Siamo ciò che mangiamo: inaugurata la mostra fotografica IILA

ROMA\ aise\ - Il cibo, l'enogastronomia, le materie prime utilizzate, i piatti tipici, i mercati, l'abbondanza, gli sprechi, la creatività culinaria, i significati, i colori, la storia (anche emotiva) di alcune pietanze tipiche, le abitudini, la quotidianità, le lotte per il cibo di alcune comunità. Tutti questi sono fattori che dicono molto delle persone e delle tradizioni di una popolazione. E di conseguenza rappresentano anche uno strumento che esprime cultura e modo d’essere sia degli individui che delle collettività. Sì, insomma, quello che mangiamo esprime ciò che siamo. Ed è proprio questo (“Siamo ciò che mangiamo”) il tema della 12° edizione del Premio PHOTO-IILA, organizzato proprio dall’Organizzazione Internazionale Italo-Latino Americana (IILA), che oggi ha inaugurato, e ieri presentato alla stampa, nella splendida location del Museo di Roma in Trastevere la mostra ad esso collegata.
Oltre al Segretario Generale dell’IILA, Antonella Cavallari, che nel discorso di presentazione si è detta felice di poter tornare a incontrarsi dopo la brusca interruzione legata al Covid, hanno presenziato molti rappresentanti delle Ambasciate dei paesi latinoamericani a Roma che hanno collaborato al progetto, Argentina, Cuba, Cile, Brasile, Costa Rica, Panama, Paraguay, Perù, Repubblica Domenicana, Uruguay, Venezuela, Messico, Nicaragua, Honduras, Guatemala. Presente anche l’Ambasciatrice della Colombia in Italia, Gloria Isabel Ramirez Rios, il Paese del vincitore del Concorso, Santiago Carmona, che arriverà a Roma a novembre.
“L’IILA - ha spiegato Cavallari davanti ai rappresentanti delle Ambasciate - opera da 50 anni come ponte tra Italia e Latino-America, non solo in ambito culturale, ma anche per progetti di cooperazione che speriamo possano venire sempre più approfonditi”. E il premio di fotografia è proprio questo: un ponte tra queste due culture fortemente legate fra loro, specialmente per le migrazioni, che ne hanno avvicinato gli stili di vita. Questa 12° edizione, che vuole riflettere su uno dei 17 obiettivi dello Sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU (il numero 2, “Sconfiggere la fame”), è nata con due volontà: mostrare “la realtà contemporanea dell’America-Latina”, e far “conoscere i giovani fotografi latinoamericani” al pubblico italiano e non solo. Il tutto riflettendo sulla questione cibo, inquadrandolo in un’ottica di tradizioni, crisi, innovazioni, problematiche, significati, identità, storia e ambiente. E i giovani fotografi provenienti dal centro e dal sud America, “hanno raccolto bene la sfida”. La Segretario Generale Cavallari, si è detta infatti “colpita dall’entusiasmo e dalla creatività” mostrata da questi artisti.
La giuria, composta da esponenti del mondo della fotografia, quali Graziano Bartolini (fotoreporter), Luisa Briganti (responsabile e direttrice didattica del Centro Sperimentale di Fotografia Adams - CSF Adams) ed Elisabetta Portoghese (Direttore artistico del festival Castelnuovo Fotografia), ha decretato come vincitore il colombiano Carmona, con il suo progetto “Exceso de abundancia” (Eccesso di abbondanza), in cui ha trattato due aspetti contrastanti della vendita di alimenti nei mercati latinoamericani: da un lato la ricchezza, i colori e la varietà di prodotti unici che contraddistinguono quel lato del globo; dall’altro la cattiva gestione delle risorse, che crea una grande quantità di spreco e di prodotti invenduti che finiscono direttamente nella pattumiera. Ed è proprio la domanda “cosa vuole dirci?” la domanda che secondo la Cavallari è importante porsi davanti a quest’opera del trentunenne fotografo colombiano. Le foto di questi due momenti sono una al fianco dell’altra, quasi sovrapposte, ma sono anche distanti, contrastanti, opposte: la bellezza da una parte, la rabbia dall’altra. “Exceso de abundancia” fa, di fatto, un appello all’implementazione di dinamiche responsabili e coscienti nella vendita e consumo degli alimenti, che mirino a una sovranità alimentare reale.
Prima dei saluti, la Segretario Generale Cavallari ha voluto fare una menzione speciale anche all’opera “Lo que en la carne se conserva” (Ciò che nella carne si conserva), dell’Argentino Eric Javier Markowski, e del suo passato migratorio. Il suo progetto è infatti un progetto di ricerca artistico-visivo che studia il rapporto tra arte contemporanea, migrazione e sviluppo dell’industria della carne in America Latina. Poche cose, infatti, rispondono al “siamo ciò che mangiamo” come la carne per gli argentini, ha sottolineato Cavallari. Così come la migrazione, specie dall’Italia, che è uno dei fattori fondanti dell’Argentina. E questo progetto, in cui “il cibo è utilizzato come strumento d’arte, creatività e ricerca”, prende le mosse dall’aneddoto familiare secondo cui Henryk Markowski e Giuseppina Lunghi, avi di Eric Javier, hanno viaggiato dall’Italia all’Argentina per via di una confezione di carne in scatola “Industria Argentina” nel 1947. A partire dalla loro testimonianza, il trentaquattrenne di La Plata vuole documentare una storia condivisa con molti Paesi del Continente (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay), gli usi e costumi alimentari, la cultura del lavoro nelle celle frigorifere e i processi di patrimonializzazione avvenuti in America Latina fino ai giorni nostri.
Le altre opere esposte, dei finalisti Pablo Sosa (Uruguay), Ana Caroline de Lima (Brasile), Cristian Torres (Colombia) e Carlo Tello (Messico), si uniscono alla fine della mostra nella sala dedicata alla vincitrice dell’ultima edizione, quella del 2019 (nel 2020 non è stato realizzato causa pandemia), l’argentina Julieta Pestarino. Con “Ultimas luces”, la fotografa argentina ha presentato il suggestivo e struggente progetto ispirato alla città di Roma realizzato durante la residenza d’artista svolta nel 2019 nell’ambito del premio. L’opera parte dall’assunto “cosa si fa con ciò che resta del passato?”. Facendolo è andata a scovare cinema chiusi e fuori uso nella città eterna, abbandonati a se stessi, in quartieri sia centrali che non. Il suo progetto si interroga sul passaggio del tempo e sui cambiamenti delle città, con un filo, neanche tanto nascosto, di malinconia.
La mostra sarà visitabile nel Museo di Roma in Trastevere, in piazza Sant’Egidio 1, fino al prossimo 15 ottobre. (l.m.\aise)