BORIS JOHNSON: “PREPARIAMOCI ANCHE A 500 MILA MORTI. MA L’ECONOMIA BRITANNICA NON SI FERMA”. AVREBBE MAI POTUTO DIRLO IN ITALIA? – DI ALESSANDRO BUTTICÉ

BORIS JOHNSON: “PREPARIAMOCI ANCHE A 500 MILA MORTI. MA L’ECONOMIA BRITANNICA NON SI FERMA”. AVREBBE MAI POTUTO DIRLO IN ITALIA? – di Alessandro Butticé

BRUXELLES\ aise\ - In un articolo pubblicato dal Riformista martedì scorso, mi chiedevo se l’Italia sia vittima del pregiudizio europeo o non, forse, delle nostre particolarità istituzionali. Ricordavo infatti che, nonostante diverse grida al complotto anti-Italia, che secondo alcuni sarebbe stata lasciata sola e penalizzata dagli altri Paesi europei anche di fronte al Coronavirus, a parte qualche eccezione e stupidità individuale - tipo il video cretino di Canal+, immediatamente ritirato dalla rete - non ho davvero visto, pur vivendo la maggior parte del mio tempo all’estero, particolare malizia o pregiudizio nei confronti dell’Italia. Di fronte a un’epidemia che è stata ormai dichiarata pandemia dall’OMS, e quindi riguarda tutto il pianeta.
Raccomandavo di non dimenticare che le notizie allarmiste sull’Italia rispetto alla situazione negli altri paesi - amplificate dai media e sui social - sono venute dall’Italia. Non dall’estero. Ove non fanno nient’altro che riprendere i lanci nazionali.
Vivendo da quasi 30 anni a Bruxelles, dove non è vero che il virus non ci sia già - e chissà da quanto tempo - ma dove è stato evitato sinora un approccio troppo allarmista, ho voluto comparare i sistemi mediatici e giudiziari di due paesi molto diversi tra loro. Anche se apparentemente simili ed entrambi fondatori dell’Unione Europea. Fatta la comparazione mi sono posto una domanda. E cioè se il non ingiustificato timore dei nostri governanti e amministratori per il rischio di ricadute giudiziarie-mediatiche, dovute in gran parte ad un sistema giudiziario nei fatti molto diverso da quello della maggior parte degli altri paesi europei, e che non risparmia nessuno dalle sue bizzarrie, non abbia forse portato al più alto livello della loro autotutela nella gestione dell’emergenza Covid-19. Autotutela che non necessariamente coincide sempre con la tutela generale del cittadino che, assieme al bene primario della salute, si aspetta dalle pubbliche autorità di essere tutelato anche sotto altri profili. Compreso quello della sopravvivenza economica. Mi chiedo cioè se, di fronte al rischio di un qualunque sostituto procuratore della repubblica che potrebbe promuovere un’indagine nei confronti del presidente del consiglio dei ministri, di un ministro, o di tutto il governo per il reato di epidemia colposa, ovvero di diffusione cagionata per colpa di agenti patogeni (combinato disposto degli articoli 438 e 452 del codice penale), dovuta a una qualche omissione, i nostri governanti non abbiano soprattutto cercato di proteggersi a catena da ogni possibile addebito personale.
Domanda che mi ripongo di fronte alla decisione dell’ineffabile Primo Ministro Britannico, Boris Johnson, che ieri ha avvertito le famiglie di prepararsi a vedere "molti dei loro cari morire prima che sia giunta la loro ora", e che ha detto che 10mila persone potrebbero già avere contratto il virus in Gran Bretagna. Ma questo non giustifica misure eccezionali di quarantena o blocco delle attività economiche, perché secondo Johnson sarebbero più dannose che lo stesso Covid-19. Che secondo i suoi tecnici si potrà arginare solo accettando molte vittime, che permetteranno un’immunità di gregge della popolazione.
Accettando cioè la stima del direttore sanitario nazionale, Chris Whitty, secondo il quale, nella peggiore delle ipotesi, l’80% della popolazione britannica potrebbe contrarre il virus, che ha un tasso di mortalità dell’1% e che quindi potrebbe portare alla morte di 500mila persone in Gran Bretagna.
Augurandoci che l’avventuroso Primo Ministro Britannico non sia nella ragione, nonostante il tifo di tanti che, sull’onda della Brexit, invocano l’Italexit gridando contro l’Unione Europea ed i suoi stati membri poco solidali con le disgrazie del nostro Paese, ho già personalmente applicato da giorni, pur vivendo in Belgio, il protocollo prescritto dal governo italiano per arginare il Covid-19.
Ma continuo a pormi la stessa domanda, dopo aver sentito anche il parere anche di amici medici. E cioè se la grande trasparenza, l’altissimo numero di tamponi (pagati dal SSN) ed il rigoroso rispetto dei dettami del mondo scientifico nella gestione della crisi – dall’Italia molto più che dagli altri paesi, con conseguente plauso dell’OMS - se non attuata di concerto e assieme agli altri stati UE, e soprattutto con i più vicini, non rischi di condurre agli stessi effetti della nostra politica antinucleare. Perché così come le frontiere non ci proteggono dal diffondersi delle radiazioni nucleari, non ci proteggeranno neppure dal virus. E così come paghiamo da decenni l’energia elettrica molto più cara dei francesi - dai quali importiamo quella prodotta dalle loro centrali nucleari - potremo fare tutte le quarantene prescritte dagli esperti sanitari, ma se le stesse misure non verranno attuate anche dai nostri vicini, ci beccheremo il virus proveniente dalla Francia, dal Regno Unito o magari anche dallo stesso Belgio. Pur essendoci accollati, da soli, il grosso prezzo della nostra pur encomiabile attività di argine all’epidemia, e di maggiore trasparenza di altri sui casi veramente accertati.
La principale differenza con l’Italia, infatti, è a mio avviso che tutti gli altri paesi, nel tutelare gli interessi dei propri cittadini, tengono maggiormente conto dell’interesse globale. Che, oltre a quello certamente prioritario della salute, è anche economico e di ordine pubblico. Ricordo una recente intervista televisiva ad un noto epidemiologo, il quale diceva giustamente che, come epidemiologo, avrebbe chiuso subito tutte le zone contagiate e messo tutta la cittadinanza in quarantena. Precisando subito dopo, però, che lui non era un economista né un politico. E che per prendere decisioni politiche si devono tenere conto anche di altri interessi non troppo meno importanti della stessa salute dei cittadini. Ed è quello che sembra abbiano sinora voluto fare i governanti di tutti gli altri paesi. E Boris Johnson lo ha dichiarato esplicitamente. Dicendo che non è disposto a “dare fuoco al fienile per essere sicuro di fare fuori i topi, anche se lo consigliano i derattizzatori” (secondo la metafora utilizzata da un caro amico medico, prima di aggiungere che “se la cura uccide il cavallo, il veterinario è certamente un cretino”). Ma Boris Johnson, al pari degli altri colleghi europei, tranne quello italiano, salvo il dolo manifesto, non ha l’incubo di poter essere triturato da una qualsiasi Procura della Repubblica del territorio nazionale per scelte politiche e di governo che ritenga legittime e di dover prendere per tutelare l’interesse globale e strategico, compreso quello sanitario, del proprio paese. Perché nel Regno Unito come negli altri paesi – eccetto che per fatti gravissimi, spesso appositamente previsti dalle costituzioni nazionali o dal Common Law – per i loro atti di natura politica i governanti rispondono normalmente solo al giudizio politico e dei loro elettori.
E questa grande differenza, che caratterizza il nostro Paese rispetto alla maggior parte dei nostri partner, a mio avviso, ha forse in gran parte contributo, a giustificare il differente approccio sinora, e sottolineo sinora - perché non mi sbagliavo nel credere che le stesse misure italiane sarebbero state presto adottate in gran parte dell’UE, tranne che nel Regno Unito -, tra l’Italia e tutti gli altri Paesi, Cina esclusa, di fronte allo stesso identico problema. Con gravissime conseguenze economiche e di immagine, però, pagate, sinora, unicamente dall’Italia. Con questo, scrivevo sul Riformista, e ribadisco ora, non voglio certo affermare che gli altri Paesi facciano meglio di noi. Voglio semplicemente cercare di analizzare più freddamente di quanto continui a leggere in certi commenti pubblicati sulla stampa o che circolano sui social, le diverse situazioni nazionali, provando a capire le ragioni della diversità delle scelte fatte di fronte allo stesso drammatico problema. Che nessuno potrà mai fermare alle proprie frontiere.
Seppur europeista convinto, non posso non registrare l’incapacità dell’Ue, ed in particolare della Commissione Europea, di comunicare in modo comprensibile ai cittadini, e nelle loro lingue nazionali, quello che sta facendo per aiutare l’Italia e gli altri Paesi più toccati da questa tragedia. Ma non è cosa di oggi vedere che il megafono sia in mano soprattutto ai suoi detrattori. Ai quali le Istituzioni UE sembrano saper rispondere solo con comunicati asettici, criptici, spesso tardivi, e con metodi del secolo scorso.
Ma prendersela sempre con gli altri Paesi o con l’Europa, in uno spirito di vittimismo e di persecuzione, ignorando invece veri problemi istituzionali e strutturali che stanno alla base di scelte diverse – e che a chi scrive appaiono antichi e nostrani – a me sembra un po’ come abbaiare alla luna. Rischiando di continuare a farci del male da soli. (aise/alessandro butticé) 

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