IL VENEZUELA E GLI AIUTI UMANITARI: IL DOSSIER DELL’AMBASCIATA VENEZUELANA A ROMA

IL VENEZUELA E GLI AIUTI UMANITARI: IL DOSSIER DELL’AMBASCIATA VENEZUELANA A ROMA

ROMA\ aise\ - Una montatura mediatica. Quello che è successo il 23 febbraio in Venezuela è stata una “operazione politica”, resa possibile dalla “strumentalizzazione dei social network”, nata con “l’obiettivo di creare una realtà parallela sotto le premesse di una "ribellione pop" e coprire gli aspetti pesanti e aggressivi dell’azione realizzata”. Così l’Ambasciata venezuelana in Italia definisce in un dossier quanto accaduto nella giornata del 23 febbraio, quella in cui camion di aiuti umanitari sono stati bruciati al confine con la Colombia.
Il dossier dell’Ambasciata.
La premessa.
L'agenda della giornata ha previsto, fin dall'inizio, diverse operazioni di adesco, ossigenazione e colpi d'effetto con cui si è cercato di mantenere il più possibile il soggetto sui media, con l’obiettivo di far precipitare le condizioni di un confronto violento su scale diverse, artificialmente pianificate: "Colombia vs Venezuela", "Pemoni contro Stato", "FANB contro manifestanti pacifici ("combattenti umanitari")". Un altro elemento rilevante da sottolineare è il fatto che la protezione di Juan Guaidó da parte del Governo colombiano pone la sicurezza dello Stato venezuelano in una situazione critica.
Riflessione da non sottovalutare:
Sui social e in Tv troviamo soltanto video di “Guarimberos” (manifestanti violenti dell’opposizione) che lanciano bombe molotov dal lato colombiano verso i camion di “aiuti umanitari” e verso i nostri soldati. È possibile che, per l’ennesima volta, né la Tv, né tanti politici del mondo e intellettuali si chiedono perché NESSUNO ha pubblicato video e foto delle Forze di Sicurezza Venezuelane che bruciano i cosiddetti “aiuti umanitari”? Anche questo è un atto di violenza contro un Governo ed un Popolo che chiedono solo Pace, dialogo e sblocco immediato delle sanzioni economiche, per far fronte, umanitariamente, al disastro sociale creato dall’opposizione venezuelana dentro e fuori dalla nostra Patria.
Nel seguente Dossier, vengono analizzate le azioni più rilevanti accadute il 23 febbraio 2019 sulla scacchiera al confine del Venezuela e il modo in cui esse siano state riprodotte all'interno del paese e nel panorama dei media a livello internazionale.
Prime informazioni del mattino (Ore 8:30): Dopo aver schiantato un carro armato contro le sbarre che dividono il ponte Simón Bolívar, tre soldati della Guardia Nazionale Bolivariana del Venezuela hanno attraversato il confine e sono stati ricevuti dal Deputato dell’opposizione José Manuel Olivares. Il falso positivo era evidente, al punto che urlavano "è uno dei nostri, non sparate", evidenziando la natura pianificata di quello che stava accadendo. Questa è stata la prima manovra di spinta e ossigenazione degli "aiuti umanitari", poiché, fino ad oggi, Juan Guaidó non è riuscito a conquistare militari disposti ad affiliarsi all'agenda insurrezionale degli Stati Uniti.
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La copertina narrativa della provocazione è disegnata (Ore 11:30): dal lato colombiano del Ponte Tienditas, ponte che non é stato mai inaugurato né aperto, Juan Guaidó tiene una conferenza stampa insieme al Presidente della Colombia, Ivan Duque, in cui il delfino di Alvaro Uribe comunica che “gli aiuti” sono stati consegnati a Guaidó affinché siano condotti in Venezuela con il gruppo di "volontari" organizzato a tale lo scopo. Duque, inoltre, dichiara che "non permettere l'ingresso degli aiuti umanitari costituirebbe un crimine contro l'umanità", oltre a rendere il Venezuela responsabile di ogni atto di violenza che si potrebbe verificare a seguito di tale azione. Guaidó, per conto suo, riporta come esempio di "transizione" i tre soldati che al mattino avevano disertato, invitando a seguire il loro esempio sia gli altri militari che i chavisti situati sul lato venezuelano del Ponte Tienditas. Al riguardo, alcuni rapporti indicano che i manifestanti dell'opposizione detenevano bandiere venezuelane, per cui era già in corso la perfetta messa in scena di un'azione d'informazione, dove veniva fortemente gerarchizzata l’espressione della presunta "natura pacifica" dal tentativo di invasione del Venezuela. Inoltre, nelle prime ore del mattino, da Ureña (Venezuela) i sostenitori dell'opposizione hanno cercato, a tale proposito, di sovraesporre una “repressione sproporzionata" presuntamene operata dalla Guardia Nazionale Bolivariana (GNB), nel momento in cui quest’ultima aveva tentato di rompere la chiusura del confine presso il Ponte Simon Bolivar, passaggio disabilitato per motivi di sicurezza. Tutto ciò prefigurava, ancora una volta, la narrativa che sarebbe stata poi proiettata, a livello internazionale, al momento di affrontare le forze di sicurezza venezuelane.
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La violenza inizia con una chiamata alle caserme (Ore 12:20): da Caracas, il Deputato dell’ opposizione Miguel Pizarro di Primero Justicia annuncia che, per ordine di Guaidó, viene richiesto ai seguaci dell’ opposizione di protestare fuori dalle caserme, per avviare l'ingresso di "aiuti umanitari" attraverso le frontiere. Ancora una volta, sullo stesso tono della giornata, la rappresentante di Guaidó in Brasile, Maria Teresa Belandria, annuncia come vittoria il presunto ingresso del primo camion con "aiuti umanitari" provenienti dallo Stato brasiliano di Roraima, informazione che non viene confermata da nessuna fonte indipendente. La Belandria agisce dal Brasile solo con il sostegno del Ministro degli Esteri Ernesto Araujo, ma senza visibilità dell'esercito brasiliano, contrario all’ "operazione umanitaria". Sia Belandria, ex professoressa presso l'Università del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, che Ernesto Araujo, rappresentano i più stretti alleati di Trump in Brasile. Intanto, sul Ponte Simón Bolívar, al confine con la Colombia, dal lato del Venezuela si registrano atti di violenza da parte degli oppositori, mentre dal lato colombiano un gruppo cerca di rompere un cordone della Polizia Nazionale Bolivariana (PNB). Il Deputato Juan Manuel Olivares, nel frattempo, annuncia, dal Ponte Simón Bolívar, l’avanzamento di un gruppo di volontari che protegge i camion che trasportano gli "aiuti umanitari", per fare pressione per il loro ingresso.
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Aspettative, disinformazione e tentativi di pressione contro le forze di sicurezza (Ore 12:55): “L’operazione umanitaria” viene raccontata attraverso le voci di Juan Manuel Olivares e della Deputata Gabriela Arellano (opposizione venezuelana). Il primo si trova sul lato colombiano del Ponte Simón Bolívar e parla attraverso un megafono, affinché i funzionari della Polizia Nazionale Bolivariana (PNB) consentano l'entrata degli "aiuti umanitari". Arellano fa lo stesso dal lato venezuelano del ponte Ureña (Brasile), dove si sono registrati atti di violenza. Sia Arellano che Olivares trasmettono l’informazione dell'ingresso di un camion dal Brasile, come tentativo di convincere i militari a lasciar passare gli aiuti, data la natura "irreversibile" degli eventi. Tuttavia, la giornalista della testata Bloomberg, Patricia Laya, riporta che il camion non è passato dai controlli doganali in Venezuela; la CNN, inoltre, nega che i punti di confine del Venezuela siano stati aperti per ricevere gli "aiuti umanitari".
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Prime provocazioni contro gli agenti in divisa della Polizia Nazionale Bolivariana (Ore 13:20): il gruppo di "volontari umanitari" posizionato sul lato colombiano del Ponte Simón Bolívar, tenta di attraversare la recinzione della Polizia, per ordine del Deputato Juan Manuel Olivares. Con le mani alzate, le bandiere del Venezuela e al canto dell'inno nazionale, il gruppo si ritira rapidamente dopo aver lanciato alcuni lacrimogeni. Intanto, il canale televisivo Venezolanos por la Información, finanziato dal Dipartimento di Stato Americano, riferisce della presunta diserzione di un funzionario delle forze speciali della Polizia Nazionale Bolivariana - PNB, unità che, dal 23 gennaio, è stata costantemente attaccata dai media per il suo ruolo nel contenimento di cellule violente. Ancora una volta, come al mattino, si cerca di diffondere la notizia della presunta dissidenza di militari uniformati, allo scopo di fare pressione e rompere l'unità delle Forze Armate Nazionali Bolivariane.
Nonostante ciò, come per la notizia del camion umanitario in Brasile, è difficile verificare la veridicità di questa diserzione, che sarebbe comunque minima se si dovesse considerare che in Venezuela non ci sono state dichiarazioni militari importanti contro l'ordine costituzionale.
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Tentativo di lancio di un camion contro le recinzioni della polizia (Ore 14:10): dopo il primo tentativo di attraversare il Ponte Simón Bolivar, quello di Ureña, il gruppo di "volontari umanitari" si lancia contro il cordone della polizia sul lato del Venezuela, con quattro camion carichi di civili. In una delle foto pubblicate dal giornalista del New York Times, Nick Casey, si osserva chiaramente l’utilizzo di civili, tra cui donne e bambini, come scudi umani per pianificare atti di repressione contro quella che viene definita la "valanga umanitaria". Intanto, le reti sociali mostrano l’incontro di Guaidó con i tre soldati venezuelani che, al mattino, avevano oltrepassato il confine con la Colombia, e la giornalista Madeleine García annuncia, in una chiara provocazione, il sorvolo di droni colombiani sul lato del Venezuela. Intanto, intorno alle ore 14:00, a Caracas è in corso una manifestazione dei sostenitori del chavismo, lungo l’Avenida Urdaneta, nei pressi del Palazzo di Miraflores, dove è atteso un discorso del Presidente Maduro.
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Operazione psicologica e violenza armata a Santa Elena de Uairén (Ore 14:45): dopo gli scontri promossi da alcuni gruppi violenti nella città di Santa Elena de Uairén con la scusa di dare accesso agli "aiuti umanitari", i media riferiscono di un omicidio. Mettendo in atto una disinformazione su ciò che è accaduto e addossando la responsabilità completa di tale fatto alla FANB, la gestione della situazione mira a generalizzare l'idea che la FANB reprima i manifestanti pacifici. Tutto ciò è collegato, nel quadro di un'operazione a tenaglia, a quanto accaduto prima in Ureña, con l'obiettivo di premere da entrambi i lati del confine per inibire la capacità di azione della FANB. Juan Guaidó, da Cúcuta, cerca di blindare la storia, affermando che a Santa Elena le persone vengono massacrate, dando così forma all'obiettivo principale della giornata: riportare il maggior numero di defezioni militari, con l’obiettivo di dimostrare autorità, obiettivo che ancora non riesce a consolidare.
Il Presidente Nicolás Maduro afferma che il "Colpo di stato è stato fermato" e rompe i rapporti diplomatici con la Colombia (Ore 15:22): nel suo discorso ai manifestanti che si trovano lungo l’ Avenida Urdaneta (Caracas), il Presidente dichiara che il "Colpo di stato è stato fermato dall'unione civico militare del chavismo". Inoltre, afferma che, in 30 giorni, Juan Guaidó non è riuscito a "fare nulla" e si chiede perché ancora non abbia indetto le elezioni, se è vero che ne ha il potere. Il Presidente critica anche il fatto che l'opposizione si stia prestando a un intervento militare in Venezuela e sostiene che sia difficile che Trump voglia collaborare con il Paese attraverso un "falso aiuto umanitario", che non rappresenta altro che un pretesto per intervenire. Infine, annuncia la rottura delle relazioni diplomatiche con la Colombia, paese che sta prestando il suo territorio come base per un possibile attacco del Venezuela. In tale contesto, offre 24 ore ai funzionari colombiani per lasciare il paese. Il quadro politico, in questo momento, riflette un chavismo mobilitato in massa a Caracas a sostegno Maduro e un’opposizione sparsa tra le manifestazioni a Caracas e in Colombia, per forzare l'ingresso degli "aiuti umanitari".
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Altri falsi positivi e insurrezionali (Ore 15:50): al confine con la Colombia, due autocarri, che presumibilmente trasportano "aiuti umanitari", vengono bruciati. Non vengono forniti ulteriori dettagli in merito, ma, nel tentativo di creare un altro falso positivo, la colpa di tale evento viene automaticamente attribuita alle forze di sicurezza dello Stato venezuelano. Occorre sottolineare, a riguardo, che dal lato del confine colombiano non ci sono funzionari o soldati venezuelani della FANB che avrebbero potuto realizzare un'azione così aggressiva. Inoltre, a La Grita (Stato di Táchira – Venezuela), un gruppo insurrezionale ("manifestanti pacifici") ha preso il controllo di un carro armato della Guardia Nazionale Bolivariana GNB, che potrebbe essere utilizzato per il montaggio di altre false bandiere, come accaduto a Caracas un paio di settimane prima con il dirottamento di un veicolo del FAES, o con gli atti terroristici perpetrati contro la popolazione e le forze di sicurezza dello Stato.
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Nuove aggressioni dal lato colombiano (Ore 16:10): sui Social iniziano a circolare le immagini di quello che è successo prima e dopo l’incendio dei camion "umanitari". Un gruppo di terroristi, con l'evidente cecità dei funzionari dell’Ufficio Migrazioni della Colombia, lancia oggetti contundenti e bombe molotov verso il lato venezuelano, sorvegliato dalla FANB. L'ipotesi che alcune bombe possano essere cadute sul convoglio in questione è sempre più plausibile, così come l'avanzata del confronto su un piano violenza irregolare.
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L'opposizione accusa il governo di crimini contro l'umanità e rivela la "tesi" dei collettivi armati (Ore 16:42): l’incendio dei camion sul Ponte di Ureña viene definito come un "crimine contro l'umanità" e una “violazione della Convenzione di Ginevra”, secondo le dichiarazioni di Juan Guaidó. La mancanza di immagini sulle ragioni dell'incendio, oltre al fatto che i sostenitori dell'opposizione camminassero con galloni di benzina vicino ai convogli, mostra quello che potrebbe essere un falso positivo per gonfiare la “tesi”, contro il Venezuela, dello Stato fallito. Inoltre, in una conferenza stampa il leader di Volontà Popolare, Juan Andrés Mejía, dichiara che il fuoco è stato generato da funzionari della PNB e da "collettivi armati". Questa matrice di opinione viene proiettata anche sugli scontri accaduti a Santa Elena de Uairén, dove venerdì scorso i soldati si sono scontrati con alcuni membri della guardia pemón, in un altro episodio contro i funzionari della GNB.
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Il Deputato Juan Manuel Olivares viene picchiato poiché scambiato per un membro del "collettivo chavista" (Ore 18:25): quasi in chiusura della giornata, nel lato colombiano, alcuni manifestanti dell'opposizione tentano nuovamente di entrare in Venezuela con gli "aiuti umanitari". L'operazione, tuttavia, viene interrotta quando alcuni manifestanti violenti della cosiddetta Resistenza iniziano a picchiare un cittadino, avendolo scambiato per un membro del cosiddetto "collettivo chavista". In realtà, si tratta del Deputato Juan Manuel Olivares, lo stesso che al Ponte Simon Bolivar aveva ordinato l'offensiva attraverso un altoparlante. L'episodio non è altro che una metafora dell’intera giornata, in cui l'impossibilità di fare entrare i camion è stata accompagnata da un grande rumore sui media, che si è concentrato sulla presunta repressione operata dai gruppi paramilitari del chavismo, come definiti in tali contesti, e sull’incendio di camion con gli "aiuti umanitari". Anche il Deputato Miguel Pizarro, in un discorso tenuto alla fine della giornata, dichiara che "avrebbe voluto arrivare alla fine della giornata annunciando l'ingresso della maggior parte degli aiuti umanitari".
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Bilancio tra la violenza paramilitare e la metamorfosi (violenta) di "volontari umanitari" (Ore 20:30): una volta disarticolati i focolai di violenza nelle immediate vicinanze dei ponti che collegano il confine colombo-venezuelano, nella zona di Roraima e Santa Elena de Uairen, nel lato sud, il Governatore dello Stato Tachira, Freddy Bernal, ha fatto una valutazione della violenza generata dalle cellule armate dell’anti-chavismo in diversi punti del territorio. Bernal, in tale analisi, ha fatto riferimento anche ad un gruppo di paramilitari che ha cercato di occupare il Ponte La Grita, nello Stato Tachira, attraverso un'azione che è stata respinta dal popolo organizzato e dalla REDI (Región Estratégica de Defensa Integral) della zona. Questo fatto conferma non solo l’efficacia della FANB nella disarticolazione delle minacce pianificate per conquistare alcuni punti strategici lungo il confine, ma anche la metamorfosi di "volontari umanitari" in cellule armate, premeditata per raggiungere il livello di violenza necessaria a consentire di diffondere la matrice della "repressione dei manifestanti pacifici". Ciò che è emerso, con l’avanzare delle ore, è l’utilizzo della manipolazione delle informazioni sul campo per imporre una storia di "crimini di lesa umanità" contro il governo venezuelano, ma anche una rapida usura della "fase civile degli aiuti umanitari", con l’obiettivo di favorire le condizioni per la spedizione di armi, il finanziamento e la creazione di una componente armata irregolare che si faccia carico di rendere "effettivo" l’ingresso in territorio venezuelano. Il discorso politico di alcuni rappresentanti dell'opposizione, nelle ultime ore, cerca di rimediare il fallimento dell'operazione, chiedendo un intervento militare.
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Viene impiantato il pretesto per un’azione di forza (Ore 21:00): nel corso di una conferenza stampa, il Presidente della Colombia, Ivan Duque, una delle figure chiave di questa operazione per l’ingresso di "aiuti umanitari", scherma istituzionalmente l'operazione di informazioni costruita nel pomeriggio attorno all'incendio di un “camion umanitario", che si trova dal lato colombiano del confine ed è sorvegliato da violente cellule dell'opposizione che, fino a prova contraria, sono responsabili del fatto, secondo i registri fotografici che abbondano sui social network. Questa operazione di false bandiere ha cercato di imporsi come simbolo e come spina dorsale narrativa della giornata, in base a cui i flussi di informazione sono diretti verso la creazione di un record espresso di presunta “violazione dei diritti umani” e della Convenzione di Ginevra, per consentire passaggi istituzionali che arrivino ad un intervento armato umanitario, a partire dal paradigma della "responsabilità di proteggere", che cercherebbe di superare il veto di Russia e Cina nel Consiglio di sicurezza dell'ONU. Dato il fallimento dell'operazione, coloro che hanno gestito la guerra contro il Venezuela dalle frontiere esterne (tra cui Elliott Abrams, Ivan Duque, John Bolton, Marco Rubio) sembrano trovare la variante più folle e perversa per invertire i costi politici e dei media non avendo raggiunto l’ingresso degli "aiuti umanitari". Una situazione che conferma una certa improvvisazione e azione basata sul niente da parte degli operatori della guerra contro il Venezuela.
Guaidó torna a parlare di "costi umani" e chiede al Gruppo di Lima di mettere tutte le opzioni "sul tavolo" (Ore 21:15): visibilmente adirato per le foto che Diosdado Cabello ha condiviso dal bunker anti-chavista, Guaidó trasferisce la responsabilità del fallimento dell’ "operazione umanitaria" (si riflette sul suo volto nelle foto) a chi sta a Miraflores " a bruciare cibo e medicine di fronte alla fame e agli ammalati". Il suo discorso, inoltre, è stato studiato con l’obiettivo progettare due matrici di opinione volte a costruire un’immagine di forza e aumentare la pressione sulle forze armate venezuelane. Secondo Guaidó, infatti, l'80% dei militari venezuelani sono contro Maduro e il suo ordine di "massacrare il popolo venezuelano", matrici più volte ripetute anche da alcuni "dissidenti militari". Da questo punto di vista, sia l'auto-proclamato che il Presidente Duque hanno dichiarato che la giornata del 23 febbraio ha rappresentato un punto di svolta per la comunità internazionale, contro una "dittatura che brucia cibo e medicine, oltre a reprimere il suo popolo". Per questo motivo, una volta terminato il suo discorso, Guaidó ha chiesto ai paesi del Gruppo di Lima di mettere "tutte le opzioni sul tavolo". Il Ministro degli Esteri di Cuba, Bruno Rodríguez, ha denunciato il fatto che gli Stati Uniti stiano esercitando una grande pressione sui membri del Gruppo di Lima per la firma di una dichiarazione in cui venga eliminata la figura di una "transizione senza l'uso della forza". Così, al termine di una settimana in cui Guaidó ha parlato di morti come di "investimento per il futuro", sono stati attivati gli allarmi sulla scia di un fallito cambio di regime in Venezuela.
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