mila connazionali, con un tasso di emigrazione (1,8 per mille) sotto la media nazionale.
La distribuzione degli espatri per regione di partenza mette in evidenza una situazione più eterogenea: la regione da cui emigrano più italiani, in valore assoluto, è la Lombardia con un numero di cancellazioni anagrafiche per l’estero pari a 23mila; seguono Sicilia e Veneto (entrambe 12mila), Campania (11mila) e Lazio (9mila). In termini relativi, rispetto alla popolazione italiana residente nelle regioni, il tasso di emigrazione più elevato si ha in Trentino-Alto Adige (4 italiani per mille residenti). In Calabria, Friuli-Venezia Giulia, Marche, Veneto, Sicilia, Molise, Lombardia e Abruzzo la propensione a emigrare è di circa 3 italiani per mille residenti. Le regioni con il tasso di emigrazione per l’estero più basso sono invece Toscana, Liguria e Lazio, che presentano valori pari a circa 1,7 per mille.
La meta preferita degli italiani che lasciano l’Italia è il Regno Unito, che nel 2019 ha segnato un record di emigrazione: +49%. Nel 2019, infatti, il flusso di espatri verso il Regno Unito registra la cifra record di 31mila cancellazioni anagrafiche (+49% rispetto all’anno precedente), superando il picco dei 25mila espatri del 2016 (anno in cui è stato avviato il processo di risoluzione per l’uscita del Paese dall’Unione europea, concluso il 31 gennaio 2020 con l’accordo di recesso). Durante il cosiddetto “periodo di transizione” (stabilito di comune accordo tra Stati membri e Regno Unito e concluso il 31 dicembre 2020), molti dei cittadini italiani, verosimilmente già presenti nel territorio britannico ma non registrati come abitualmente dimoranti, hanno ufficializzato la loro posizione trasferendo la residenza nel Regno Unito.
In generale, i paesi dell’Unione europea si confermano le mete privilegiate per gli italiani che emigrano. Nel 2019, il secondo posto nella graduatoria dei paesi di destinazione europei è occupato dalla Germania con poco meno di 19mila espatri (+4% rispetto al 2018), il terzo dalla Francia (13mila), seguita da Svizzera (10mila) e Spagna (6mila). Nel decennio 2010-2019 questi cinque Paesi hanno accolto complessivamente circa 531mila italiani emigrati. Tra i paesi extra-europei, le principali mete di destinazione sono Brasile, Stati Uniti, Australia e Canada (nel complesso 16mila). Tra gli italiani che espatriano si contano anche i flussi dei cittadini di origine straniera. Sono cittadini nati all’estero che emigrano in un paese terzo o fanno rientro nel luogo di origine, dopo aver trascorso un periodo in Italia e aver acquisito la cittadinanza italiana. Le emigrazioni di questi “nuovi” italiani, nel 2019, ammontano a circa 37mila (30% degli espatri, +5% rispetto al 2018). Di questi, uno su tre è nato in Brasile (circa 12mila), il 9% in Marocco, il 6% in Bangladesh, il 5% in Germania, il 4% nella ex Jugoslavia, il 3,8% in Argentina e il 3% in India e Pakistan.
I paesi dell’Unione europea si confermano le mete principali anche degli espatri dei “nuovi” italiani (60% dei flussi degli italiani nati all’estero). In particolare, con riferimento al collettivo dei connazionali diretti nei paesi dell’Ue, si osserva che il 17% è nato in Brasile, il 14% in Marocco, il 9% nel Bangladesh.
Nell’ultimo decennio il numero di cittadini che hanno lasciato il paese nativo è aumentato considerevolmente: i saldi migratori con l’estero dei cittadini italiani, infatti, soprattutto a partire dal 2015, sono stati in media negativi per 69mila unità l’anno.
Un italiano emigrato su quattro ha almeno la laurea
Nel 2019, gli italiani espatriati sono prevalentemente uomini (55%). Fino ai 25 anni, il contingente di emigrati ed emigrate è ugualmente numeroso (entrambi 20mila) e presenta una distribuzione per età perfettamente sovrapponibile. A partire dai 26 anni fino alle età anziane, invece, gli emigrati iniziano a essere costantemente più numerosi delle emigrate: dai 75 anni in poi le due distribuzioni tornano a sovrapporsi.
L’età media degli emigrati è di 33 anni per gli uomini e 30 per le donne. Un emigrato su cinque ha meno di 20 anni, due su tre hanno un’età compresa tra i 20 e i 49 anni mentre la quota di ultracinquantenni è pari al 13%. Considerando il livello di istruzione posseduto al momento della partenza, nel 2019 un italiano emigrato su quattro è in possesso di almeno la laurea (30mila). Rispetto all’anno precedente le numerosità dei laureati emigrati è in lieve aumento (+1,4%).
Quasi tre cittadini italiani su quattro trasferitisi all’estero nel 2019 hanno 25 anni o più: sono poco più di 87mila (il 72% del totale degli espatriati); di essi quasi uno su tre (28mila) è in possesso di almeno la laurea. In questa fascia d’età si riscontra una lieve differenza di genere riguardo alla consistenza e al titolo di studio di chi espatria: le italiane emigrate sono meno numerose (rappresentano circa il 43% del totale degli espatriati di 25 anni o più) ma sono più frequentemente in possesso di almeno la laurea (il 36% contro il 30% dei loro coetanei). Rispetto al 2010, inoltre, l’aumento degli espatri di laureati è più evidente per le donne (+8%) che per gli uomini (+3%). Tale incremento risente in parte dell’aumento contestuale dell’incidenza di donne laureate nella popolazione (dal 5,5% del 2010 al 7,8% del 2019).
L’altra faccia della medaglia è costituita dai rimpatri: nel 2019, considerando il rientro degli italiani di 25 anni e più con almeno la laurea (15mila), la perdita netta (differenza tra rimpatri ed espatri) di popolazione “qualificata” è di 14mila unità. Tale perdita riferita agli ultimi dieci anni ammonta complessivamente a poco meno di 112mila unità. Il trend in aumento degli espatri è da attribuire in larga parte alle difficoltà del mercato del lavoro italiano di assorbire l’offerta soprattutto dei giovani e delle donne. A queste si aggiunge il mutato atteggiamento nei confronti del vivere in un altro Paese - proprio delle generazioni nate e cresciute in epoca di globalizzazione - che induce i giovani più qualificati a investire con maggior facilità il proprio talento nei paesi esteri in cui sono maggiori le opportunità di carriera e di retribuzione.
Mobilità e migrazioni in forte flessione nelle fasi di lockdown per Covid-19
I dati provvisori sull’andamento dei flussi migratori nei primi otto mesi del 2020 mettono in evidenza una forte flessione delle migrazioni (complessivamente -17,4%).
Le misure di contenimento della diffusione dell’epidemia messe in atto dal Governo a marzo 2020 hanno ridotto al minimo la mobilità interna (flussi inter-comunali, tra province e tra regioni) con pesanti ripercussioni anche sui trasferimenti di residenza da o per l’estero. Il confronto tra l’andamento dei flussi osservati nei primi otto mesi del 2020 e la media dei flussi rilevati nello stesso periodo del 2015-2019 mette in evidenza una flessione pari al 6% per i movimenti tra comuni, al 12% per le cancellazioni anagrafiche per l’estero e al 42% per i flussi provenienti dall’estero. Tuttavia, a partire da giugno 2020, tutti i flussi migratori sembrano riprendere il loro trend e tornare quasi ai livelli pre-lockdown.
A livello territoriale, non tutte le regioni hanno risentito con la stessa intensità delle restrizioni imposte alla mobilità. La Calabria ha ridotto di quasi un terzo la mobilità complessiva, il Molise e il Lazio di un quinto, mentre per il Friuli-Venezia Giulia e il Veneto si osserva una riduzione del 7% rispetto alla media delle migrazioni nello stesso periodo degli anni 2015-2019.
Con riferimento ai trasferimenti di residenza interni al Paese (in calo del 6%), le misure restrittive e il rallentamento dell’attività amministrativa, soprattutto nelle prime fasi del lockdown, hanno inciso maggiormente sui movimenti a breve raggio (trasferimenti entro i confini provinciali, -7%), un po’ meno per la mobilità a medio e lungo raggio (all’interno della regione e tra regioni diverse, rispettivamente -4% e -6%). Inoltre, si osserva una riduzione dell’11% dei flussi verso i capoluoghi di provincia.
Non si rilevano, invece, significative variazioni strutturali sulla composizione dei flussi interni. In generale, la sospensione momentanea della mobilità residenziale ha avuto un impatto uniforme sulle caratteristiche socio-demografiche dei trasferiti.
Differenti considerazioni valgono per i flussi da e per l’estero per i quali i blocchi alle frontiere hanno ridotto sensibilmente il volume in ingresso e in uscita di immigrati ed emigrati.
La prima sostanziale differenza si evidenzia nella composizione dei paesi di origine per gli iscritti dall’estero. Il confronto tra il numero di ingressi nei primi otto mesi del 2020 e il numero medio degli ingressi nello stesso periodo degli ultimi cinque anni mostra un calo drastico dei flussi provenienti dall’Africa: si riducono a poche centinaia gli immigrati provenienti da Gambia (-85%) e Mali (-84%), sono fortemente in calo i flussi dalla Nigeria (-73%), quasi dimezzati quelli provenienti da Egitto (-47%) e Marocco (-40%). Forti diminuzioni anche per gli ingressi da Cina (-63%), Brasile (-49%), e Romania (-48%). I flussi che decrescono in misura meno significativa sono quelli provenienti dagli altri paesi dell’Unione europea: -12% da Svizzera e Francia, -10% dalla Spagna e -4% dalla Germania.
Il Covid-19 riduce anche i trasferimenti verso l’estero
Analogamente, per i flussi in uscita il confronto tra i primi otto mesi del 2020 e la media del corrispondente periodo 2015-2019 mostra un calo generale delle cancellazioni per l’estero, in particolare verso i tradizionali paesi di emigrazione. I flussi diretti in Romania si riducono del 34%, quelli diretti in Germania del 23%. Per i paesi extra europei la variazione negativa più importante si osserva per le emigrazioni verso Marocco (-61%) e Cina (-58%). Unico dato in controtendenza quello relativo alle cancellazioni anagrafiche per trasferimento di residenza verso il Regno Unito che fa registrare un aumento dei flussi del 63%. In questo caso va rilevato che verosimilmente non si tratta, come già detto, di reali spostamenti avvenuti nel 2020 ma piuttosto di “regolarizzazioni”, attraverso l’iscrizione all’AIRE, di individui dimoranti da tempo nel territorio britannico.
I dati riferiti ai primi otto mesi del 2020 sono provvisori e vengono diffusi con l’intento di contribuire tempestivamente al monitoraggio del fenomeno. Per un bilancio complessivo dell’impatto della pandemia di Covid-19 sui trasferimenti di residenza sarà necessario attendere il consolidamento dei dati dell’anno 2020, anche per tener conto dell’effetto della seconda ondata della pandemia e delle conseguenti nuove restrizioni alla mobilità adottate nell’ultimo trimestre del 2020. (focus\ aise)