Steven Forti: “In Spagna la Collettività ha continuato a crescere nonostante il lookdown” - di Mauro Bafile

MADRID\ aise\ - Il direttore della “Voce d'Italia”, Mauro Bafile, quotidiano italiano attivo in Venezuela, ha intervistato in questi giorni Steven Forti, docente e ricercatore molto attento al fenomeno migratorio italiano in Spagna che ha analizzato di recente l’andamento demografico della nostra collettività.
““Tra il 30 giugno del 2019 e il 30 giugno del 2020, gli italiani residenti in Spagna sono passati da 316mila a 340mila 700. È stato un incremento meno pronunciato di quello del periodo precedente, 2018-2019, ma comunque importante. Quella italiana, esclusa la venezuelana, è la comunità straniera che più cresce. Tra giugno del 2018 e giugno del 2019, il suo incremento è stato del 9,9 per cento. Un dato rilevante, a mio avviso, è che, nonostante il lookdown, prosegua la stessa tendenza, anche se a un ritmo minore. Tra giugno del 2019 e giugno del 2020, la crescita è stata del 7,6 per cento. Tra il 31 dicembre del 2019 e il 30 giugno del 2020, poi, la crescita è stata del 2,5 per cento Non ho cifre mensili, che mi permetterebbero d’essere più preciso. Comunque, ciò vuol dire che nel primo semestre dello scorso anno, malgrado i 3 mesi e mezzo di lookdown, il suo numero è aumentato. Nonostante la pandemia, la nostra è la comunità che più è cresciuta”. Numeri in mano, il professore Steven Forti, attento studioso del fenomeno migratorio italiano in Spagna, analizza con la “Voce” l’andamento demografico della nostra collettività. Il professore Forti è comunque molto prudente. Chiama alla cautela. Avverte che “è ancora presto per tirare le somme”. Ed invita ad attendere le cifre dell’Ine di questo semestre.
– La grande questione – commenta – è analizzare come i flussi migratori si sono modificati a seguito della pandemia. Credo che siano cambiati in tutti i paesi. Dopotutto, questa è una pandemia globale. Quindi lo sono anche i suoi effetti. Bisognerà vedere quanto durerà e se poi i flussi torneranno a crescere allo stesso ritmo.
Emigrazione o mobilità?
Forti, professore di Storia Contemporanea presso l’“Universitat Autònoma de Barcelona” e ricercatore presso l’“Instituto de História Contemporânea” dell’“Universidade Nova de Lisboa”, ricercatore e storico i cui studi si centrano sulla storia politica e del pensiero politico dell’Europa del Novecento e dell’inizio del XXI secolo, sul fenomeno fascista, sull’evoluzione dei nazionalismi e sul linguaggio politico, è intervenuto con il capitolo “Viaggio tra gli italiani in Spagna” al volume della rivista “Il Molino”, dedicato agli italiani all’estero e pubblicato lo scorso anno. Si tratta di un’attenta radiografia della presenza italiana in territorio iberico con particolare riferimento alla crescita degli ultimi anni. Nella ricerca pubblicata dalla rivista “Il Mulino”, Forti illustra l’evoluzione avvenuta dal 2009 ad oggi. A fine del 2009, gli italiani residenti in Spagna erano circa 150mila. A giugno del 2019, sono 316mila 690. Considerando che gli stranieri in Spagna si calcolano attorno ai 5 milioni (più della metà cittadini dell’Unione Europea), la nostra comunità rappresenterebbe il 5 per cento degli stranieri residenti nel Paese e oltre il 9 per cento dei cittadini dell’Unione Europea.
C’è chi la chiama mobilità e chi, invece, ritiene che si tratti sempre di emigrazione. Lei come definirebbe questo flusso di giovani italiani che lasciano il proprio paese rincorrendo il sogno di una vita migliore, un posto di lavoro stabile o una attività imprenditoriale?
– La questione è mettersi d’accordo sui termini – sostiene il ricercatore -. Le parole emigrazione ed immigrazione ci rimandano a immagini che hanno più a che fare con l’800 o il ‘900. È necessario contestualizzare il fenomeno in un mondo che è cambiato, soprattutto all’interno dei paesi europei. L’emigrazione italiana, e non solo italiana, negli ultimi dieci, vent’anni, ha acquisito un elemento molto importante di mobilità. Sono sempre di più le persone che si trasferiscono in un paese, per poi, l’anno successivo, recarsi in un altro. C’è chi torna in Italia o si stabilisce definitivamente all’estero. Non manca chi preferisce fare avanti e indietro, dipendendo dal tipo di lavoro. Quindi, credo, che si debba aggiornare il concetto di emigrazione e contestualizzarlo nel XXI secolo. Ciò è valido soprattutto quando ci riferiamo all’Unione Europea.
– In passato si chiamava emigrazione il flusso di mano d’opera dal Sud al nord. È un luogo comune dire che l’emigrazione del meridione ha costruito la ricchezza del Nord. Si parlava di emigrazione, eppure ci si muoveva all’interno del Paese. Rispettando le distanze, l’Unione Europea, con la creazione dello spazio Schengen, potrebbe equipararsi ad una grande nazione. Ci sono elementi che rendono stantie le categorie del passato?
– È evidente che muoversi oggi dall’Italia alla Spagna o, fino a un anno fa, dall’Italia al Regno Unito, non presenta le stesse difficoltà di trenta o cinquant’anni fa. Detto questo, credo che ci siano grosse differenze rispetto a quella che era la migrazione dal sud al nord nell’Italia degli anni 50, 60 o 70. Innanzitutto, la questione linguistica. Non dobbiamo perderla di vista. Ormai molti giovani, e non solo giovani, parlano altre lingue o le imparano velocemente. E poi, anche se è vero che l’Unione Europea ha fatto dei passi avanti molto importanti, tra cui appunto permettere questa facilità di spostamento, ci sono altri elementi da tener in conto. Ad esempio, la questione della fiscalità e quella della nazionalità. Non è lo stesso muoversi da Palermo a Milano che muoversi da Palermo a Barcellona, o a Parigi.
Sostiene che non è stata ancora raggiunta, “e chissà se mai ci si riuscirà, una vera unità dell’Europa. E, a mo’ d’esempio, ci segnala il diritto al voto.
– So bene che in Spagna non è contemplata la doppia nazionalità – spiega -. Quindi, noi cittadini stranieri residenti nel Paese non possiamo votare alle Parlamentari. Credo che sia importante tener presenti questi temi.
– Il voto è un diritto che le comunità straniere residenti in un paese conquistano dopo anni di lotta. Votare vuol dire avere la possibilità di incidere nelle decisioni politiche del paese in cui si vive. È una battaglia lunga, che inizia con la partecipazione all’interno dei partiti e dei movimenti politici, con la militanza attiva. I diritti non si elemosinano, si esigono e si guadagnano.
– Certo, è così – coincide Forti -. So che si stanno facendo i primi passi in tal senso. Credo comunque che anche le istituzioni spagnole, vista l’entità dei residenti stranieri, potrebbero cominciare ad aprirsi.
Siamo sicuri che lo farebbero se ci fosse chi lavorasse per stimolare la loro sensibilità sull’argomento. Dovrebbero essere soprattutto i giovani a reclamare una partecipazione politica più attiva. A loro, più che ad altri, dovrebbe interessare partecipare nella costruzione del Paese in cui vivono.
Il fascino della Spagna
Se è vero, e le statistiche lo dimostrano, che il numero dei connazionali residenti in Spagna è in crescita costante; lo è anche che la penisola iberica esercita un certo fascino tra i giovani che lasciano l’Italia. È per questo che chiediamo:
– A cosa attribuisci questo fenomeno?
– La presenza dei giovani italiani, non solo quella di laureati come spesso si afferma – precisa Forti -, è cresciuta molto negli utili quindici o vent’anni. Oggi la Spagna è una delle mete preferite. A tal proposito va fatta, innanzitutto, una considerazione generale e porsi una domanda: perché tanti giovani hanno abbandonato l’Italia negli ultimi quindici o vent’’anni. Potranno sembrare parole un po’ forti, ma l’Italia è un paese in forte declino, e con grosse difficoltà sia nell’ambito economico, sia in quello sociale. Soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni 90, ha cominciato a vivere una stagnazione economica che ha anticipato la crisi del 2008-2010 e le sue conseguenze. È una nazione che non ha risolto molti dei suoi problemi di fondo. Per esempio, le divergenze regionali e la questione meridionale. A questi, poi, si somma, in modo diverso, anche una questione settentrionale con l’emergere della Lega.
Sottolinea che “non si tratta solo di un declino economico”. E afferma che il paese ha “faticato a rinnovarsi, dopo gli anni del miracolo economico e della Prima Repubblica”.
– È in affanno – prosegue – anche da un punto di vista culturale. L’Italia ha grandi nomi nell’ambito della letteratura, del cinema, della musica, della pittura e delle diverse arti sceniche. Ma ho l’impressione che abbia anche vissuto molto di rendita. Fa fatica ad offrire spazi ai giovani. È un paese spesso un po’ inscatolato – sostiene con rammarico -. E non parlo solo della politica. Queste, a mio avviso, sono alcune delle ragioni che spiegano l’aumento dell’emigrazione in questi ultimi anni.
– È ovvio che prima di recarsi in Australia, in Canada, negli Stati Uniti o in Argentina si preferisca muoversi in Europa, dove le distanze sono relative e le comunicazioni ormai molto veloci. Resta comunque la domanda: perché la Spagna invece di paesi come Germania, Regno Unito, Belgio o Svizzera, tradizionalmente meta della nostra emigrazione?
– Le ragioni sono diverse – spiega Forti -. In primo luogo, la vicinanza culturale e una maggiore facilità nell’imparare la lingua. Lo spagnolo appare meno ostico. Poi, come sappiamo, una cosa è imparare una lingua ed un’altra saperla parlare e scrivere senza errori. La Spagna, dalla metà degli anni 90 ha goduto anche di una certa simpatia in Italia. Era percepita come una nazione in cui si viveva bene; il paese delle “fiestas”; una terra con un buon clima e in crescita economica.
Ricorda l’epoca della polemica Zapatero-Prodi, quando si parlava del sorpasso della Spagna in termini di Pil. Quindi, segnala gli enormi passi avanti fatti dalla Spagna nell’ambito dei diritti civili.
– Ad esempio – afferma -, il matrimonio omosessuale. Per alcuni settori imprenditoriali, poi, la burocrazia appare meno complessa di quella italiana. Quindi, direi che sono tanti gli elementi da tenere presente; elementi che permettono di capire perché la Spagna ha continuato a ricevere giovani connazionali anche negli anni più duri della crisi, quando la disoccupazione era al 27 per 100. Non che in Italia fossero rose e fiori, ma la situazione non appariva così drammatica”. (aise)