Rocco Colanzi e la sua famiglia vastese pioniera in Bolivia

PESCARA\ aise\ - “La Bolivia è uno degli Stati dell’America Latina che mai viene associato al flusso dell’emigrazione italiana del secolo scorso, indirizzato verso il Brasile, l’Argentina, l’Uruguay ed il Venezuela. Un Paese lontano ed isolato, ma esteso ben tre volte l’Italia, con soli 12 milioni di abitanti, concentrati nelle grandi città, come Santa Cruz de la Sierra, principale centro industriale. Proprio qui c’è da riprendere una storia di successo dell’emigrazione abruzzese, della metà del secolo scorso. Nella piana di questa grande metropoli (un milione e 400mila ab.) esiste un avamposto vastese, attorno alla famiglia Colanzi, con il suo patriarca Rocco”. A scriverne è Sergio Venditti sul quotidiano online “Il Copoluogo d’Abruzzo”.
“Infatti la sua avventura era iniziata nel 1954, con il padre Pietro (classe 1913) ed altri vastesi, che accettarono la proposta del governo boliviano di emigrare lì, per gestire un fondo agricolo incolto di centinaia di ettari, con la relativa attrezzatura. Si costituì la cooperativa “San Michele”, che iniziò la difficile coltivazione. Il figlio Rocco raggiunse il padre l’anno dopo, lasciando dapprima a Vasto la madre. La “Terra Promessa” si dimostrò subito amara e costrinse i nostri migranti a trovare altra occupazione, se non a ritornare, delusi, negli Abruzzi. Solo i Colanzi, come veri pionieri, decisero di partire per il più ricco Brasile, alla ricerca di migliore fortuna. In particolare l’intraprendenza del giovane Rocco, riuscì a Manaus, nella foresta amazzonica, ad aprire un albergo, nel pieno della corsa all’Eldorado. Questa attività procurò utili, per diversificare gli affari, che consentirono a Rocco di tornare in Bolivia, (ricongiungendosi con il resto della famiglia), in particolare individuando il ricco business del commercio e della lavorazione di legname pregiato, da esportazione. Con questo spirito indomito Rocco Colanzi allargò la grande famiglia, a partire dalla sua, con la moglie Clara, che gli darà cinque figli: Pietro, Adelina, Rocco, Renzo e l’ultima Liliana (nata nel 1981), con dieci nipoti.
Intanto i suoi fratelli si erano comunque affermati a Santa Cruz, conquistando posizioni di rilievo nel mondo dell’impresa, delle professioni, del mondo accademico ed anche della politica, con il fratello Romy Pedro divenuto sindaco, nelle file del partito Popolare di Centro, ed Alejandro, ai vertici della Regione. Tutto questo in un Paese, guidato da anni dalla sinistra del Mas, prima con il Presidente Evo Morales (costretto dai militari all’ esilio in Argentina) ed ora dal suo ex Ministro, L. Arce. In questo quadro controverso, comunque la famiglia Colanzi, guidata da Rocco, ha sempre mantenuto i contatti con la sua Vasto, favorendone anche il gemellaggio con Santa Cruz, alla fine con l’apertura di una locale “Casa d’Abruzzo “, alla presenza delle massime autorità boliviane ed italiane.
Nel 2013, la nostra Regione, d’intesa con il suo Cram, ha insignito Rocco Colanzi del titolo di “Ambasciatore d’Abruzzo nel Mondo”, come riconoscenza non solo del suo grande attaccamento alla nostra terra d’ origine, ma per le stesse opere filantropiche e sociali, da lui promosse. Una grande storia d’ impegno e dedizione della vecchia emigrazione, che purtroppo si è conclusa lo scorso anno, con la sua morte, ad 85 anni. Comunque il peso della grande famiglia Colanzi resta rilevante, non solo in Bolivia. Infatti la sua ultima figlia Liliana si è affermata come scrittrice di successo, in tutto il Sud America, che ha dato alla letteratura Premi Nobel come G. Marquez e M. Vargas Llosa o I. Alliende. Proprio nel suo filone femminile la giovane Colanzi si è fatta conoscere con libri di successo come: “Nuestro Mundo Muerto” (tradotto anche in Italia) o con “La Desobediencia”, dalla forte impronta femminista, vincendo il premio “Aura Estrada” in Messico ed anche una Cattedra di Letteratura Ispano-Americana, alla “Cornell University”, a New York-Itaca. Quasi “un ritorno a casa”, alle origini di questa avventura umana e sentimentale, che non dovrebbe far spezzare il legame tra la famiglia Colanzi e l’Abruzzo, in primo luogo dando alla scrittrice lo stesso riconoscimento del padre. In un suo libro, Liliana ricorda il nonno: “Egli diceva che ogni parola ha il suo padrone e che una parola giusta fa tremare la Terra, guai a chi le usa alla leggera”. Una lezione unica per lo stesso mondo dell’informazione, che quando fabbrica le notizie, dovrebbe essere come i vecchi farmacisti, soppesando non solo le dosi ma accertandone sempre i contenuti”. (aise)