TECNOLOGIE ITALIANE E UNIDO CONTRO IL COVID-19: ANCHE COSÌ SI FA CO-SVILUPPO - DI GIANFRANCO BELGRANO

TECNOLOGIE ITALIANE E UNIDO CONTRO IL COVID-19: ANCHE COSÌ SI FA CO-SVILUPPO - di Gianfranco Belgrano

ROMA\ aise\ - “Fare di necessità virtù. Forse si potrebbe usare questo ben noto detto per raccontare sinteticamente quanto è successo lo scorso marzo negli ospedali di Brescia, quando il covid cominciava a menare terribili fendenti mettendo a nudo i buchi nel frattempo lasciati dai vari lockdown che in giro per il mondo fermavano le produzioni, i commerci e le filiere. Una vera tempesta che costringendo un po’ tutti ai ripari aveva l’effetto di determinare un’insufficienza di pezzi di ricambio, valvole e respiratori necessari per far fronte alla folla di persone che assiepava gli ospedali e aveva bisogno con urgenza di cure e ossigeno”. Inizia così l’articolo che Gianfranco Belgrano firma per “Oltremare”, il blog della cooperazione italiana allo sviluppo. Giornalista, direttore editoriale del mensile Africa e Affari e dell’agenzia di stampa InfoAfrica, Belgrano spiega come le intuizioni italiane nate durante l’emergenza covid 19 siano ora a disposizione dei Paesi in via di sviluppo. Riportiamo di seguito il testo integrale dell’articolo.
“È in questo frangente che Isinnova, società di Brescia attiva nel campo della ricerca industriale, riceve dall’ospedale di Chiari tramite il giornale locale la richiesta di realizzare con la stampa 3D la valvola Venturi, una valvola particolare che la struttura sanitaria non aveva più a disposizione e che è un componente fondamentale nei respiratori. “La società che produce questo tipo di valvola era stata inondata di richieste e non sarebbe riuscita a fornire i pezzi in tempi rapidi, ma intanto c’era da agire, c’erano vite da salvare e così in un giorno siamo riusciti a progettare e replicare il componente fornendolo all’ospedale” racconta Lorenzo Abeni, senior consultant di Isinnova.
La valvola Venturi è stata soltanto la prima tappa di un rapido processo che ha visto Isinnova ancora protagonista nel sostegno alla lotta contro il Covid-19 e non soltanto a Brescia. Pochi giorni dopo, anche a seguito della grande attenzione suscitata da quel primo esperimento riuscito, è un medico ed ex primario dell’ospedale di Gardone Val Trompia, Renato Favero, ad avere un’altra intuizione e a proporla a Isinnova: perché non usare le maschere di snorkeling e modificarle per ottenere respiratori Cpap d’emergenza? “La maschera Cpap – prosegue Abeni – permette l’insufflazione di ossigeno nei pazienti Covid-19 ed è fondamentale perché consente la riapertura degli alveoli polmonari collassati a causa del virus. Il grande utilizzo che se ne stava facendo in ospedale stava portando a una grave carenza di questo dispositivo, ma è giunta l’idea e abbiamo progettato il raccordo Charlotte. Con questo sistema, una maschera da snorkeling viene collegata a un respiratore e si riesce così a fornire ossigeno al paziente. Abbiamo fatto delle prove con dei volontari e il dispositivo si è dimostrato perfettamente funzionante”.
Nel picco dell’emergenza, in Italia, sono stati circa 40 gli ospedali che hanno utilizzato questa formula e molte richieste sono arrivate da oltre confine (Marocco, Tunisia, Gran Bretagna, Germania, Stati Uniti) perché si era vicini a una saturazione di richieste; nel momento culminante almeno 100.000 maschere di snorkeling sono state modificate e inviate lì dove il prodotto ufficiale non era disponibile.
È a questo punto che a Isinnova parte un progetto che incontra subito l’interesse dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale (Unido) e in particolare l’ufficio italiano, Unido Itpo Italy. “Ci arrivavano le richieste da Paesi in via di sviluppo e abbiamo allora ideato un kit per consentire loro di stampare direttamente i pezzi di cui avevano bisogno piuttosto che spedirli noi dall’Italia in un momento, tra l’altro, in cui tutto era bloccato. Il progetto, chiamato ISI 3D, ha visto già il coinvolgimento di diverse Ong, prevede la creazione di una piattaforma online (per caricare tutorial e altre informazioni) ed è legato a una raccolta di crowdfunding che servirà a pagare le spese dell’operazione; in questo modo invieremo in Paesi in via di sviluppo kit di stampa che potranno essere utilizzati per stampare componenti per respiratori in situazioni di emergenza”. Terminata l’emergenza, le stampanti potranno essere utilizzate per stampare anche altro, come ingranaggi e componenti di vario tipo.“Le aziende italiane sono state colpite duramente dal lockdown, con una significativa perdita economica” sottolinea Diana Battaggia, direttore di Unido Itpo Italy. “Tuttavia hanno compreso come dietro ogni sfida vi sia anche un’opportunità”. Partendo da questo assunto, Unido ha collegato le competenze industriali italiane, riadattate per rispondere all’emergenza Covid-19, a quello che è il suo mandato di supporto al settore privato e di promozione dello sviluppo industriale nei Paesi in via di sviluppo.
Con questa precisa architettura di scopi, agli inizi di aprile Unido ha gettato le basi di un vero e proprio ponte di collaborazione e cooperazione nella forma di una piattaforma denominata ‘Italian Technologies respond to covid-19’. La piattaforma si presenta come una vetrina di tecnologie messe in campo da quelle imprese, startup e makers di varie regioni italiane che hanno scelto l’innovazione come risposta all’emergenza pandemica: dalle stampanti 3D per la realizzazione di mascherine o valvole per respiratori, ai droni che garantiscono il trasporto sicuro di materiale biologico. “La piattaforma intende raccogliere gli sforzi creativi del settore privato italiano, con l’intento di promuoverli anche nei Paesi in via di sviluppo e facilitare il percorso per la costruzione di sistemi produttivi più resilienti a shock pandemici” spiega Diana Battaggia. In poche parole, l’iniziativa di Unido si muove in un’ottica di co-sviluppo, con la piattaforma che promuove le best practices individuate nel mondo dell’industria e della ricerca italiane favorendo nuove opportunità di cooperazione con i Paesi in via di sviluppo, che a loro volta hanno l’opportunità di conoscere le tecnologie più innovative replicabili nei rispettivi contesti.
Ne è consapevole Alessio Lorusso, amministratore delegato di Roboze, impresa italiana di Bari coinvolta anch’essa nel progetto. Sviluppatori e produttori di proprie stampanti 3D che stanno trovando applicazione in vari ambiti (dall’industria aerospaziale a quella automobilistica passando per l’energia), nel picco dell’epidemia in Italia, a Roboze non ci pensano su due volte: “Abbiamo bloccato nel nostro stabilimento tutte le macchine che stavamo producendo e che dovevano essere spedite ai clienti, chiedendo loro di pazientare, utilizzandole invece per produrre componenti da inviare a ospedali, protezione civile e tutti coloro che ne facessero richiesta. Abbiamo convertito l’uso delle nostre macchine: invece che farle usare ad altri, le abbiamo usate noi, supportando in prima battuta l’Italia e dando poi una mano ad altri Paesi in difficoltà” racconta Lorusso. Ora, con la situazione che sembra essere tornata più sotto controllo in Italia, Unido, sottolinea Lorusso, ha aperto di fatto una finestra di opportunità per progetti che possono vedere protagoniste le stampanti 3D in Paesi in via di sviluppo: “Possiamo infatti inviare le nostre macchine all’interno di container in giro per il mondo e pronte all’uso in luoghi anche remoti, dove avere un pezzo di ricambio o più semplicemente una valvola in tempi rapidi può essere questione di vita o di morte””. (aise) 

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