Immigrazione italiana in Svizzera tra il 1970-1990: le reazioni della politica italiana – di Giovanni Longu

BERNA\ aise\ - Tra la fine degli anni '60 e i primi anni '70 la pressione sugli stranieri era così forte che migliaia di italiani lasciarono la Svizzera.
Almeno fino alla metà degli anni Settanta, l’emigrazione è stata considerata dalla politica italiana un male necessario e tutti i grandi partiti, di governo e di opposizione, come tale l’accettavano, anche quando molti emigrati denunciavano ingiustizie, discriminazioni, privazioni di diritti fondamentali. Negli anni Sessanta e all'inizio degli anni Settanta le voci più critiche che giungevano a Roma provenivano probabilmente dalla Svizzera e se ne facevano carico soprattutto i partiti d’opposizione, quello comunista in particolare.
Le reazioni dei governi democristiani del dopoguerra erano infatti solitamente tiepide sia perché le critiche mancavano spesso di consistenza e di riferimenti precisi e sia perché il governo non intendeva lasciarsi imporre le risposte dall'opposizione comunista, convinto di fare nei confronti degli emigrati in Svizzera tutto ciò che consentiva l’accordo italo-svizzero di emigrazione del 1964. Va anche aggiunto che soprattutto l’Ambasciata d’Italia a Berna, dotata di un Ufficio emigrazione competente e attento, era molto vigile e interveniva puntualmente presso le autorità svizzere ogniqualvolta venivano denunciati fatti gravi.
Ciò nonostante, per risolvere nel reciproco interesse e in maniera generale i principali problemi che lamentavano gli italiani, ma anche «per ragioni politiche», nella primavera del 1970 il governo italiano chiese la convocazione della Commissione mista, prevista dall'accordo italo-svizzero del 1964. Avrebbe dovuto trattare gli aspetti più problematici della vita degli italiani nella Confederazione: conseguenze della xenofobia, politica di «assimilazione», statuto dello stagionale, condizioni d’abitazione, ricongiungimento familiare, formazione scolastica e professionale dei figli degli immigrati, ecc.
La richiesta della convocazione della Commissione da parte del governo italiano era dovuta sicuramente al deterioramento della convivenza tra svizzeri e stranieri (italiani) negli ultimi anni, non da ultimo a causa della xenofobia dilagante, ma anche a ragioni di politica interna che il Sottosegretario agli esteri Alberto Bemporad non aveva nascosto al Consigliere federale Ernst Brugger nel corso di un incontro a Milano: il governo italiano voleva dimostrare agli emigrati di fare tutto il necessario per difendere i loro interessi ed evitare che i comunisti detenessero il monopolio della difesa degli interessi degli operai italiani.
Fallimento della Commissione mista
La Commissione si riunì per pochi giorni dapprima a Roma (settembre 1970) e poi a Berna (dicembre 1970), ma senza produrre alcuno dei risultati sperati. A detta del sottosegretario Bemporad, «non riuscì nemmeno ad avviare un dialogo costruttivo». Per la delegazione italiana il fallimento del negoziato era dovuto unicamente alla intransigenza della delegazione svizzera che, benché disposta a discutere su alcuni punti marginali, si era mostrata inflessibile sulle rivendicazioni principali. L’«Unità» (l’organo del PCI) scrisse allora che la Svizzera trattava gli operai immigrati come la Rhodesia ed il Sudafrica gli indigeni di colore.
Per la delegazione svizzera, invece, il fallimento era dipeso dalle richieste eccessive degli italiani (abolizione dello statuto dello stagionale, piena parità di trattamento con i lavoratori nazionali, libera circolazione delle persone, ecc.) e dal modo con cui le «esigevano». Poiché tali richieste non rientravano nelle competenze della delegazione e sembravano in contrasto con la nuova politica immigratoria del governo federale che mirava principalmente alla stabilizzazione della manodopera straniera, sarebbe stato inutile continuare le trattative.
Il governo italiano, che era preoccupato di mantenere buone relazioni con la Confederazione, dove risiedeva stabilmente oltre mezzo milione di cittadini italiani, dei quali quasi 400.000 attivi occupati, addossò la responsabilità del fallimento soprattutto alle organizzazioni degli immigrati che lo avrebbero spinto a sostenere una linea dura con la Svizzera senza possibilità di compromessi.
In realtà, il governo italiano cercava di mascherare in quel modo la propria debolezza, di cui per altro gli svizzeri erano consapevoli. Il quotidiano zurighese Tages Anzeiger non aveva dubbi: «il governo italiano, incapace di procurare lavoro ai suoi cittadini nel proprio Paese, era politicamente costretto a trovare capri espiatori».
Sulle responsabilità di quel fallimento negoziale si discute ancora oggi, ma raramente si evocano due circostanze fondamentali.
La prima: la Svizzera non aveva nessun contenzioso con l’Italia, perché evidentemente era soddisfatta della manodopera italiana e riteneva la nuova politica immigratoria della Confederazione (stabilizzazione e integrazione degli stranieri) praticabile e utile ad entrambe le parti. La seconda: qualora l’Italia avesse opposto grosse difficoltà all'implementazione della nuova politica federale, la Svizzera era pronta ad aprire le porte dell’immigrazione alla Spagna, al Portogallo ed eventualmente anche ad altri Paesi, che premevano perché ciò avvenisse. È significativo che quasi in contemporanea con la riunione della Commissione mista italo-svizzera si fosse riunita anche la Commissione mista Svizzera-Spagna.
Reazioni sindacali italiane
I più critici riguardo al fallimento del negoziato erano i rappresentanti delle tre confederazioni sindacali CGIL, CISL e UIL che avevano partecipato agli incontri, sebbene ne fossero probabilmente i principali responsabili. Infatti, sostenendo incondizionatamente le rivendicazioni delle associazioni degli immigrati, non si rendevano conto di rendere ancor più difficile il negoziato. Di più, secondo il Journal de Genève, si resero responsabili di un «gioco pericoloso» perché, non accontentandosi di far pressione sui dirigenti politici italiani, si ritennero in diritto di «fare rimostranze al Consiglio federale» addirittura «accompagnandole con minacce».
Effettivamente, dopo la rottura delle trattative, le organizzazioni sindacali e le grandi associazioni degli emigrati italiani in Svizzera avevano chiesto al governo italiano il riesame globale dei rapporti fra l'Italia e la Confederazione, ma nella richiesta, per far pressione sul governo federale, sollecitavano fra l'altro che l'Italia si opponesse ad ogni iniziativa mirante ad associare la Confederazione Svizzera alla Comunità Economica Europea (CEE). Tentativo maldestro perché una tale associazione (la Svizzera ne aveva fatto richiesta formale nel 1961), sarebbe stata utile anche all'Italia, tant'è che l’auspicava.
Ripresa del dialogo
Purtroppo, almeno in quell'occasione, le organizzazioni sindacali italiane non furono di grande aiuto per la soluzione dei problemi degli emigrati in Svizzera e le principali associazioni italiane rappresentate nel CNI (soprattutto la Federazione delle Colonie Libere Italiane e le Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani) non brillarono né per realismo né per lungimiranza, come se non sapessero che gli interlocutori privilegiati per la soluzione di tanti problemi degli immigrati erano i sindacati svizzeri e che in Svizzera, piaccia o non piaccia, i risultati si raggiungono gradualmente e dopo trattative talvolta lunghe e pazienti.
Nel 1971, tuttavia, dopo un incontro amichevole a Ginevra tra il Ministro degli esteri italiano Aldo Moro e il Consigliere federale Pierre Graber si decise di riprendere il dialogo riconvocando la Commissione mista. L’Italia sottopose alla Svizzera un documento contenente undici richieste di miglioramenti per i lavoratori italiani, fra cui la riduzione da dieci a cinque anni il periodo di attesa per ottenere il permesso di domicilio, la libera circolazione dei lavoratori italiani all'interno della Confederazione, la trasformazione degli stagionali con 45 mesi di permanenza in Svizzera in annuali (circa 50 mila lavoratori), la riduzione dei 18 mesi di attesa per il ricongiungimento familiare, l’abolizione della visita medica alla frontiera, ecc.
La Commissione si riunì l’anno seguente a Roma e raggiunse alcuni buoni risultati: per i lavoratori annuali fu accordata una maggiore mobilità geografica e professionale (riduzione da tre a due anni il periodo di attesa dal 31.12.1973, e di un ulteriore anno dal 31.12.1975) e si stabilì la riduzione del periodo di attesa per il ricongiungimento familiare da 18 a 15 mesi. Per quanto riguardava lo statuto dello stagionale la Svizzera s’impegnò a limitarlo alle attività veramente stagionali. (giovanni longu\aise)