LO SPAZIO MORALE: GLI ARCHITETTI E LA COOPERAZIONE

LO SPAZIO MORALE: GLI ARCHITETTI E LA COOPERAZIONE

ROMA\ aise\ - È stata pubblicata ed è disponibile a questo link la guida “Lo spazio morale”, a cura del dipartimento Cooperazione, solidarietà e protezione civile del Consiglio Nazionale Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori, in collaborazione con il dipartimento Ambiente, energia e sostenibilità, che è rivolta agli architetti italiani che intendono lavorare nell’ambito di situazioni emergenziali, svantaggiate e critiche.
Come specificato sul sito, non si tratta di una guida esaustiva, ma un primo indirizzo che sarà continuamente aggiornato e arricchito nel tempo, anche con l’aiuto degli iscritti che lavorano o hanno lavorato nel settore e che vorranno condividere le proprie esperienze.
Il lavoro è a cura di Walter Baricchi e si avvale dei contributi di Alessio Battistella, Camillo Boano, Luca Bonifacio, Valeria Cottino, Sandra D’Urzo, Antonello Iuorio, Camillo Magni, Elisabetta Mioni e Raoul Pantaleo.
“Dopo molti anni di disinteresse”, si legge nella guida, “nell’ultima decade l’Architettura ha riscoperto la sua vocazione umanitaria. Gli architetti si sono resi conto che anche nei contesti più estremi e critici è possibile fare Architettura. Anzi proprio in questi ambiti l’Architettura riscopre contenuti e orizzonti di ricerca estremamente stimolanti. Ciò nonostante va fatto notare che a esclusione di alcuni casi molto specifici, nel mondo umanitario in generale esiste ancora un certo pregiudizio nei confronti della categoria. Se uno entra nelle piattaforme di reclutamento specifiche e digita la parola architetto, raramente troverà dei bandi in cui esplicitamente risulti richiesta questa figura. Si pensa infatti che, a ragione o meno, gli architetti siano spesso condizionati dai loro pruriti estetici e nella cultura umanitaria questo non è affatto ben visto. Nella realtà la professione dell’architetto non solo è molto spendibile in tutti e tre i settori, ma in certi casi trova spazi di massima valorizzazione”.
“Quando si parla di Assistenza Umanitaria”, si legge ancora, “si parla prevalentemente di campi profughi ovvero di insediamenti temporanei normalmente composti da tende che a volte possono arrivare ad avere le dimensioni di vere e proprie città di cinque, seimila abitanti. Gli architetti quindi normalmente vengono coinvolti nella creazione e gestione di questi insediamenti. Specialmente in questo ambito è difficile trovare posizioni specifiche da architetto. Di solito il profilo richiesto è più quello di un logista, con mansioni di esperto in costruzioni. Dovrà imparare a gestire ordini, a montare e smontare tende, a operare pompe e gruppi elettrogeni, fare piccoli impianti idrici e di scarico, studiare forme di canalizzare le acque piovane. Ma questo non vuol dire che un architetto non abbia la possibilità di applicare le competenze proprie della professione.
Anzi spesso si rivelano determinanti all’ora di saper pianificare il piano di lottizzazione dell’intero campo, oppure il progettare (e costruire) strutture temporanee per ombreggiare le tende, per collegarle tra loro, o per offrire alla comunità uno spazio aggiuntivo dove potersi riunire. Inoltre un tema centrale e che richiede, si, anche lui le competenze dell’architetto è quello dei blocchi sanitari. C’è da far notare infine che negli ultimi anni la figura dell’architetto anche per quanto riguarda l’Assistenza Umanitaria è stata molto rivalutata e oggi si cercano le sue competenze anche in questioni più generali come la pianificazione territoriale, il project management o il design di sistemi costruttivi specifici per l’emergenza.
Nel Recovery all’architetto viene già richiesto di saper accompagnare la costruzione di strutture semplici a uso semi-temporaneo, come alloggi, scuole, cliniche, blocchi sanitari. Già in muratura, ma magari usando sistemi tecnologici reperibili localmente. Starà a lui o lei la capacità di far riferimento agli strumenti propri della professione, saper applicare delle norme basilari anche quando non sono richieste, osare delle prese di posizione progettuali più audaci se si possono giustificare in funzione del loro vantaggio”. (aise) 

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