LA DECISIONE DELLA CORTE DELL’AJA SUI DUE MARÒ, PENSANDO A SOVRANISTI E GIUSTIZIALISTI – DI ALESSANDRO BUTTICÉ

LA DECISIONE DELLA CORTE DELL’AJA SUI DUE MARÒ, PENSANDO A SOVRANISTI E GIUSTIZIALISTI – di Alessandro Butticé

BRUXELLES\aise\ - Dopo oltre otto anni dal tragico coinvolgimento dei due marò italiani, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, in servizio di scorta antipirateria della petroliera Enrica Lexie, nell’uccisione di due pescatori indiani, il 2 luglio la Corte Arbitrale Internazionale (CPA) dell’Aja ha reso pubblico il suo dispositivo relativo all'incidente che ha portato alla messa in accusa, e poi all’arresto, da parte della giustizia indiana, dei nostri due marò.
Prima della pubblicazione della sentenza, Italia e India avranno la possibilità di esaminare se determinate parti del lodo debbano essere designate come contenenti "informazioni riservate". Dopodiché potremo avere tutti accesso all’integralità della decisione.
Il procedimento arbitrale, aperto ai sensi dell'allegato VII della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, è stato avviato il 26 giugno 2015 su richiesta dell’Italia.
La CPA è un'organizzazione intergovernativa creata dalla Convenzione dell'Aja del 1899 per la risoluzione pacifica delle controversie internazionali. Con sede all'Aja, la CPA ha 122 parti contraenti e facilita l'arbitrato, la conciliazione, le indagini di accertamento dei fatti e altre procedure di risoluzione delle controversie tra varie combinazioni di Stati, enti statali, organizzazioni intergovernative e soggetti privati.
Nel collegio della corte sedevano cinque giudici: un russo (presidente), un coreano, un giamaicano, un indiano ed un italiano (il professore Francesco Francioni).
La controversia riguardava l’ incidente verificatosi il 15 febbraio 2012 a circa 20,5 miglia nautiche al largo della costa dell'India, che aveva coinvolto la petroliera Enrica Lexie, battente bandiera italiana. L’Italia contestava l’esercizio della giurisdizione indiana sull'incidente e sui due fucilieri della Marina militare che erano a bordo della nave, nell'esercizio delle loro funzioni di scorta armata anti-pirateria.
L'Italia ha inoltre sostenuto da subito che la legislazione indiana su cui si è basato il comportamento dell'India nei confronti dell’Enrica Lexie e dei due fucilieri di Marina fosse incompatibile con la Convenzione Internazionale. Questo perché avrebbe violato le disposizioni sull’alto mare, ed in particolare quelle relative allo Status giuridico delle navi e la competenza penale all'imbarco o qualsiasi altro incidente di navigazione marittima, nonché l’obbligo di cooperare nella repressione della pirateria ed il rispetto delle norme sulla buona fede e l’abuso dei diritti, ma anche l'immunità dei due militari italiani.
La Corte, da un lato, ha sancito che l'India ha il diritto al pagamento di un indennizzo in relazione alla perdita della vita, ai danni fisici e materiali (compresi quelli del peschereccio St. Antony), e al danno morale subito dal capitano e da altri membri dell'equipaggio del peschereccio.
D’altro però - ed è la parte più importante per l’Italia e per i nostri marò - ha stabilito che tale decisione non pregiudica gli "aspetti del diritto interno" del comportamento dei due marò, che "saranno soggetti all'esame della giurisdizione penale competente". Che è stato confermato essere solo quella italiana.
Con tre voti contro due, la Corte ha infatti deciso che i marò hanno diritto all'immunità in relazione agli atti che hanno commesso durante l'incidente del 15 febbraio 2012, e che all'India è quindi vietato continuare ad esercitare la propria giurisdizione penale nei confronti dei due militari italiani.
In periodo di rigurgiti di sovranismo e di giustizialismo nostrano, con frequenti ed esuberanti interventi dei PM in tutte le materie dello scibile umano, questa decisione, su una vicenda sulla quale non mi soffermo più di tanto perché ha coperto intere pagine dei nostri giornali, mi induce ad una considerazione, ma anche a pormi una domanda.
La considerazione, rivolta ai nostri sovranisti, spesso dissacratori degli organismi e del diritto internazionali, è che i nostri marò, che avevano già conosciuto le sbarre delle prigioni indiane, hanno avuto giustizia grazie all’esistenza delle Nazioni Unite e di una Corte Internazionale. Senza le quali i due militari italiani avrebbero rischiato una lunga detenzione, e persino la pena di morte. In un Paese lontano migliaia di miglia dall’Italia che, seppure democratico, è pure sempre molto diverso dal nostro. E senza gli organismi e i trattati internazionali - che devono essere sempre rispettati, e non solo quando ci fanno comodo - a nulla sarebbero servite le urla retoriche o le invocazioni muscolari dei nazionalisti nostrani. Anche perché l’Italia non è una potenza militare globale, e vive soprattutto di commercio e relazioni economiche internazionali.
La domanda che mi pongo, invece, mi viene dalla considerazione che l’Italia è il Paese la cui magistratura - oggi è ormai sotto gli occhi di tutti - non ha sinora avuto alcun timore di brandire la propria assoluta indipendenza da ogni altro potere. Soprattutto da quello dell’esecutivo. All’insegna dell’obbligatorietà dell’azione penale, a qualunque costo e nei confronti di chiunque (salvo prova contraria). Compreso nel caso (e mi limito a citare quello del rapimento e del trasferimento dall’Italia in Egitto, da parte della CIA, del terrorista egiziano Abu Omar, e conseguente messa alla gogna mediatica-giudiziaria dei vertici dei nostri servizi segreti) si è rischiato di compromettere la credibilità e la sicurezza del nostro Paese. In palese violazione del segreto di Stato opposto da tre successivi governi, di diverso colore politico. Come infine stabilito dalla Corte Costituzionale, e poi dalla Corte di Cassazione.
L’articolo 7 del codice penale italiano stabilisce infatti che il cittadino italiano che commette in territorio estero alcuni reati è punito secondo la legge italiana. Tra questi reati vi sono quelli commessi dai pubblici ufficiali a servizio dello Stato, che abusano dei poteri o violano i doveri inerenti alle loro funzioni. Ed è quindi il caso dei marò, senza alcuna ombra di dubbio interpretativo da parte della legge italiana.
Mi chiedo quindi - e forse se lo sarà chiesto anche l’allora Ministro degli Esteri Terzi di Sant’Agata, prima di dimettersi in palese disaccordo col Governo italiano, dopo la decisione di fare rientrare i marò in India – perché nessuno dei tanti PM d’assalto si sia ritenuto competente e non abbia arrestato i due marò al loro primo rientro in Italia, con conseguente ritiro dei passaporti.
Non avrebbe ciò risparmiato una lunga odissea ai due militari italiani ed alle loro famiglie, oltre che svariati milioni di euro che mi risultano essere stati tolti dalle tasche del contribuente per mantenere la loro permanenza e assicurare la loro difesa in India? Il governo italiano, stante l’universalmente nota indipendenza della magistratura italiana, in attesa della decisione della CPA, avrebbe potuto tranquillamente giustificarsi nei confronti di quello federale indiano. Che a sua volta giustificava la sua impossibilità di aderire alle richieste italiane con la giurisdizione dello stato del Kerala (all’epoca peraltro in campagna elettorale per delicate elezioni politiche) e l’indipendenza della magistratura dall’esecutivo federale. (alessandro butticé\aise) 

Newsletter
Archivi