CONGO/ L’ANALISI DEL CE.S.I: IL NORTH KIVU UNO DEI FOCOLAI PIÙ VIOLENTI DEL CONFLITTO

Congo/ L’analisi del Ce.s.i: il North Kivu uno dei focolai più violenti del conflitto

ROMA\ aise\ - L’uccisione dell’Ambasciatore italiano Luca Attanasio, avvenuta questa mattina ad alcune decine di chilometri da Goma, capitale del North Kivu, regione orientale della Repubblica Democratica del Congo (RDC) al confine con il Ruanda, ha improvvisamente “riacceso l’attenzione internazionale su uno dei focolai di conflitto più violenti, complessi e duraturi di tutto il continente africano”. È quanto rileva il Centro Studi Internazionali, che ricorda come, da oltre 15 anni, il North Kivu sia “uno degli epicentri dell’instabilità nazionale congolese, nonché il luogo dove si è manifestata con maggiore intensità sia la Seconda Guerra del Congo (1998-2003) che i conflitti irrisolti da essa derivata, come la guerra del Kivu (2004 – 2007), l’insurrezione del Movimento 23 Marzo (2012-2013) e dell’Alleanza delle Forze Democratiche (AFD, 2017-2021)”.
Secondo il Ce.S.I, “un grosso interrogativo avvolge l’ipotesi circa un presunto tentativo di rapimento ai danni dell’ambasciatore finito in tragedia”. In questa nota, spiega il perché.
“Nonostante l’enorme ricchezza naturale e mineraria, il North Kivu è una delle regioni più povere, sottosviluppate e fragili del Paese, dove le vulnerabilità sociali rappresentano il principale incentivo alla feroce conflittualità etnico-settaria.
Oltre 20 gruppi etnici e relative milizie armate combattono contro le Forze governative, i Caschi Blu della missione ONU MONUSCO (United Nations Organization Stabilization Mission in the Democratic Republic of the Congo) e le une contro le altre per il controllo del territorio e delle sue risorse, in particolare quelle agricole e minerarie. Su tutte, oro, pietre preziose e minerali per l’industria ad alta tecnologia (coltan).
La dinamica principale degli scontri inter-etnici vede opposti i movimenti armati Tutsi, presumibilmente sostenuti dal vicino governo ruandese, e le bande Hutu, che usufruiscono del sostegno finanziario e logistico del Burundi. In entrambi casi, il coinvolgimento più o meno diretto dei due Paesi della regione dei Laghi è motivato dalla volontà di destabilizzare la Repubblica Democratica del Congo ed utilizzare le milizie etniche per controllare i traffici illeciti di oro, diamanti e minerali per l’industria ad alta tecnologia.
In questo contesto, negli ultimi 4 anni è cresciuto esponenzialmente il ruolo dell’Alleanza delle Forze Democratiche, una milizia multietnica (con sostanziali quote Konjo e Amba) un tempo supportata dall’Uganda e dal movimento islamico Tablighi Jamaat. Infatti, a partire dal 2015, l’ADF ha intensificato i proprio contatti con la galassia jihadista internazionale, finché una parte dei suoi combattenti ha deciso di giurare fedeltà al Califfo al-Baghadi e fondare così una branca locale dello Stato Islamico (Provincia dello Stato Islamico in Africa Centrale, SIAC). Ad oggi, appare quasi impossibile distinguere le due organizzazioni, il cui tratto peculiare è la tendenza alla statualizzazione e ad un controllo del territorio capillare ed efficace, addirittura superiore a quello delle stesse istituzioni statali.
In un simile contesto, gli attacchi delle milizie etniche contro le Forze Armate congolesi ed il personale sia civile che militare delle Nazioni Unite hanno un significato politico ed economico, teso a ribadire la propria presenza sul territorio allo scopo di proseguire il controllo dei traffici illeciti.
Anche in assenza di un quadro informativo esaustivo, l’attacco contro il convoglio di MONUSCO nel quale è rimasto ucciso l’Ambasciatore Attanasio potrebbe rientrare in questa dinamica ibrida tra insorgenza politica e dissuasione criminale.
Un grosso interrogativo avvolge l’ipotesi circa un presunto tentativo di rapimento ai danni dell’ambasciatore finito in tragedia. Infatti, sebbene in tutta la Repubblica Democratica del Congo simili episodi non siano rari, nessuna milizia si era mai spinta ad attaccare un target di così alto valore politico e così ben protetto e scortato. Dunque, al momento, le ipotesi più concrete conducono a valutare la possibilità di un attacco di una milizia Tutsi a scopo intimidatorio verso MONUSCO oppure di una azione ostile perpetrata dall’ADF / Stato Islamico in Africa Centrale al fine di proseguire il proprio percorso di crescita e “accredito” internazionale. Infatti, sebbene questa branca del Califfato sia una delle più attive ed in espansione nel continente (dal Congo fino al Mozambico), ancora le manca un’azione dalla grande eco mediatica e politico-simbolica. In tal senso, l’attacco al convoglio di MONUSCO rientrerebbe perfettamente in tale strategia”. (aise) 

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