CRISI VENEZUELA: IL GRIDO D’ALLARME DELLE IMPRESE ITALIANE

CRISI VENEZUELA: IL GRIDO D’ALLARME DELLE IMPRESE ITALIANE

ROMA\ aise\ - La situazione è “drammatica”. Servono interventi “urgenti”. Questo, in estrema sintesi, l’appello che la comunità di affari italo-venezuelana rappresentata dalla Camera di Commercio italiana in Venezuela (CAVENIT) ha affidato ad una lettera che Assocamerestero ha fatto propria, rilanciandola anche sul suo sito web, per fare da megafono alla richiesta di aiuto degli imprenditori italiani in Venezuela.
Ne riportiamo di seguito il testo integrale.
“La Camera di Commercio italiana in Venezuela (CAVENIT) associazione di imprenditori italiani e italo-venezuelani operante nel Paese da più di sessanta anni, ente riconosciuto dal Governo Italiano e facente parte del sistema camerale italiano, esprime la fortissima preoccupazione e l’enorme disagio dell’imprenditoria italiana e italo-venezuelana per la situazione venutasi a creare nel paese.
La crisi strutturale del Paese, i continui provvedimenti di nazionalizzazione, e l’incertezza istituzionale hanno creato un quadro di diffusa incertezza che si è acuito nelle ultime settimane.
Nell’ultimo ventennio, l’Italia è stata parte di un approccio europeo sulla situazione politica venezuelana. E anche adesso per analizzare la situazione economica degli ultimi dieci anni, occorre continuare a mantenere un’ottica Europea.
Alcuni numeri sono di supporto per comprendere le relazioni tra Unione Europea e CELAC (Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi). Fra i due blocchi: più di un miliardo e trecento milioni di persone; un terzo dei paesi dell’ONU; più del 50% del G20; 34% degli investimenti diretti dell’Unione Europea (UE) nella CELAC, equivalenti a cinquecento miliardi di Euro stabilmente investiti (più di quelli investiti in Russia, India e Cina nell’insieme); le piccole e medie imprese (PMI) rappresentano la stragrande maggioranza per numero di aziende e di lavoratori dei due blocchi; all’incirca 30 Paesi della CELAC hanno siglato accordi con paesi dell’Unione Europea; l’UE è il secondo partner commerciale, con più di 200 miliardi di scambi.
Al di là di ciò, ci sono lunghi e stabili legami storici e culturali per trasformare i paesi della CELAC da esportatori di risorse naturali a esportatori di Know-how. Sará determinante l’inclusione delle donne e dei giovani, per sviluppare e consolidare una sana economia sociale di mercato. In Venezuela i presupposti di quanto sopra, sono spariti in maniera progressiva e drammatica nonostante, in passato, il Paese fosse punto di riferimento e modello per tutti gli altri paesi dell’America Latina.
A livello di PIL Venezuelano le imprese europee rappresentano circa il 18% il che fornisce un indicatore sintetico dell’importanza dell’UE nel continente e quindi in Venezuela.
Storicamente l’Italia e la Germania si sono scambiati i primi posti della bilancia commerciale, con la differenza che le imprese italiane sono rappresentate, in maggior misura, da piccole e medie imprese che impiegano una maggior quantitá di lavoratori, rispecchiando la struttura socioeconomica italiana. Le imprese italiane sono poi distribuite su tutto il territorio venezuelano, abbracciando la gran parte dei settori dell’economia ed in particolare i settori edile, agroalimentare, servizi, metalmeccanica, energia.
Negli ultimi vent’anni il Venezuela è passato da avere un’economia basata su relazioni di mercato tra imprese private, ad avere un’economia basata su relazioni tra Stato e singoli governi: in particolare Russia, Cina, Cuba, Iran, Bielorussia e Turchia hanno sostituito i paesi dell’Unione Europea.
Il Fondo Monetario Internazionale (IMF) prevede per il 2019 una iperinflazione del 10.000.000,00%, con un’ulteriore riduzione del PIL del 5%. Secondo i dati dello stesso IMF, dal 2013 ad oggi, il PIL del Venezuela si è ridotto di circa il 50%.
Per quanto riguarda il numero di aziende attive, negli ultimi 10 anni la Consecomercio (Consejo Nacional del Comercio y los Servicios de Venezuela) rileva che sono sparite per lo meno 500.000 aziende, ne restano attive meno di 250.000 su tutto il territorio nazionale e, quelle strettamente manufatturiere, sono meno di 3.500. Inoltre dall’ultima inchiesta realizzata dalla CAVENIT sui suoi soci, risulta che le imprese, ancora attive, stanno lavorando ad un 30% della loro capacitá installata.
In questo contesto emerge il lavoro centrale portato avanti dalla Camara de Comercio Venezolano-Italiana (CAVENIT), con circa 800 associati imprenditoriali, punto di riferimento delle PMI e della comunità di affari italo-venezuelana, nell’accompagnare e aiutare la comunità imprenditoriale nella ricerca di possibili alternative economiche all’attuale crisi e per prepararle alla ricostruzione.
Non si puó essere indifferenti a questa situazione, perchè vi sono tutte le possibilitá affinchè il Venezuela torni ad essere una delle potenze economiche dell’America Latina. L’Italia, corre il rischio di perdere la sua storica rilevanza nell’economia Venezuelana, dove è presente una delle più grandi comunitá Italiane nel mondo, lasciando campo libero ad altri paesi Europei come Germania, Spagna e Portogallo. Secondo i dati ICE, che arrivano sino ad ottobre 2018, le esportazioni dall’Italia verso il Venezuela, sono scese al di sotto dei 100 milioni, quando nel 2012 superavano i 1.000 milioni di Euro.
Dieci anni fa, erano presenti in Venezuela: Alitalia, Ansaldo, Astaldi, Eni, Foster Wheeler, Ghella-Sogene, Impregilo, CIMOLAI, Nuovo Pignone, Parmalat, Pirelli, Saipem, Supermetanol, Trevi Cimentaciones ed VP IVECO. Ad oggi rimangono solo le seguenti multinazionali: ENI, Parmalat, Saipem, Supermetanol, Trevi Cimentaciones ed alcune con piccole rappresentanze (esempio consorzio GAI).
Nel 2016 il consorzio GAI (Ghella-Sogene-Impregilo) ha vinto un importante appalto per costruire 756 km di ferrovie, per portare avanti il Piano Nazionale Ferroviario. Sulla base di questo Piano, CAVENIT ha portato avanti un progetto su “L’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese attraverso la partecipazione a grandi progetti in sinergia con gli attori del Sistema Italia”. Con questo progetto, si volevano collegare le PMI imprese italo-venezuelane, con le aziende meccaniche italiane, nell’indotto di questi grandi progetti. Oggi il Piano Nazionale Ferroviario é del tutto paralizzato, si é concluso solo una piccola tratta ed il Governo Venezuelano deve circa 1.500 milioni di USD al consorzio GAI.
A questo debito si sommano circa 200 milioni di USD delle altre multinazionali, più circa 300 milioni di USD delle piccole e medie imprese italiane e italo-venezuelane. Tutti questi crediti potrebbero essere recuperati, con adeguate politiche italiane in Venezuela.
Per la ricostruzione del paese non saranno sufficienti solo i grandi investimenti stranieri e i macchinari ma, soprattutto, la mano d’opera qualificata, dove le piccole e medie imprese italiane, attualmente in ibernazione, si distinguono dalle altre per qualitá e quantitá. Stiamo rischiando seriamente di restar fuori, data la posizione attuale dell’Italia, dalla ricostruzione del Venezuela. Il Governo Italiano dovrebbe riattivare gli strumenti adeguati per l’aiuto agli imprenditori Italo-Venezuelani (SACE, SIMEST), nella futura fase di ricostruzione.
La business community italo-venezuelana tramite la Camera di riferimento chiede quindi, tramite Assocamerestero e Unioncamere, di rappresentare nei confronti delle istituzioni italiane, e in primo luogo del Governo, del Parlamento, del mondo delle imprese e della società civile, questa drammatica situazione che passa sotto silenzio, e che al di là delle imprese, intacca la condizione di diverse migliaia di lavoratori e delle loro famiglie e al contempo le opportunità che potrebbero invece essere colte attraverso un processo che possa essere anche inquadrato nell’ambito di una comune azione dell’Europa”. (aise) 

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